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La Shoah a Bergamo: un percorso attraverso i luoghi simbolo

Il dovere di ricordare non può essere solo di unico giorno: oggi, vi proponiamo un percorso storico nella nostra città attraverso i luoghi simbolo del genocidio degli ebrei, affinché la memoria non svanisca

Ieri, 27 gennaio è stata la “Giornata della Memoria”, giorno in cui tutto il mondo ricorda le vittime del genocidio degli Ebrei ad opera dei regimi nazo-fascisti. Una strage che ha colpito anche alcune famiglie della nostra provincia e per questo motivo abbiamo scelto di visitare alcuni dei luoghi simbolo che sono stati toccati dal genocidio.

Furti e sequestri: Filiale del Credito fondiario della Cassa di risparmio delle province lombarde (CARIPLO), Bergamo

A partire dalle leggi razziali del 1938 ai cittadini di razza ebraica furono sequestrati numerosi beni, fra le quali preziosi, ma anche opere d’arte ed altri oggetti di valore. Attraverso l’ausilio dell’EGELI (Ente Gestione e Liquidazione Immobiliare) numerosi beni vennero sottratti e portati in luoghi sicuri come la filiale del Credito fondiario della Cassa di risparmio delle province bergamasche o la filiale del Banco di Roma, oppure finirono nelle mani di funzionari pubblici italiani o tedeschi. Come esempi nel primo caso ricordiamo i dipinti del Previati sequestrati a Rita Cavalieri Carpi, mentre nel secondo non dimentichiamo i quadri e gli oggetti artistici ritrovati nelle case di amici del duca di Bergamo a Carlazzo (CO) e Induno (VA) ed il mobilio ed i beni dell’ingegner Guastalla di Gazzaniga e dell’auto sequestrata a Villa Moroni di Ponte San Pietro in mano al capo del comando tedesco provinciale. Alla conclusione della guerra molti beni richiesti alla Prefettura vennero restituiti ai famigliari che ne avevano fatto richiesta, mentre di una parte di essi non se ne ebbe più traccia.

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Gli internati liberi: Clusone

Fra i luoghi adibiti come centri di prigionia per gli ebrei detenuti non esistevano soltanto campi di concentramento e carceri, ma piccoli centri come Clusone. Tale tipologia di detenzione riguardava gli internati liberi, ebrei stranieri rifugiatisi in Italia fra il 1938 ed il 1943 e spostati in alloggi posti in comuni più piccoli per via della mancanza di spazio nei campi di concentramento già presenti, in particolare quelli del Sud Italia. Un caso su tutti è quello del campo di concentramento di Ferramonti, provincia di Cosenza, dove si attestava la presenza di ebrei arrestati dopo l’emissione del decreto del 15 giugno, legato all’entrata in guerra dell’Italia a fianco della Germania. In provincia di Bergamo il numero di individui coinvolti si attestava all’incirca sui 136 casi sparsi fra Albino, Almenno San Salvatore, Bergamo, Branzi, Casazza, Ciserano, Gandino, Gromo, Ponte Nossa, Rogno, Sant’Omobono Imagna, San Giovanni Bianco, Sarnico, Serina, Sovere, Treviglio, con la presenza più consistente è nella comunità di Clusone, con ben 24 persone alloggiate provenienti da diversa nazionalità. Germania, Polonia, Jugoslavia, Ungheria, Cecoslovacchia ed Austria erano alcuni dei luoghi d’origine, diverse le storie che li hanno portati nella cittadina seriana : troviamo persone provarono la fuga verso la Palestina attraverso la Libia ed fu arrestato, chi provò la via dei Balcani ma non ci riuscì, tutti accomunati dallo stesso destino: il passaggio nei campi di concentramento del Sud Italia e l’internamento. Per alcuni aspetti la vita dell’internato poteva esser considerata migliore di quella svolta all’interno di un campo di concentramento : gli ospiti potevano usufruire della carta annonaria per ottenere la razione di cibo e vestiti spettante, era permesso loro ricevere visite da parenti anche se solo su autorizzazione, inoltre esisteva la possibilità di libere uscite all’interno del paese o di svolgere visite ospedaliere in caso di necessità. Una vita che si potrebbe definire normale per l’epoca, se non fosse per alcuni problemi come la mancanza di cibo in gran parte delle famiglie, il possesso di vestiti inadatti per la stagione fredda, l’obbligo di uscita fissata non prima dell’Ave Maria mattutina e di entrata non più tardi dell’Ave Maria serale, oltre all’impossibilità di uscire dal paese, senza previa autorizzazione. Il controllo degli internati era abbastanza labile, tanto che alcuni di loro erano in grado di lavorare, come è il caso della pellicceria della famiglia Diwald, mentre altri si muovevano senza autorizzazione verso Bergamo e Milano. L’esperienza degli internati liberi si concluse con il 1943 quando, con l’inizio della Repubblica Sociale di Salò, gli ebrei presenti si rifugiarono in montagna oppure fuggirono in Svizzera, mentre coloro che non ce la fecero, vennero deportati a Fossoli, prima di esser trasferiti in Germania.

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La detenzione: Carceri di Sant’Agata, Bergamo

Dopo esser stati arrestati, uno dei punti di transito per gli ebrei bergamaschi era quello delle Carceri di Sant’ Agata. La struttura, posta nella parte alta della città di Bergamo e ricavata dall’antico monastero carmelitano, ospitava all’epoca le carceri del capoluogo di provincia orobico e, durante la Seconda Guerra Mondiale, venne utilizzato anche come luogo di detenzione sia per oppositori al fascismo, come nel caso del poeta siciliano Salvatore Quasimodo, sia come centro d’attesa per i detenuti di religione ebraica in attesa di esser spostati a Milano, nel Carcere di San Vittore. Da lì molti di loro raggiungeranno raggiungeranno i campi di concentramento tedeschi partendo dalla Stazione Centrale, in particolare dal Binario 21, passato alla storia come il “binario invisibile”.

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Il campo di concentramento: Campo 62 di Grumello al Piano, Bergamo

Sulla vicenda del Campo 62 situato in località Grumello al Piano a Bergamo possiede molti dubbi in quanto, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, le notizie su di essa scarseggiano. Il passaggio del controllo dalle mani degli italiani a quella dei tedeschi ha trasformato un campo finora adibito alla prigionia di soldati alleati ad un vero e proprio campo di concentramento ove erano internati nella stragrande maggioranza italiani renitenti alla leva e rastrellati destinati ad esser portati in Germania, accanto ad alcuni soldati stranieri rimasti prigionieri nel campo dopo l’8 settembre. Tutto ciò ci fa pensare che nel campo fossero presenti alcuni italiani di razza ebraica, radunati lì prima di raggiungere i campi di sterminio presenti sul territorio tedesco. Nonostante le torture compiute dai soldati tedeschi, le condizioni sembrarono migliorare rispetto al precedente periodo italiano e lo si può osservare dall’alimentazione“sana e decente” basata su “pane, brodaglia e zuppa di patate”, come hanno raccontato alcuni testimoni. Secondo le esposizioni giunte fino a noi gli ospiti di nazionalità italiana lavoravano all’interno dell’aeroporto militare di Orio al Serio ed alloggiavano all’esterno di esso, discorso diverso per i soldati di nazionalità straniera che erano adibiti alla manutenzione del campo, i quali alloggiavano nelle baracche all’epoca ancora agibili. Da non dimenticare il fenomeno della borsa nera, con alcuni abitanti che vendevano illegalmente prodotti alimentari ai prigionieri posti in condizione comunque precarie.

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Foto tratta dal sito http://www.campifascisti.it/

Il caso: Istituto “Don Luigi Palazzolo”, Torre Boldone

Fra i casi più efferati di violenza attuati nei confronti della comunità ebraica bergamasca va sicuramente inserito quello dell’Istituto “Don Luigi Palazzolo” di Torre Boldone, all’interno del quale il 10 maggio 1944 si svolse una retata dei Carabinieri che portò all’arresto di 6 ebrei nascosti fra le mura dell’istituto e di don Tranquillo Della Vecchia, assistente spirituale della struttura. La colpa imputata ai 6 ebrei (tre dei quali di nazionalità greca) era di esser trattati meglio degli altri ospiti dell’istituto adibito come ricovero oltre che come orfanotrofio, come denunciato da un ospite. I sei arrestati erano tutti di religione ebraica, erano giunti all’istituto dopo esser fuggiti da Milano per evitare le retate fasciste in corso in quel periodo nella città meneghina e si erano presentati suor Anastasia Barcella, madre superiora delle Poverelle, e don Tranquillo Della Vecchia con documenti falsi che avevano inizialmente ingannato i religiosi. Con l’avvento della Pasqua, come si legge nell’interrogatorio di Giuseppe Weinstein (uno degli ebrei tratti in arresto), i religiosi compresero che erano di fronte a persone di religione ebraica, in quanto non partecipanti alle funzioni.
La denuncia giunta in prefettura, il ritrovamento di documenti falsi ottenuti da un fantomatico ambulante milanese e le confessioni dei sei arrestati bastarono per segnare per sempre i destini di Vittorio, Mario, Guido Nacamulli e Giuseppe Weinstein, Oscar Tolentini e Gustavo Corrado Coen Pirani, morti nei campi di concentramento fra Auschwitz e Buchenwald. Per don Tranquillo Della Vecchia e suor Anastasia Barcella le cose andarono un po’ meglio, con il sacerdote che fu condotto nelle carceri di San Vittore a Milano e, dopo aver subito angherie di ogni genere, fu trasferito in un campo di internamento a Cesano Boscone, mentre per la suora ci fu la salvezza all’interno la Casa Cantoniera di Castione della Presolana.

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La fuga: Villa di Lydia Gelmi Catteneo, Ponte San Pietro / Passo San Marco

Dopo il 1943 l’unica possibilità di salvezza per gli ebrei presenti nel Nord Italia era quella della fuga, e per fuggire la disponibilità di persone pronte a proteggerli con documenti falsi e con alloggi in grado di nasconderli all’autorità. Un’impresa non facile, ma attuabile grazie alla volontà di alcune persone come Lydia Gelmi Cattaneo, prima bergamasca ad essere insignita dell’onorificenza di “Giusto fra le nazioni” nel 1974. Nella sua casa di Ponte San Pietro in Via Vittorio Emanuele II ha ospitato un elevato numero di ebrei in fuga presi a Bagnocavallo (FC), dove buona parte di loro si nascondevano, ed essi venivano nascosti prima di portarli in Svizzera grazie ad una rete di suoi conoscenti. Altro punto simbolo della fuga verso la salvezza è il Passo San Marco, valico che unisce la provincia di Bergamo a quella di Sondrio. Lì gli ebrei nascosti nelle valli bergamasche passavano il confine e raggiungevano Tirano per poi prendere la via verso la neutrale Svizzera. Moltissimi ebrei residenti in Bergamasca ottennero la salvezza grazie alla fuga, anche se non per tutti ci fu un epilogo positivo a causa della denuncia di alcuni contrabbandieri in cerca di guadagni facili.

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