L'opinione

Nella ricca Lombardia si muore ancora sul treno dei pendolari

A Pioltello perdono la vita tre donne, ma vittime sono i pendolari, cittadini di serie B, che ogni giorno salgono su mezzi inaffidabili e sovraffollati, pur pagando costosi biglietti

Due minuti di terrore, conclusi con uno spaventoso schianto. Tre donne perdono la vita. Ma il bilancio avrebbe potuto essere molto più pesante. Dei 350 passeggeri a bordo tanti rimangono feriti, anche in modo grave. Anno 2018, nella ricca Lombardia. Dove si può morire ancora mentre si è a bordo di un treno. Per andare al lavoro o a scuola.

Ida Milanesi, 61 anni, Pierangela Tadini, 50, e Giuseppina Pirri, 39. Le prime due sono bergamasche, di Caravaggio e Misano, l’altra è cremonese, di Capralba. Sono i nomi di chi non è uscito vivo dal disastro ferroviario di Pioltello, dove il Regionale 10452 di Trenord, partito alle 5.32 da Cremona, alle 6.57 è deragliato a causa di un cedimento strutturale di 20 centimetri del binario su cui viaggiava. Il convoglio ha poi proseguito la corsa per due chilometri con alcune ruote fuori dalle rotaie, prima che una delle tre vetture centrali impattasse un palo della trazione elettrica e si accartocciasse.

Però le vittime sono molte di più. Perché c’è anche chi viene colpito nell’anima. Non solo chi si trovava a bordo ha vissuto da vicino il dramma e non se lo scorderà per tutta la vita. Ma anche chi, ogni giorno, sale su un treno come quello per raggiungere il posto dove lavora o studia. E nonostante questa paurosa tragedia sarà costretto a continuare a farlo. A proprio rischio e pericolo.

Eppure sembra assurdo che in una delle zone più benestanti d’Italia come la nostra, e in un’epoca in cui ormai tutto è – o meglio, dovrebbe essere – all’avanguardia come quella in cui stiamo vivendo, accadano ancora episodi simili.

Le cause e le responsabilità saranno stabilite da chi di dovere. Ciò che balza all’occhio è che mentre vengono realizzate sempre più linee ad alta velocità, costosissime e riservate a chi può permetterselo, i treni “comuni” – con biglietti e abbonamenti comunque onerosi – finiscono nel dimenticatoio, con corse spesso in ritardo e carrozze sovraffollate. Spesso sono freddi d’inverno e afosi d’estate. A volte maleodoranti. O addirittura deragliano. Come se i pendolari fossero cittadini di serie B.

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