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Come diventare giornalisti: l’albo, l’ordine e i doveri deontologici

Luca Samotti, giornalista pubblicista, relatore d'eccezione di questa lezione, risponde alla domanda più importante: come diventare giornalisti?

Dopo la pausa natalizia, riprendono gli incontri della Bergamonews Academy: oggetto della lezione del 11 gennaio sono stati l’ordine dei giornalisti ed i doveri che conseguono all’ascrizione all’albo. Luca Samotti, giornalista pubblicista, relatore d’eccezione di questa lezione, risponde alla domanda più importante: come diventare giornalisti?

La sola ed unica via per essere riconosciuti giornalisti è quella di essere iscritti regolarmente all’albo: realtà solitaria nel panorama europeo, l’Italia è attualmente l’unico Stato a prevedere, per legge, un ordine dei giornalisti. Le ragioni di tale eccezionalità si trovano nella storia del nostro paese: nato nel 1925, in pieno periodo fascista – in cui la stampa fu totalmente asservita ai fini del regime -, l’albo è rimasto in vita anche dopo la caduta di questo come forma di riconoscimento pubblico e di tutela per i giornalisti. Successivamente, con la legge 69/1963, venne istituito l’ordine dei giornalisti, ente pubblico avente la funzione di vigilare sul corretto svolgimento della professione da parte degli iscritti all’albo.

L’albo è suddiviso in due sezioni: quella dei professionisti e quella dei pubblicisti. Sono professionisti coloro che esercitano in modo esclusivo e continuativo la professione: ed è proprio il concetto dell’esclusività a distinguere il professionista dal pubblicista. Altro requisito differenziante sono le modalità di accesso alle due sezioni dell’albo: per diventare professionista è necessario portare a termine un periodo di 18 mesi di praticantato in una testata riconosciuta dall’ordine, propedeutici all’accesso all’esame di Stato.

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Il legislatore del ’63 aveva pensato alla figura del pubblicista quale soggetto impegnato in attività giornalistica che, pur essendo non occasionale e retribuita, non rappresenta la prima forma di impiego e sostentamento. È il caso del medico che cura una rubrica di salute in un quotidiano o del docente universitario che si presta periodicamente alla scrittura di articoli a sfondo accademico. Per diventare pubblicista è necessario provare la collaborazione continuativa per due anni con una testata, di aver scritto almeno 65 articoli con un guadagno di almeno 2 mila euro per il servizio prestato. Di recente, l’ordine ha poi introdotto una prova orale in cui il candidato deve dar prova di conoscere i precetti deontologici della professione giornalistica.

L’altra via percorribile è quella della scuola di giornalismo, un master biennale approvato dall’ordine ed idoneo per sostenere l’esame di stato: se da un lato questo percorso offre periodi di stage nelle più prestigiose testate italiane, dall’altro comporta un costo tutt’altro che irrisorio, costo che non tutti gli aspiranti giornalisti possono permettersi.

Bisogna anche considerare che entrambi, professionisti e pubblicisti, sono sottoposti alle medesime regole del codice deontologico – per i tecnici del settore, codice deontologico relativo al trattamento dei dati personali nell’esercizio dell’attività giornalistica – , adottato dal Consiglio Nazionale dell’ordine dei giornalisti. In questo testo normativo sono racchiuse le regole che ogni buon giornalista dovrebbe osservare, prima fra tutte la tutela della dignità umana prevista dall’art. 8 del codice in cui si legge che “salva l’essenzialità dell’informazione, il giornalista non fornisce notizie o pubblica immagini o fotografie di soggetti coinvolti in fatti di cronaca lesive della dignità della persona, né si sofferma su dettagli di violenza, a meno che ravvisi la rilevanza sociale della notizia o dell’immagine ”.

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Andando al di là del dettato della norma, che potrà sembrare di non facile lettura per i non giuristi, quello che è importante rilevare è che la dignità della persona viene prima di ogni libertà di espressione e di ogni diritto di cronaca. Questo, insieme all’essenzialità e veridicità dell’informazione, è uno dei precetti che il giornalista deve sempre e comunque osservare nel proprio lavoro. Ad esempio, proprio in virtù del principio di tutela della dignità umana, non possono essere fatte circolare foto di persone in stato di detenzione (salvo consenso dell’interessato) o con ferri e manette ai polsi.

In considerazione del fatto che il giornalista opera nella realtà quotidiana sotto ogni punto di vista, il codice si preoccupa di tutelare i soggetti più deboli, come i minori. “Il diritto del minore alla riservatezza deve essere sempre considerato come primario rispetto al diritto di critica e di cronaca”: non solo non devono mai essere pubblicati i nomi dei minori coinvolti in fatti di cronaca, ma bisogna anche prestare attenzione a non rivelare particolari in grado di condurre alla loro identificazione.

Il giornalista, come il medico, è tenuto al segreto professionale per quanto riguarda le proprie fonti che vanno sempre protette e tutelate.

Le informazioni non devono essere ottenute tramite artifizi e raggiri: il giornalista deve presentarsi e dire chiaramente il motivo per cui sta raccogliendo dei dati.

Da ultimo, ma non per importanza, Samotti ricorda che il giornalista deve sempre stare attento a ciò che dice o scrive: confondere la figura dell’indagato, dell’imputato o del condannato sono errori che possono avere deleterie conseguenze per la reputazione del soggetto in questione. Ogni parola è importante ed ha un potere incredibile: uno stesso fatto può essere posto al lettore in modo differente, mettendo in risalto vari punti di vista.

Le parole hanno peso e valore, sta noi “giornalisti del futuro” prenderne coscienza e imparare ad usare nel modo corretto.

Foto di Richard Angioli

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