Vacanze di Natale, è giusto riempire gli studenti di compiti a casa? - BergamoNews
Chiedilo al prof

Vacanze di Natale, è giusto riempire gli studenti di compiti a casa?

La rubrica "Chiedilo al prof." risponde a Tobia: aspettiamo le vostre domande in posta di redazione di BGY – Be Young ( redazione@bgyoung.it ) o, per i più social, nella "Direct" del nostro profilo Instagram, @bergamonewsyoung

Tante le e-mail di ragazzi e ragazze che vogliono cercare delle risposte sul mondo della scuola nel nostro giornale dei giovani.

Il professor Vincenzo Cubelli risponde a Tobia, studente delle scuole superiori stanco per l’eccessivo carico di studio assegnato durante le vacanze di Natale…

 “Buongiorno BGY, buongiorno professore,

le vacanze di Natale si avvicinano e con esse anche la valanga di compiti assegnatici dai professori. Lei cosa ne pensa dei compiti durante le vacanze di Natale? Non sarebbe più giusto lasciarci riposare un po’ e godere delle vacanze, dando solo pochi pochi compiti? Ho un fatto un veloce conto e per terminare tutti i compiti in modo approfondito dovrò studiare anche dopo il pranzo di Natale…. Non mi sembra giusto.
Spero che la domanda verrà pubblicata e riceverà una risposta.
Grazie mille.
Tobia.”

“Carissimo Tobia,

quello dei compiti, o meglio della quantità dei compiti assegnati da svolgere a casa per l‘indomani, per il week end o per le vacanze, è un problema sempre più dibattuto. Molti tra pediatri, pedagogisti, dirigenti scolastici invocano una scuola senza compiti; il nostro Ministero dell’istruzione ha addirittura avviato una sperimentazione: in alcune città italiane i ragazzi delle primarie e della secondaria di primo grado resteranno a scuola il pomeriggio per assimilare quanto appreso la mattina, realizzando l’obiettivo di eliminare i compiti a casa. Viene così sperimentato quello che in Francia è già legge: lì il ministro dell’istruzione, portando a compimento una promessa di Macron, ha presentato un decreto in base al quale vengono eliminati i compiti a casa in ogni ordine di scuola e così da settembre gli studenti francesi svolgono a scuola nel primo pomeriggio ore di studio “accompagnato” e arrivano a casa con i compiti già svolti.

E’, in fondo, una soluzione semplicissima: si rimane a scuola un po’ di più e il pomeriggio si fa pratica su ciò che la mattina è stato lezione teorica.
Ma è davvero così semplice? E anche efficace?
Efficace probabilmente sì: la scuola si prende carico non solo dell’insegnamento (la trasmissione del sapere), ma anche dell’apprendimento dello studente. Provo a illustrare questo concetto con un esempio: immaginate di spiegare ad una classe come si nuota stando però tutti sul bordo della piscina: fate ripetere qualche volta il movimento, sempre sul bordo della vasca, poi prima che suoni la campanella dite agli studenti di fare tre vasche di compito a casa. Qualcuno riuscirà, ma altri saranno in grande difficoltà, si troveranno letteralmente con l’acqua alla gola, senza parlare di quei pochi che non hanno la piscina in casa e non possono neppure pensare di fare i compiti e quindi imparare! Sarebbe ovviamente preferibile che nell’ora di lezione il docente si calasse in acqua e guidasse gli studenti anche nella pratica del nuoto. Ecco a scuola si dovrebbe fare più o meno così: sostituire ad una didattica trasmissiva una didattica che renda lo studente attivo nell’apprendere. A partire dalle ore curricolari, quelle cioè che si svolgono a scuola la mattina. In questo modo probabilmente tutti i ragazzi imparerebbero a nuotare (diciamo che prenderebbero sei). Ovvio poi che vi sono diversi livelli di bravura (ovvero di acquisizione): chi vuole diventare un buon nuotatore si eserciterà un po’ di più (e prenderebbe sette o otto), chi vuole diventare un campione dedicherà lunghe ore di allenamento (e prenderà nove o dieci).

Semplice? Probabilmente no. Oltre ad un cambiamento epocale di metodo, che consiste nell’affiancare alle lezioni frontali nuovi metodi di insegnamento, cambiamento che pure pian piano si sta realizzando, si richiedono altre condizioni. Occorrerebbe innanzitutto tenere aperte tutte le scuole, avere servizi di mensa, pagare il personale ATA e gli insegnanti che stanno a scuola il pomeriggio; molte di queste cose avvengono negli istituti comprensivi, ma difficilmente si realizzano nelle scuole superiori pur essendo previste dalle norme sull’autonomia scolastica.
E allora, come spesso succede, la determinazione dei carichi di lavoro (così si dice nel linguaggio scolastichese) rimane affidata all’esclusivo buonsenso del singolo insegnante. Perché non sempre nelle nostre scuole, e soprattutto nelle superiori, i consigli di classe programmano azioni didattiche comuni, tra le quali appunto la definizione dei carichi di lavoro, presi come sono da massicci e spesso vacui adempimenti burocratici e da un marcato individualismo docente.

E allora caro Tobia, ti auguro di trovare sotto l’albero un consiglio di classe di buon senso che, conscio del senso di responsabilità dei propri studenti, non rifili loro montagne di compiti ma riconosca il diritto ad apprendimenti (e divertimenti) al di fuori dei libri di scuola.”

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