Lenny Zakatek, leggenda di Alan Parsons Project: "Torno bambino sulle note di 'Volare'" - BergamoNews
L'intervista

Lenny Zakatek, leggenda di Alan Parsons Project: “Torno bambino sulle note di ‘Volare'”

In occasione della sua visita a Bergamo per un progetto top-secret con il chitarrista bergamasco Massimo Numa allo studio Solid Groove alle Ghiaie, Lenny mi ha raccontato della sua vita, dei progetti futuri e dei ricordi del cuore

Esiste una curiosa sindrome comprovata dell’animo umano, si chiama “Sindrome dell’età dell’oro” e consiste in un’ irrefrenabile e insopportabile malinconia di epoche mai vissute. Midnight in Paris di Woody Allen, insegna. Per i giovani, come me, che amano la musica, l’epoca d’oro è, senza dubbio, i favolosi anni 70-80: nei nostri sogni epoca magica di concerti grandiosi, cantanti fenomenali, musica impareggiabile, stili di vita e profumi che, ahimè, non esistono più. E’, quindi, un’opportunità unica e speciale incontrare un artista che non solo ha vissuto quegli anni, ma che ha contribuito a renderli indimenticabili.

Per capire di chi parliamo citiamo il ritornello di una indimenticabile canzone: “I am the eye in the sky/Looking at you/I can read your mind“. L’avete riconosciuta? La cantava Lenny Zakatek, passato alla storia con il nome di “The Voice” e come vocalist principale di due delle band più in voga degli anni 80, The Alan Parsons Project e Gonzalez. Ora consacrato nella Hall Of Fame, come “The Legend of Vinyl”.

“Dal 2017 sono entrato nella Hall Of Fame, insieme ad altri artisti come i Village People – racconta Lenny – È la massima e la più alta consacrazione a cui un musicista può aspirare, è come se fosse il premio Nobel della musica. Sono onorato di questo importante premio.”

Parlare con lui è come essere catapultati in una dimensione magica, fatta di mondi carichi di nostalgia e di talenti. In occasione della sua visita a Bergamo per un progetto top-secret con il chitarrista bergamasco Massimo Numa allo studio Solid Groove alle Ghiaie, Lenny ha raccontato la sua vita, dei progetti futuri e dei ricordi del cuore. Con lui, anche Francesco Ferrua, architetto di professione, ma scrittore per passione, che ha dedicato gli ultimi anni alla stesura del libro, novità assoluta nel panorama editoriale musicale,  The Alan Parsons Project. L’occhio nel cielo – calco di una delle canzoni e degli album che ha consacrato gli Alan Parson Projet, “Eye in the Sky” – che, dagli inizi della carriera di Alan Parson e Eric Woolfson, racconta tutta la vita del gruppo che ha conquistato Francesco sin dal 1992. Tradotto in inglese e presto anche in tedesco!

Lenny mi porta indietro con lui nel tempo, nel viale di una vita formidabile e intensa – e che ha ancora molto da dire! -, carica di volti e luoghi che hanno fatto la storia della musica: Lyndsey de Paul e Dudley Moore – i giovani che hanno scoperto il talento musicale di Lenny, quando aveva solo 21 anni -; il noto locale londinese Gulliver’s, dove ha fatto, per la prima volta, conoscenza di Lyndsey che lo battezzò Zakatek, dal nome di un re atzeco perché du Platel, il vero cognome di Lenny, non era adatto alla musica; Wham!, Donna Summers, Billy Ocean e David Cassidy, tutti grandi artisti legali a Dudley.

Lei ha conosciuto tutti i più grandi artisti con cui ha condiviso anche il palcoscenico: con chi si è trovato meglio e con chi, invece, peggio?

“Il migliore, in assoluto, per me è un artista non molto famoso, ma i cui lavori sono conosciuti da tutti: Michael Kamen, grande musicista e compositore di colonne sonore dei maggiori film, da Highlander a X-Men, da Robin Hood, fino ad arrivare a lavorare con Coppola. Ho un ricordo molto bello di lui, è sempre stato un uomo estremamente generoso e amava il mio lavoro. Il peggiore? No, non Alan Parson – non mancano mai le risate con Lenny nel corso della nostra intervista – Non voglio parlare di una persona, ma più della peggiore esperienza musicale. Nella mia carriera sono sempre stato apprezzato molto in America, era lì la grande industria musicale e centro dell’innovazione e, anche se in Inghilterra i miei dischi alla radio e alla Bbc erano sempre il disco della settimana, ricordo con grande tristezza che i miei dischi non erano nei negozi perché gli inglesi non credevano in me e nei miei album. E’ stato il momento peggiore della mia carriera.”

Come è cambiata la musica in questi anni?

“Quando avevo 35 anni l’industria musicale iniziava a cambiare: incominciava a girare tutto attorno all’immagine, tutto era in base a come ti presentavi, mostravi, vestivi e pettinavi i capelli. La gente era impazzita. Ma la musica, quella non era cambiata né veniva intaccata. La tua capacità canora e musicale continuava a rimanere fondamentale ed è stato così anche per me: se io non riesco a cantare al meglio, non canto, sono cresciuto ascoltando grandi cantanti e sono sempre loro il mio punto di riferimento. Ora tutto è cambiato radicalmente: quando accendo la radio, tutte le canzoni sono uguali, non riconosco lo stile o il cantante. Sono tutti uguali e tutto viene perso in favore dell’industria musicale: è tutto un “Umbrella, umbrella”, “work work”. Tutto questo non è buono per gli artisti, perdono la propria identità. Sono stato produttore di tre delle band giapponesi più prolifiche – Tomoyasu Hotei, Miki Imai, Kumiko Yamashita – e amo il Giappone e giapponesi, ma anche da loro c’è la stessa tendenza. Di chi è la colpa? A mio parere dei concorsi musicali televisivo: XFactor e The Voice possono renderti famoso con una canzone, ma poi?”

Quali sono i concerti che ha fatto che non scorderà mai?

“Quello di ieri, a Forlì! – dice ridendo – No dai, è difficile scegliere, ho fatto più di 2mila concerti e ce ne sono molti nei miei ricordi. Quando sei giovane pensi che il tuo prossimo show sarà fantastico, perché sei giovane e ogni concerto è fantastico nella tua mente. Ho fatto cinque serate con Bob Marley and the Wailers: è stato assurdo. Erano venuti tutti a vedere Bob, non noi e per il fumo non riuscivi a vedere il pubblico! Che gran ricordo! Un altro: era il 1990 e per tre serate ho suonato in Belgio per “The Alan Parsons Project at Night of the Proms”, è un ricordo indelebile per me perché mia figlia è venuta con mia moglie e mi ha visto, è stato meraviglioso. L’ultimo è stato l’anno scorso a New York per il concerto ‘Saturday Night Fever’ insieme a numerosi altri artisti: c’erano 3mila persone nel pubblico, tutte lì a cantare a squarciagola, piangendo e ricordando queste canzoni indimenticabili, è stato bellissimo. Ricordo con grande nostalgia anche la premiere fatta in Argentina e Brasile con Alan Parson e Eric Woolfson: è stato bellissimo, abbiamo passati grandi momenti. Non ci sono mai più tornato…”

E ora? Cosa sta facendo Lenny?

“Sto collaborando con il più talentuoso dei chitarristi italiani – e ride, perché stiamo parlando di Massimo Numa e del loro progetto topsecret, ma noi siamo convinti che è il più grande chitarrista italiano! – E poi è appena stato pubblicato Love Letters e c’è il progetto di fare un album dei miei dischi, ma tutti in vinile, perché la qualità è decisamente migliore. Ma, prima di tutto, voglio continuare a fare concerti perché amo cantare alla gente e farla emozionare.”

Ha un cantante italiano preferito?

“Direi Zucchero. Per il Rock and Roll la lingua, di solito, è l’inglese. Il francese e l’italiano per le canzoni d’amore. Ma Zucchero, invece, è capace di andare oltre e spaziare in diversi stili. Mi dispiace che nessun cantante italiano emerga, adesso. Cantano sempre canzoni in altre lingue ed è un peccato. Appello ai giovani bergamaschi: venite fuori!”

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