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Tranquillità e stabilità contro il traballante Pil che spaventa le cicogne

La miopia della politica non risolve, rimanda le soluzioni, rendendole sempre più onerose quando sarà necessario prenderle in considerazione.

Quanto conta la tranquillità economica nella stabilità delle coppie, delle famiglie e della pace sociale?

E quanto incide una vita condotta con dignità nella diminuzione di tanti reati che giornalmente la stampa e la televisione ci raccontano? Credo che la risposta sia alquanto ovvia. Contano moltissimo.

Dice un docente di demografia dell’Università di Milano-Bicocca che in 150 anni di Italia unita non era mai accaduto che venissero al mondo meno di 500 mila bambini. Nemmeno durante la prima e la seconda guerra mondiale, quando era logico aspettarsi che le nascite mostrassero un decremento, si scese sotto la soglia delle 650mila nascite all’anno.
Dopo tanti anni di pace conquistata, dice lo studioso, le nascite hanno iniziato a disegnare la curva discendente del grafico. Nel 2015 sono state 486mila e se si vuol dar credito alle previsioni, nel 2017 la situazione sarà ancora peggiore.

Nonostante si propongano incentivi quali il “bonus bebè” o altre facilitazioni riguardanti la possibilità di assentarsi dal posto di lavoro per curare i neonati, il trend è in calo. Le facilitazioni avevano ed hanno più un sapore di campagna elettorale che di reale aiuto alla possibilità di far crescere decentemente un figlio e non sono provvedimenti strutturali, bensì devono essere confermati ogni anno dal documento di economia e finanza. Uso espressamente la parola decentemente perché l’impegno economico necessario per allevare un figlio, sperando che non intervengano fattori avversi, va ben oltre le agevolazioni concesse.

In compenso, aumentano i decessi e sembra che negli ultimi anni la linea del grafico vada seriamente in salita. Il docente universitario che fornisce queste informazioni ipotizza che il fenomeno sia imputabile alla minor qualità dell’assistenza sanitaria. Io posso solo confermare questa ipotesi, dandole credito per vicende personali.
La conferma arriva anche da alcune conversazioni che ho intrattenuto, in tempi recenti, con medici specialisti in diverse discipline e con medici di base. Non c’è, spesso, adeguamento tecnologico dei macchinari di diagnostica e il sovraccarico di lavoro dei medici fa sì che le cose non vadano proprio nel verso della tutela della salute dei cittadini, soprattutto dei più deboli. E per tornare alle nascite, nemmeno più gli immigrati riescono a far sì che avvenga l’inversione di rotta. Quindi nemmeno l’immigrazione riesce a compensare il saldo negativo tra nascite e decessi.

Ma ci sono paesi in cui questi dati sono in controtendenza rispetto a quelli di casa nostra. Francia e paesi nordici hanno più nascite, senza che il dato indichi risultati eclatanti. È evidente che il trend positivo sia da imputarsi, con buona pace dei nostri illuminati politici tappabuchi, a servizi più efficienti e a leggi migliori sulla “conciliazione tra famiglia e lavoro”.

Ancora una volta, quindi, dobbiamo sottolineare che la politica per la famiglia, in Italia, è rimasta un desiderio incompiuto, vale a dire, l’abituale vorrei ma non posso, o meglio, non voglio.

E forse non sono solo i soldi che mancano. È probabile che manchi il coraggio di reperire risorse da dedicare a questo settore che rappresenta il futuro di qualsiasi nazione. Se non vogliamo che alcuni paesi della UE siano popolati da vecchi, è necessario che un’attenta e seria politica a favore delle famiglie venga attuata.
Manca il coraggio, sì, il coraggio di fare scelte che puntino al futuro e che non siano mezzucci di corto respiro. La miopia della politica non risolve, rimanda le soluzioni, rendendole sempre più onerose quando sarà necessario prenderle in considerazione. Le criticità insite, fin da tempi lontani, nell’economia Italiana continuano a non trovare soluzioni per l’abitudine dei politici di affrontare i problemi con occhi sempre puntati sul consenso meramente elettorale e di interrogarsi su che fare, solo in presenza di forti pressioni dal basso. In questo settore c’è da chiedersi dove sia finito il sindacato.

Il concetto di tutela deve coinvolgere tutti i settori, non solo il mondo del lavoro. E non sarà un’immigrazione di massa e indiscriminata che compenserà questi gap. Dobbiamo comprendere, con buona pace di tutti i teorizzatori della carità indiscriminata, che potremo accettare sempre meno masse generiche ma gruppi di persone che andranno a colmare le carenze dei settori che le evidenziano.

Quando ci si trova a fare i conti con una crisi di lunga durata, prima di fare un figlio si decide di rinviare l’evento a tempi migliori. E la scelta sembra essere ragionevole, dato che regalare una vita di privazioni ad un figlio, in tempi nei quali ogni creatura richiede più attenzioni e più costi, propenderebbe verso l’irresponsabilità.
La logica del profitto esasperato, anche qui gioca un fattore negativo determinante. Se le retribuzioni fossero tali da permettere una vita serena, se il posto di lavoro potesse dimostrarsi una garanzia meritata di lunga durata, anche i nostri giovani, ne son certo, programmerebbero la nascita di uno o più figli.

Invece di sottolineare in continuazione che sono gli immigrati a pagarci le pensioni, i governi dovrebbero creare opportunità tali che agli immigrati si sostituiscano i nostri giovani. Certo è che la pressione fiscale, quand’anche concordata al ribasso con grandi gruppi, non richiama numerose aziende estere in Italia, o, se le attira con sconti fiscali, allo scadere dei benefici ottenuti, tagliano la corda. Il vero problema è creare reali opportunità di lavoro, per mettere in equilibrio la situazione generale.

Credo che il teorema di Boeri vada rivisto alla luce di altri dati quali lo scompenso che va a ricadere su altri settori quali l’istruzione e la sanità. Quando arriveranno all’età pensionabile i circa duecentomila immigrati su base annua, includendo anche le badanti e altre categorie di persone arrivate in Italia all’età di 40 o di 50 anni, vedremo annullarsi qualsiasi beneficio derivante dal gettito contributivo degli stranieri. Costoro percepiranno comunque pensioni basse alle quali bisognerà aggiungere un intervento della fiscalità generale perché raggiungano una soglia accettabile.

Risulta difficile anche comprendere per quale sortilegio malefico, all’aumento del PIL non corrisponda un migliore tenore di vita della gente ed un carico fiscale meno prossimo al latrocinio, a fronte del quale i servizi non hanno, spesso, una qualità che ne giustifica i costi. In realtà la palla al piede del debito pubblico costringe in uno spazio esiguo ogni manovra. Ma così è da decenni.

Ora, chi ha scavato questa buca, veda di capire come colmarla senza danneggiare ulteriormente i cittadini già vessati dalla fiscalità statale, regionale e comunale. Negli ultimi 10 anni (2006 – 2016), i consumi delle famiglie, hanno visto un crollo del 12% mentre le spese per i servizi sono aumentate del 7%. In buona sostanza, la più grossa fetta del PIL è dovuta ai consumi che negli ultimi tempi sono sì cresciuti ma, ahimè, con un tasso di incremento molto modesto. Se non ripartirà questo circuito virtuoso direttamente collegato al PIL, anche il valore globale di quell’indicatore, fatalmente, diminuirà.

Quella che invece non diminuirà sarà la pressione fiscale e la difficoltà della gente a tirare avanti. E, attenti ai suonatori di pifferi magici che promettono miglioramenti impossibili. Fino a che la situazione delle finanze nazionali sarà nello stato in cui si trova, tutte le promesse e gli annunci sono in odore di spot elettorali, nulla di più.

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