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Iran, sconfitta la rivolta; industriale bergamasco: “Paese bloccato da petrolio e religione” - BergamoNews
Brevi, omb valves spa

Iran, sconfitta la rivolta; industriale bergamasco: “Paese bloccato da petrolio e religione”

Simone Brevi, amministratore delegato della Omb Valves Spa di Cenate Sotto, dà una lettura del Paese persiano al centro da giorni di una violenta rivolta.

L’Iran visto da vicino. Lo racconta un imprenditore bergamasco di successo, Simone Brevi, amministratore delegato della Omb Valves Spa di Cenate Sotto (leggi qui). Perché l’internazionalizzazione delle aziende bergamasche nel mondo non è solamente investimenti, ma analisi, studio, comprensione di un Paese. E se l’Iran in passato era uno dei mercati privilegiati dalla Omb Valves Spa, società che produce valvole per le tubazioni del petrolio, oggi non è più così. La tanto attesa ripresa dopo la rimozione delle sanzioni e dell’embargo, rimosso grazie agli accordi con il presidente Usa Barack Obama, non c’è stata.

“L’Iran è stato un mercato importatissimo per la nostra azienda fino al 2005, poi con l’arrivo al potere di Ahmadinejad e l’inizio delle sanzioni il mercato iraniano ha perso molto della sua importanza. Abbiamo atteso che gli accordi con il presidente degli Usa Obama cambiassero le cose, ma se da una parte sono state tolte le sanzioni, dall’altra l’Iran non è stato ammesso alla piattaforma swift che serve più di 11.000 istituzioni finanziarie e aziende in oltre 200 Paesi. Ossia noi come impresa possiamo lavorare in Iran, ma l’Iran non riesce ad accedere ai miei conti per versare gli importi. Quindi le imprese estere di fatto non lavorano con l’Iran perché corrono il rischio di non incamerare i soldi”.

Perché l’Iran non è stato ammesso a questa piattaforma?
“Perché la piattaforma swift è gestita in gran parte da banche americane. Quindi molte aziende che attendevano la fine delle sanzioni in Iran sono rimaste deluse. Perché è mancato un passaggio. Oggi le uniche aziende che riescono e possono lavorare in Iran sono quelle legate a società iraniane che hanno delle basi commerciali in Europa e che rispondono al diritto tedesco o olandese”.

Quindi l’Iran è rimasta una promessa economica mancata?
“Per molte aziende sì, purtroppo. Non si sono avverate quelle condizioni che tutti attendevano da anni. Nel frattempo il mondo è cambiato. Non si deve dimenticare che il petrolio è in mano al governo e le prime risorse finanziare che sono arrivate al governo sono state dirottate su progetti come l’acquisto di una flotta aerea, le turbine elettriche… ossia tutti quei campi che erano stati danneggiati dall’embargo. L’Iran poi sconta tutti i difetti dei paesi forti produttori di petrolio. Da una parte è una grande risorsa, dall’altra è una disgrazia”.

Perché?
“Questi Paesi usano il petrolio come strumento di potere. C’è molto nepotismo. E questa è una disgrazia, perché finora quei soldi servivano per tenere a bada una fetta della popolazione, in particolare delle città. Mentre la popolazione delle campagne subisce molto il peso della religione. Ci sono due fattori che sono emersi in questi anni: la popolazione che conta oltre 90 milioni di persone perlopiù giovani, dall’altra la mancanza di introiti, perché il prezzo del petrolio è sceso e non c’è più la certezza che ci siano i soldi del passato. Infine c’è un fattore che spesso si dimentica in Occidente: gli iraniani non sono arabi, non hanno la mentalità araba. Sono persiani. Molto vicini alla nostra cultura. Hanno un’industria strutturata, molto progredita che permetterebbe loro di essere davvero un grande Paese”.

Che cosa blocca allora oggi l’Iran?
“Le rivolte di questi giorni sono dovute alla grande presenza di giovani che non si accontentano più di aspettare, non hanno uno sbocco sul mercato del lavoro e chiedono di essere protagonisti. In particolare ai giovani delle città non basta più stare tranquilli perché ci sono i soldi del petrolio. Sono giovani che hanno studiato all’estero e che si sentono molto vicini al progresso, all’Occidente. L’Iran purtroppo oggi è bloccato da una parte dal petrolio e dall’altra dalla religione. La progressione dell’Islamismo e del controllo religioso è un freno allo sviluppo del Paese. La forte difficoltà economica ha spinto i giovani per strada. Per ora la rivolta è stata sedata, ma non so quanto potrà durare ancora questa situazione”.

Tornerà o tornerebbe ad investire in Iran?
“Oggi il mercato iraniano è andato assottigliandosi, per noi è pari a quello della Tunisia, mentre 15 anni fa era il nostro secondo o terzo mercato. Inoltre nel frattempo abbiamo sviluppato accordi e commesse con Arabia Saudita, un altro grande Paese che sta cambiando, e gli Usa che stanno spendendo tanto. E anche per riguardo a questi due importanti clienti, non investirei in Iran per non suscitare screpolature nei nostri rapporti commerciali.

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