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Candidati imposti per giochi politici: non è così che si migliora l’Italia - BergamoNews
Lo sguardo di beppe

Candidati imposti per giochi politici: non è così che si migliora l’Italia

È una necessità inderogabile cambiare in meglio quelle situazioni che rendono la vita dura a tanta gente che fatica a respirare perché immersa in una fanghiglia poco permeabile ad un gas vitale quale l'ossigeno, nella cui molecola sono incluse le soluzioni agli eterni problemi che permangono aperti.

“E poi… la nevicata del 56. Roma era tutta candida, così pulita e lucida, ma chi l’ha vista mai?”.

Così recitava il testo della canzone resa famosa dalla voce di Mimì. Alla stesura del testo aveva preso parte anche Franco Califano. Nulla è cambiato dalla nevicata del 56. Chi l’ha mai vista pulita Roma?

E quando dico pulita, non intendo dire solamente libera dall’immondizia. È lì che si concentrano i mali d’Italia, in massima parte. Intendiamoci, non è la città in sé o i Romani, popolo simpatico e burlone, che pregiudicano la situazione nazionale, bensì quel coacervo di persone e personalità che hanno scelto di occuparsi della, “RES PUBBLICA” e di tutte le situazioni che questo nome implica e che, nel tempo hanno fatto perdere smalto alla nazione e fiducia ai cittadini. Già nel ’56, prima della famosa nevicata che la faceva sembrare pulita e lucida, iniziavano a serpeggiare critiche allo stato di pulizia generale della città e alla manutenzione delle strade, benché il traffico fosse meno intenso e gli abitanti fossero in numero minore.

Sembra che sulla città, capitale della nostra nazione, si sia abbattuta una maledizione che la condanna al perdurare “eterno” dei problemi, dando conferma ad uno degli attributi che l’hanno da sempre connotata: eterna. E questa caratteristica dovuta a problematiche da sempre irrisolte, accompagna fatalmente il nome della nazione della quale si fregia del titolo di capitale. Si succedono i governi, arrivano anche i cosiddetti innovatori, quelli che dicono che ci salveranno dalle folgori e dalle tempeste della vecchia politica, ma nulla cambia, ovvero sì, essi stessi cambiano, assumendo in men che non si dica l’aspetto, il linguaggio ed il modo di agire del vecchio e criticatissimo popolo politico.

Il nuovo ed il vecchio si “intorcinano” in un amplesso al quale nessuna forza è mai riuscita a sottrarsi. Bastasse un viso nuovo a risolvere vecchi ed inveterati problemi, avremmo scoperto la ricetta universale per il rimedio a tutti i mali.

Promesse disattese sono cancellate e seguite da altre promesse promesse spropositate di paradisi dove scorreranno latte e miele e che dovrebbero costarci solamente 125 miliardi di euro all’incirca, somma della quale non avremo disponibilità nemmeno in un futuro ragionevolmente lontano. Annunciavo nel mio precedente scritto apparso su questo giornale, la morte della rappresentatività territoriale che dovrebbe connotare i candidati che parteciperanno alla prossima tenzone elettorale.

La conferma di questa incredibile anomalia che vede i candidati lontani dalle loro circoscrizioni naturali, è diventata certezza ormai da giorni.

A candidati del nord vengono assegnati collegi del sud e viceversa, dal centro ci si candida ai confini con l’Austria, il tutto senza che nessun cittadino possa esprimere attraverso il partito che sostiene, la sua opinione, diventata inutile desiderio da quando i partiti han perso quella caratteristica che li rendeva un po’ meno pesanti da digerire: le scelte democraticamente condivise. Oggi, sono nati tanti personaggini con tendenza alla monopolizzazione del potere all’interno dei partiti che in sfregio a qualsiasi concetto che abbia attinenza con la democraticità di una scelta, decidono chi e dove deve essere collocata una persona “raccogli voti”, con il risultato ineludibile di perdere altri consensi.

Raccolgo pareri del tipo: “Ma chi lo conosce questo/a?” Lo sconcerto più totale nasce dentro di me allorché, seduto ad un tavolo di persone che stimo e che reputo intelligenti ed esperte di democrazia e di politica, mi sento quasi definire alieno per aver sostenuto che le candidature non rispettano nessun criterio che abbia attinenza, anche solo lontana con la democratica condivisione. E per di più, sento coralmente condiviso il concetto che in politica bisogna scegliere “il meno peggio”.

Io mi conosco e so che di fronte ad affermazioni che ritengo concettualmente sbagliate, non riesco a tacere ed ottengo, in questo modo, il risultato di sempre, la messa in angolo, in castigo, come uno che di politica non capisce un accidente. Però i miei pensieri non si fermano ed elaborano ulteriori conclusioni. Mi dico: se si sceglie il meno peggio, vuol dire che la condizione generale del materiale a disposizione è già dichiarata e riconosciuta scadente.

E continuo a pensare.

Se continuano a pescare in un laghetto la cui acqua ha problemi, è certo che si dovranno scegliere tra i pesci i meno intontiti, quelli che hanno l’occhio ancora un po’ meno opaco. Ma son sempre malati, accidenti. Perché non cambiare laghetto e pescare nella società civile qualche pesciolino preparato, capace e addestrato, per mansioni ricoperte con successo, a prendere decisioni ponderate nell’interesse della collettività? Son così fuori dal mondo da ipotizzare una situazione di questo tipo?
Coralmente mi si dice di sì, che sono fuori dal mondo reale e che di politica non capisco nulla.

Devo dedurre da tutto questo, quindi, che a Roma va bene la Raggi, che il problema dello smaltimento dell’immondizia non si risolverà, che i mezzi pubblici con debiti e problematiche irrisolte da anni continueranno a restare così, che i treni dei pendolari non verranno mai presi in seria considerazione come mezzi di trasporto dignitosi e sicuri per persone che si recano sul posto di lavoro, che le buche nelle strade resteranno lì per mesi e mesi e così via. Eh no. Io non i arrendo.

Le strade come quelle che giornalmente percorro allenandomi allo slalom tra una buca e l’altra le trovavo dieci anni or sono in Romania, quando affrontavo quei percorsi per questioni di lavoro e che ora difficilmente ritrovo nello stesso stato. E mi nasce una domanda, forse ingenua, alla luce di quanto ho affermato prima: “Perché nei Paesi che si consideravano arretrati rispetto al livello di sviluppo dell’Italia, si vedono migliorare le cose, mentre da noi peggiorano su quasi tutti i fronti?”

Credo che le risposte siano contenute nelle parole scritte prima di queste righe e che non ripeto per non annoiare.

Vi confesso che sono un po’ demoralizzato da queste considerazioni che non discendono da un’indole pessimista della mia personalità, almeno credo, ma dalla constatazione e dall’analisi di quanto mi accade intorno.

Sottolineare le negatività che si riscontrano nella gestione di un Paese non significa essere disfattisti, cosa che qualcuno bisbiglia, o non essere esperti di politica, come qualche altra voce mormora.

Significa solamente riportare i fatti nella loro cruda realtà, sollevare i problemi che tutti vedono ma che non possono portare alla ribalta per stimolare gli eletti, pescati nel laghetto del meno peggio. È una necessità inderogabile cambiare in meglio quelle situazioni che rendono la vita dura a tanta gente che fatica a respirare perché immersa in una fanghiglia poco permeabile ad un gas vitale quale l’ossigeno, nella cui molecola sono incluse le soluzioni agli eterni problemi che permangono aperti.

Per cui, è più che necessario che si vadano a votare persone delle quali ci si fida, persone che si ritengono oneste e dotate della volontà di non raccontar cavolate e di fare al meglio quello che serve per far star meglio la gente che le delegherà alla soluzione delle numerose problematiche ancora irrisolte e continuamente rinviate alla responsabilità di coloro che li han preceduti.

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