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“Ho aiutato Welby a morire e ho pianto con sua moglie quando il biotestamento è diventato legge”

Mario Riccio è il dottore che nel dicembre del 2006 sedò e spense la macchina che teneva in vita Welby: "Legge sacrosanta, ma la vera conquista sarà il riconoscimento dell'eutanasia"

L’hanno chiamato assassino, l’hanno accusato di omicidio. I giudici lo hanno poi prosciolto, riconoscendo che aveva fatto bene il suo mestiere di medico, che non poteva far altro che seguire la volontà del malato. Mario Riccio, dottore dell’ospedale di Cremona, è l’uomo che undici anni fa ha aiutato Piergiorgio Welby a trovare la pace, sedandolo e spegnendo quella macchina che lo teneva in vita.

Oggi il dottor Riccio esulta. Esulta per una legge che lui considera “essenziale per una società che voglia considerarsi civile”, esulta per un traguardo che sente anche un po’ suo dal momento che tutto, o quasi, è partito dalla sua scelta di aiutare Welby, malato di Sla e inchiodato al letto in attesa di spegnersi: “Era il 2006 – ricorda – e quando lessi le parole che Piergiorgio aveva scritto a Napolitano mi aspettavo una risposta netta, forte, concreta da parte dello Stato. Che non arrivò. Così, da medico, decisi che non potevo stare fermo a guardare e mi feci avanti. Mi aspettavo la fila di dottori disposti ad aiutare quell’uomo che chiedeva solo di smettere di soffrire, invece ero l’unico”.

Perché nessuno voleva aiutare Welby?
“Non si parlava d’altro, all’epoca, e le pressioni arrivavano da ogni angolo: tra insulti, accuse di omicidio che lanciavano i cattolici, probabilmente molti medici avevano paura”.

Lei fu accusato di omicidio del consenziente.
“Sì ma poi il Gup ordinò il proscioglimento, sostenendo che l’omicidio del consenziente ci fu ma che il codice penale venne superato dalla Costituzione che prevede il diritto a rifiutare le cure, che nessuna cura può essere imposta. Il Gup allora scrisse che avevo solo obbedito alla Costituzione”.

Cosa le ha lasciato Welby?
“Una sorta di testamento morale: voleva che la sua morte servisse anche a cambiare le cose in questo Paese. È come se avesse detto a me e ai suoi cari: io muoio, ma voi continuate la battaglia anche per me”.

Welby Mario Riccio

Undici anni dopo, questa legge è una vittoria per il Paese?
“Senza dubbio. Ma non dev’essere vista come un punto d’arrivo. Il punto d’arrivo dev’essere l’eutanasia: chi sceglie di mettere fine alla propria vita deve avere anche la possibilità di scegliere di morire in pochi minuti, non dopo qualche giorno”.

Come ha appreso la notizia dell’ok del Senato alla legge tanto attesa?
“Con un misto di gioia e rabbia. Gioia, perché si tratta di una grande conquista, di un passaggio essenziale per una società che voglia considerarsi civile; e rabbia, perché se mi guardo indietro vedo anni di battaglie, morti e feriti per una guerra che non si dovrebbe nemmeno fare. In Italia siamo così: per ottenere dei diritti sacrosanti – penso anche all’aborto e al divorzio – dobbiamo batterci per anni e anni, con uno spreco di risorse non indifferente. È incredibile”.

Ha visto le lacrime della moglie di Welby, in Senato?
“Le ho viste e le ho fatte anche mie. Pure io ho pianto, da solo, in privato. Ho pianto ripensando a quello che ha passato Piergiorgio prima di trovare la pace, e ho pianto ripensando a quello che poi ho passato io. Ma le battaglie per certi ideali e per certi valori vanno fatte a prescindere, anche quando rischi la tua vita o la tua libertà”.

biotetsamento lacrime senato

La costruzione di questa legge lei l’ha seguita da vicino, non è vero?
“Sì, sono sempre stato in contatto con la mia amica Pia Locatelli, la vera fautrice di questa vittoria sociale. E negli ultimi mesi mi sono incontrato e confrontato anche con Donata Lenzi, la relatrice del disegno di legge. Ma gran parte del merito va anche dato a chi in questi anni ha scelto di far sentire la propria voce per far sì che il trattamento di fine vita diventasse argomento di dibattito, portandolo all’attenzione di tutti. Penso a Piergiorgio Welby ma anche al padre di Eluana Englaro, a Walter Piludu (malato di Sla morto a novembre del 2016, ndr) e a Dj Fabo, che mi ero offerto di aiutare prima che decidesse di scegliere la Svizzera”.

Mario Adinolfi l’ha definita una legge terrificante.
“Sarà terrificante per la morale di Adinolfi, ma è sacrosanta per una società civile e non obbliga nessuno a seguirla: da oggi chi vuole lascerà il proprio testamento biologico, chi non vuole continuerà la vita di tutti i giorni senza che niente cambi”.

Fanno male le parole di Adinolfi?
“Sì, fanno male. Non capisco perché gente come lui debba fare battaglie per evitare che una certa parte della società abbia dei diritti che non vanno a limitare la libertà altrui. Per essere più chiari: io trovo terrificante che qualcuno possa votare Adinolfi, ma non mi sognerei mai di iniziare una battaglia per fare in modo che sia vietato votare Adinolfi. Ho reso l’idea?”.

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