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Una serata di crescita con storie d’accoglienza e amicizia foto

Giovedì 30 novembre, nel Carcere Sant’Agata si è svolto un evento informativo sul tema dell’immigrazione e dell’accoglienza del migrante, presentando anche un importante progetto, il Campo Io Ci Sto.

Giovedì 30 novembre, nel Carcere Sant’Agata si è svolto un evento informativo sul tema dell’immigrazione e dell’accoglienza del migrante, presentando anche un importante progetto, il Campo Io Ci Sto. 

S-frutto del lavoro

“Campo Io Ci Sto” è un progetto nato 26 anni fa a Borgo Mezzanone, una borgata di origine fascista vicino a foggia.
L’iniziativa partorita dalle menti di due missionari scalabrini, Jonas Alcedir e Padre René che si occupano di migrazione per la chiesa. Insieme alla diocesi di Manfredonia, a Paola Tellatin e con l’aiuto di ben 160 volontari che vanno dai 18 ai 35 anni, ogni estate accolgono innumerevoli migranti venuti da ogni parte dell’Africa.

Questi ragazzi appena sbarcati, come spiega Padre Renee, cadono vittime del caporalato. Lo sfruttamento lavorativo li obbliga a svolgere lavori estenuanti fisicamente e psicologicamente nelle piantagioni per molteplici ore, allo scopo di ricevere un compenso minimo, calcolato, spesso, a cottimo, cioè in base alla quantità di prodotto raccolto.
Ciò che offre il campo estivo Foggiano è un alternativa a tutto questo: promuovere l’autonomia, l’integrazione e l’impegno del migrante nel territorio tramite scuole di italiano e laboratori di ciclofficina che danno la possibilità a chi arriva da lontano di conoscere i propri diritti, rendendosi conto sopratutto che questo paese non è fatto solo da persone che vogliono sfruttarli, ma, anche e soprattutto, di persona che vogliono  contrastare le ingiustizie, i pregiudizi e i luoghi comuni, la discriminazione e la riduzione a schiavitù lavorativa, sessuale, o di qualsiasi altro genere.

S-frutto del lavoro

Come ci raccontano anche due dei volontari presenti all’evento, Teresa Tecchio e Giovanni Refosco, non è facile per i migranti vivere in ambienti come quelli di Borgo Mezzanone, luoghi abbandonati dalla giurisdizione statale, lasciati a loro stessi nei quali sembra che la malavita regni sovrana.  E’ in questo momento che Martina Pirola si è chiesta semplicemente perché non portare queste realtà a Bergamo? Così per far conoscere, anche nella bergamasca, ciò che queste persone fanno e per far comprendere che la realtà migrante non è sempre quella che ci disegnano, Martina, insieme al Circolo Maite Città Alta e alla Caritas di Bergamo, ha voluto organizzare una serata nell’ex carcere di Sant’Agata, per fare la possibilità a tutte queste realtà di mostrare ciò che accade non troppo lontano da noi.
Presenti all’evento c’erano anche i ragazzi ospiti della struttura di Castagneta della Cooperativa Ruah che, con il circolo Arci, hanno preparato un aperitivo iniziale seguito dall’intervento dei volontari e dei padri scalabrini di “Via Scalabrini 3” di Bassano del Grappa, durante il quale si è discusso di come contrastare la mal informazione sul tema immigrazione: “Bisogna informarsi, approfondire le notizie, ma soprattutto bisogna essere certi delle fonti alle quali ci si rivolge. Le difficoltà che questi ragazzi, spesso giovanissimi, hanno di ambientarsi nella nostra comunità sono reali, nonostante la forza di volontà che li precede.”

I volontari hanno raccontato le loro esperienze sul campo che hanno cambiato loro la vita profondamente: “Sono tornata con più domande di quando sono partita, questa esperienza mi ha davvero scosso e la rifarei”, ha raccotato Daria Tiberto, 22 anni. “Dopo 12 ore di lavoro, distrutti dalla fatica, questi ragazzi immigrati venivano a studiare italiano. Non sapevano se sarebbero rimasti in Italia e se quindi gli sarebbe stato utile apprenderlo, questo non era importante Volevano solo impegnarsi ad impararlo e, quasi per ringraziarmi, mi insegnavano parole della loro lingua madre.” “Sono esperienze molto forti che ti segnano nel profondo. Mi ricordo quando ho visto un uomo grande e grosso guardarmi con le lacrime agli occhi dicendomi che aveva paura: sono rimasta stupefatta e ho pensato che volevo solo aiutarlo.”, mi racconta Teresa Tecchio, volontaria da 3 anni.

S-frutto del lavoro

In una serata all’insegna dell’accoglienza e dell’integrazione, naturalmente l’arte non poteva non essere la protagonista. Il clima già splendido e multiculturale è stato ulteriormente arricchito dalla lettura-cantata da parte di 4 ragazzi (Giorgio Cassina, Pietro Betelli, Flavio Panteghini e Giulia Constantini), di un brano tratto dal libro “La ballata di Circe” di Daniele De Michele che tratta, come da tema della serata, dello sfruttamento lavorativo degli immigrati con una punta di ironia e una di provocazione. A far ballare tutti, compresi i ragazzi della comunità spesso timidi e chiusi in loro stessi che hanno ballato come star con tutti attorno, c’è stata la Rainbow Jam, la band più interculturale che si possa trovare in grado a fine serata, dopo tante riflessioni, di alleggerire tutto stampando un sorriso sul volto di ogni ospite presente.

Grazie per questa serata, è stata emozionante.

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