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“Università gratuita? Solo agli studenti meritevoli che vincono un concorso pubblico”

L'opinione di un giovane laureato in Giurisprudenza all'articolo "Aboliamo le tasse universitarie: siete d'accordo?"

L’opinione di Francesco Contu, un giovane laureato in Giurisprudenza all’articolo “Aboliamo le tasse universitarie: siete d’accordo?”

Desidero offrire pubblicamente il mio personale contributo al dibattito politico sulle sorti dell’Università e della Ricerca, in vista della ormai prossima tornata elettorale.
L’ottica di chi scrive è quella di un giovane laureato magistrale in Giurisprudenza, alle prese – come tanti suoi colleghi – con tirocini professionali presso enti pubblici e studi privati, con la preparazione di importanti concorsi ed esami di Stato, con le grandi incognite e l’autentica inquietudine che innegabilmente ne derivano. Non essendo dunque imparziale rispetto al tema in oggetto, né tantomeno disinteressato, non intendo certo proporre un’analisi con pretese di oggettività ed esaustività sull’argomento.

Mi limito a chiedere a Pietro Grasso e a Pierluigi Bersani, a titolo di potenziale elettore, come possano elogiare compiaciuti, nei loro documenti programmatici, il concetto stesso di “università di massa” (Bozza di documento istruttorio – Gruppo di lavoro su università e ricerca, 16 dicembre 2017). Perché mi sorprendo di fronte ad affermazioni, riportate nero su bianco nei documenti medesimi, quali: “la crisi, l’aumento delle tasse e il numero chiuso hanno vanificato l’accesso di massa all’istruzione universitaria”.
Sarà sicuramente vero che l’Italia ha un numero di laureati inferiore alla media europea.

Rimane il fatto che il 30% dei laureati magistrali italiani è disoccupato ad un anno dal titolo, e che il tasso di occupazione è in diminuzione di sei punti percentuali a cinque anni dalla laurea (Rapporto Almalaurea 2017).
Per tacere poi delle tipologie di assunzione, delle retribuzioni lorde medie, della pertinenza del lavoro rispetto al percorso di studi.
Ora, un movimento che si richiama all’articolo 1 della nostra Costituzione non può prescindere da questi dati e aspettarsi di essere preso sul serio quando propone, come ricetta risolutiva, un ulteriore ampliamento concertato della platea dei laureati (successivo alla riforma del 3+2).
La Repubblica Italiana è fondata sul lavoro, non sull’istruzione terziaria. Il primo è diritto costituzionale e dovere morale di ogni cittadino (art. 4), la seconda è garantita ai “capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi” (art. 34).

Vogliamo davvero rendere un servizio a buona parte dei giovani disoccupati di questo Paese?
Applichiamo il numero chiuso a tutti i corsi universitari, parametrato alla capacità occupazionale pubblica e privata di ciascun settore, ed alla sua spendibilità in ambito accademico e di ricerca. 

Qualcuno potrà obiettare che, così facendo, si rischierà davvero di estromettere dall’istruzione universitaria le persone provenienti da famiglie meno agiate, le quali non possono permettersi di aspettare mesi o anni in attesa del superamento di un esame di ammissione.
Io sono invece convinto che sia proprio l’incertezza dell’investimento in formazione universitaria, dovuta soprattutto alle attuali politiche di iscrizione, a scoraggiare tanti studenti, potenzialmente brillanti, dall’intraprendere un corso di studi di terzo livello.
Che cambi piuttosto l’approccio al problema.
Desideri che, conseguita la maturità, lo Stato investa anche sulla tua formazione terziaria? Dimostra prima la bontà di questo investimento, vincendo un concorso pubblico uguale per tutti. 

A queste condizioni potranno sì esserti garantiti iscrizione gratuita, alloggio universitario, reali agevolazioni per vitto e spese di istruzione, fino – ove occorra – alla completa gratuità.
Non riesci al primo, al secondo, al terzo tentativo?
Ce ne saranno un quarto, un quinto e un decimo, per ogni facoltà universitaria. Ci si può riuscire, a qualsiasi età.
Nel frattempo puoi lavorare, produrre ricchezza per te e per gli altri, e riservarti tutto il tempo che ti serve per guardarti intorno e – perché no – valutare strade nuove, ad un’età in cui hai certamente più possibilità di cambiare idea senza eccessivi stravolgimenti.

L’alternativa, comune a tanti dei “pochissimi” laureati italiani, potrebbe essere quella di doverlo fare, malvolentieri, con dieci o quindici anni di ritardo.

Pur nel rispetto di un’opinione diametralmente opposta alla mia, cui riconosco il merito della chiarezza espositiva e dell’onestà intellettuale, la ritengo gravemente lesiva del diritto al lavoro e, in definitiva, dannosa per l’intera collettività.
E, di certo, non meritevole del mio voto.

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