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Donare il sangue, una scelta che tutti i giovani dovrebbero fare - BergamoNews
La testimonianza

Donare il sangue, una scelta che tutti i giovani dovrebbero fare

"Questa volta non ho potuto donare perché la lancetta diceva che ero troppo magra per farlo, ma continuerò a donare e raccontare la bellezza di dare 450 ml di sé"

Nei giorni scorsi ho ricevuto la mail di convocazione per la mia sesta donazione di sangue. Avrei dovuto farla stamattina alle 8 e avrei tanto voluto, ma -ahimé- non è stato possibile.

Prima di entrare nei dettagli, è doverosa una digressione.

2014, qualche mese prima del mio diciottesimo compleanno

Da qualche anno sono impegnata nel volontariato: rendermi disponibile per le varie attività vuol dire mettermi in gioco, offrire il mio tempo libero alle necessità della comunità di cui faccio parte; perché sento che non mi basta abitare qui, voglio vivere il mio ambiente e contribuire a renderlo migliore, anche a costo di qualche sacrificio. Aiutare gli altri senza necessariamente ricevere qualcosa in cambio è, infatti, un’idea che mi ha sempre affascinata e che sta diventando un vero e proprio impegno. A volte, incredula verso me stessa, mi domando come posso sentire il bisogno di impiegarmi per chi mi circonda senza ottenere dei favori, ma non trovo risposte e probabilmente neppure le desidero. È semplicemente un meccanismo spontaneo, inspiegabile, è un dovere morale che nasce senza imposizioni e, soprattutto, è gratuito. Tanta semplicità mi incanta perché penso non nasca solo dalla volontà di restituire un po’ di quello che si ha ai luoghi e alle persone che hanno contribuito alla propria formazione; penso sia piuttosto un’esigenza tanto profonda da non concedere spiegazioni logiche. Forse è tutto dovuto al fatto che mettersi a disposizione degli altri, sebbene a volte possa essere faticoso, porta una gioia immensa, senza veri perché razionali e per questo più autentica; probabilmente, però, neppure questa motivazione è sufficiente. Sta di fatto che, per me, è semplicemente e, probabilmente, banalmente un desiderio naturale, nel senso che sorge spontaneamente. Tanta naturalezza mi ha portato a sviluppare un pensiero rispetto ad alcune associazioni di volontari, come l’Aido: una volta morta, cosa me ne potrò fare dei miei organi? A cosa potrà servirmi il mio corpo se non a putrefarsi? E se invece, lontano dal “me” e dai “miei”, dal “mi” e dal “mio”, vi sarà qualcuno che avrà bisogno di organi per avere una possibilità di continuare quella straordinaria vita che io avrò ormai perso; perché non donargli i miei? Non ho mai trovato altre possibili argomentazioni a questo tema, quindi ho deciso irremovibilmente che tra pochi mesi, quando compirò 18 anni, mi iscriverò all’Aido per rendere pubblica la mia decisione.

Pensandoci, ci sarebbe anche l’Avis… Però, no! L’Avis proprio no: non se ne parla proprio di farmi bucare! Chi me lo fa fare di andare periodicamente in ospedale e sottopormi ad una “puntura”, e magari stare pure male? No, proprio no!

Non me la sento… Eppure…

Eppure, qualche giorno fa è venuto quel signore a scuola a parlarci dell’Avis e il suo intervento è stato molto interessante. Ormai è anziano e non può più donare, eppure ce ne ha parlato con così tanta enfasi che probabilmente si sarebbe messo a disposizione anche in quel momento, per l’ennesima volta, se avesse potuto. Eppure ci ha spiegato ogni cosa così tranquillamente, specificando come funziona, quali sono i requisiti, quali i vantaggi; sembrava fosse così semplice, un gesto così banalmente facile. Eppure, nonostante le sue centinaia di donazioni, era così entusiasta ed energico; forse non è poi tutto questo gran problema, forse basta affrontare una piccola paura per regalare un dono così speciale da dare vita non solo a chi lo riceve, ma anche a chi lo offre. Eppure il sangue è necessario in così tante occasioni, ne servono tante sacche anche per brevi interventi chirurgici, ce n’è così tanto bisogno nel nostro Paese che un po’ del mio magari potrebbe essere utile…

Giovedì 11 settembre 2014

Sono maggiorenne solo da 8 giorni, ma sono così convinta che non ho voluto aspettare: come desideravo, mi sono appena iscritta all’Aido.

Ho appena firmato anche per l’Avis. Tra un po’ mi verrà assegnato un appuntamento per il primo prelievo di sangue di tutta la mia vita e, se sarò dichiarata idonea, potrò fare la mia prima donazione. Magari dovrò trattenere per un attimo il respiro o chiudere gli occhi se ne sentirò il bisogno, ma sento che posso farcela. Voglio farcela.

Giovedì 14 dicembre 2017 – 11.42

Questa mattina alle 8, accompagnata da mia mamma, mi sono presentata al centro trasfusionale dell’ospedale di Treviglio. Le facce di chi con me condivideva quel momento mi erano nuove, ma l’iter era rimasto lo stesso, preciso e rassicurante.

Primo passaggio: accettazione. Atteso il mio turno, ho consegnato la mia tessera sanitaria, quella dell’Avis e la carta della convocazione, quindi mi è stato dato il kit per la donazione con sacca e tubicini vari.

Secondo passaggio: controllo dell’emoglobina. Equipaggiamento completo alla mano, mi sono recata da una gentilissima infermiera che mi ha punzecchiato il polpastrello dell’anulare sinistro per prelevare una goccia di sangue e calcolarne il livello dell’emoglobina. Dopo qualche minuto, il misuratore ha indicato un valore che un’altra sorridente infermiera ha registrato sulla mia scheda.

Terzo passaggio: visita medica. Mentre aspettavo in fila il mio turno, ho avuto un po’ di ansia sapendo che quello sarebbe stato il passaggio decisivo per avere la conferma di poter donare. Seduto sulla sedia accanto alla mia, un signore ha accennato alla sua “breve” esperienza decennale: “Purtroppo, mi sono convinto solo a 40 anni, ma è un piacere vedere ragazzi giovani come te. Una volta ho portato anche mio figlio, ma è ancora indeciso, ha solo 21 anni.” “Che combinazione! La mia stessa età!” Mi ha sorriso e, nel mentre la porta dello studio si è aperta: “A dopo, tocca a me!” mi ha salutata ed è entrato.

E’ arrivato il mio turno. Come da prassi, dopo aver risposto ad alcune domande di anamnesi, mi è stata provata la pressione ed ho firmato alcuni fogli. Tutto perfetto, sennonché mi è stata fatta la domanda cruciale: “Signorina, quanto pesa?”

Ho ripensato velocemente alle decine di volte in cui, dopo colazione, ero salita sulla bilancia per accettarmi di soddisfare il requisito minimo di peso e non recarmi inutilmente in ospedale.

Ho risposto, ma il dottore era incerto così mi ha chiesto di verificare. Sono salita sulla bilancia, ho controllato e mi sembrava che la lancetta indicasse il numero esatto, ovvero lo stesso controllato qualche ora prima. Il dottore si è alzato per verificare, mi ha guardata con perplessità. Ha ricontrollato e nuovamente è tornato al suo posto.

“Non voglio essere troppo pignolo, magari anche più dei miei colleghi, ma la legge indica un valore che deve esssere rispettato. E’ quasi lì, ma, mi dispiace, non posso accettarla. -l’ho guardato con aria afflitta- Ripeto: non è pignoleria, semplicemente è quanto stabilito ed in più ne va della sua salute. Tra poco è Natale, mangi qualche panettone in più e tra tre mesi può tornare a donare. Mi dispiace, mi auguro che questo non vada ad inficiare la sua disponibilità…”

“Va bene, grazie mille!”

“Arrivederci alla prossima donazione!”

“Arrivederci!”

Non nascondo di esserci rimasta male sul momento. Ho maturato la decisione di iscrivermi all’Avis col tempo, è stata una scelta consapevole a cui tengo molto e non poterla in qualche modo confermare con una donazione mi ha dato un po’ di tristezza. La mia lancetta della bilancia è sempre stata un po’ più in là del minimo, questa volta qualche millimetro più in qua: mi è molto dispiaciuto. Però sono stata contenta di incontrare un medico rigoroso, attento e disponibile nei confronti delle mie esigenze come donatrice: non qualcuno da sfruttare per una sacca di sangue, ma una persona da apprezzare per la scelta di donare una parte di sé.

Il panettone non mi piace molto, ma continuerò a mangiare come ho sempre fatto e magari, tra tre mesi, allungherò il mio braccio sulla poltroncina per la sesta volta. Nel mentre, cerco di fare semplicemente quel che posso: come quel signore nella mia scuola, racconto la bellezza di donare 450 ml di sé.

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