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Lo sport come palestra di vita: può il conflitto essere educativo?

Ciò che però spesso non viene preso in considerazione è il fatto che il conflitto sia un elemento essenziale, tanto nello sport quanto nella vita

«Il conflitto all’interno dell’ambito sportivo è naturale; in fondo, lo sport è una palestra per la vita». È stato questo il fil rouge che ha guidato il primo di due incontri tenutosi lunedì 22 gennaio presso la Sala della Comunità dell’oratorio di Grassobbio. Relatore dell’incontro Marcello Mossali, educatore dell’UPEE – Ufficio Pastorale Età Educativa – e del CSI di Bergamo, che ha organizzato due serate interamente dedicate all’aspetto relazionale allenatore-giocatore.

Il tema del conflitto è uno di quelli che più preoccupa gli allenatori, poiché mette alla prova sia i ragazzi coinvolti nel conflitto, sia gli educatori che lo devono mediare trovando soluzioni rapide ed efficaci che portano obbligatoriamente ad una crescita personale. Ciò che però spesso non viene preso in considerazione è il fatto che il conflitto sia un elemento essenziale, tanto nello sport quanto nella vita: obbliga gli allenatori a mettere in atto strategie utili nei tempi e nei luoghi dovuti, e aumenta i livelli di empatia ed intimità fra loro e i giocatori.

«L’importanza del conflitto – spiega Mossali – dipende dalla capacità che l’educatore ha nel saperlo gestire: se riesce ad avere una reazione positiva, allora ci sono delle buone possibilità che esso diventi educativo; se non lo si riesce a gestire, invece, si rischia di rompere il rapporto costruito fra allenatori/società e giocatori/genitori».
Si è poi rivolta l’attenzione alle cause per cui si viene a creare un conflitto. Le motivazioni, tra cui la mancanza di obiettivi chiari e la multietnicità che ormai caratterizza trasversalmente tutti gli sport, sono molto ampie ma le principali sono due: il rispetto delle regole, siano esse di gioco, di squadra o societarie, e la gestione tecnica della squadra o dei singoli, che può mettere in discussione la figura dell’educatore per i modi in cui si pone.

Nel corso della serata sono stati poi formati quattro gruppi e all’interno di essi si è discusso dell’esperienza di ciascuno, indicando tre situazioni in cui si ha assistito ad un conflitto e una possibile soluzione per ciascuno di essi. Marcello Mossali ha poi dato una lettura pedagogica di ciascuna situazione emersa delineando tre passaggi da seguire per essere in grado di gestire i conflitti.
Il primo riguarda l’autoconsapevolezza emozionale, ossia la capacità di gestire sia le proprie emozioni che quelle provate dagli altri. Fra tutte le emozioni, il conflitto spesso nasce dalla paura: la paura della colera dell’altro, la paura di essere rifiutati, la paura di mettersi in discussione, la paura di ascoltare le opinioni altrui e di ascoltare se stessi.

Il secondo passaggio prevede l’ascolto attivo-empatico, ossia la capacità che ciascuno deve avere per calarsi nei panni dell’altro. Per far ciò, è importante che ci sia una buona comunicazione con l’altro, per raccogliere gli elementi necessari per provare a vivere la situazione dal punto di vista di chi abbiamo di fronte.

L’ultimo passaggio è infine la gestione creativa, ossia la capacità che ognuno di noi deve avere nel mettersi in discussione e nel prendere in considerazione la possibilità che esistano delle soluzioni non colte o che penso non appartenere a me nonostante siano le migliori. Per far ciò, bisogna saper ascoltare non solo con le orecchie bensì anche con gli occhi e col cuore, e bisogna sapere sfruttare due elementi essenziali: l’ironia e l’autoironia, che abbassano lo stress e permettono di controllare meglio il gruppo.

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