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“Un ragazzo su due è vittima dei bulli: basta minimizzare la violenza”

"Smettiamola di minimizzare sempre tutto. Smettiamola con i “sì ma non fa niente” “si ma non è il caso”. E’ il caso invece, diamine se lo è"

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Sul dizionario al lemma “bullismo” viene affiancata la definizione di  una forma di comportamento sociale di tipo violento e intenzionale, di natura sia fisica che psicologica, oppressivo e vessatorio, ripetuto nel corso del tempo e attuato nei confronti di persone considerate dal soggetto che perpetra l’atto in questione come bersagli facili e/o incapaci di difendersi
Una bella definizione, liscia, precisa, puntuale.

Ma è il bullismo una definizione? Si può racchiudere un concetto così grande in sole quattro righe? Sappiamo davvero cosa esso sia? O ci nascondiamo dietro una definizione?
A scuola ci dicono sempre che, per capire davvero qualcosa, è necessario andare per ordine, partire dal principio perché spesso il significato proprio di una parola si trova racchiuso, nascosto, nella sua stessa radice.
“Bullismo”. Derivato da “bullo”. Bene. Anzi no. Chi è un bullo? Uno che “se la tira”? uno che “è figo”?

No. Un bullo è semplicemente una persona. Maschio o femmina che sia. Adulto o bambino. Niente categorie. Non servono. Nascondono e basta.
Il bullo non è solo quello che gira per i corridoi della scuola, per la palestra o su internet. E non per forza se la prende solo con i piccoli. Non vale la legge “superati i diciotto anni sarai assolutamente intoccabile”. No.
Bullo è colui che ti fa del male. Che ti picchia. Che ti aspetta appena giri l’angolo per rubarti la merendina perché “altrimenti te le suono”. Bullo è colui che ti insulta, che ti prende in giro se porti i capelli diversi da come vanno di moda, che ti minaccia.
Bullo è colui che si crede forte, migliore, ma che, sotto la maschera, è solo un agnello impaurito che gioca a fare il leone. E’ quello forte. Quello che “se ti becco ti spacco le ossa”.
Si crede migliore, potente, il re, il sovrano indiscusso che, se gli va oggi la passi liscia, ma se non si è alzato con la luna giusta, appena ti vede ti rompe il naso. Anche se non hai fatto niente. E nessuno dice nulla.

Nell’anno scolastico 2009-10, la percentuale di studenti di quinta elementare che dichiarava di aver subito atti di bullismo era pari al 37%. Trentasette bambini su cento in quell’anno hanno subito violenze da parte di altri bambini o ragazzi.
In italia, un ragazzo su due tra gli 11 e i 17 anni, ogni anno subisce atti di bullismo. Anzi, ragazza. Spesso le vittime sono proprio le ragazze, soprattutto alle scuole medie. Allo stesso tempo però, una su tre delle 15.000 vittime hanno dichiarato la presenza di una ragazza tra gli aggressori.
Dati da far gelare il sangue.

I lividi con il tempo passano, le cicatrici guariscono, ma l’umiliazione provata, la paura, il terrore di uscire di casa ti entrano nelle ossa, li senti ogni giorno ed è difficile farli stare zitti.
Ma loro parlano. E bisogna parlare. Subito. Immediatamente. Smettiamola di minimizzare sempre tutto. Smettiamola con i “sì ma non fa niente” “si ma non è il caso”. E’ il caso invece, diamine se lo è. Non si parte mai dalle cose grandi. Non si parte mai dalle minacce. Si parte dalle piccole prese in giro. Dagli sgambetti mentre cammini, contornati dalle risate dei compagni o dei colleghi troppo stupidi e codardi per difenderti.

Non importa quanto la minacccia del “se parli” possa essere spaventosa. Bisogna parlare. Il silenzio alimenta la paura, e la vostra paura alimenta loro. Alimenta il loro credersi migliori e il loro ritenersi in diritto si trattarvi in questo modo. Aveva ragione il Piccolo Principe: a togliere le erbacce si fa fatica, ma vengono via; a stradicare un baobab, per quanto si sia forti, non sempre si riesce e spesso il pianeta è già esploso.

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