La polemica

L’intervista che non c’è a Luis Sepùlveda

L'intervista non è mai avvenuta perché il Potente (ancora) decide quale testata può intervistare uno scrittore e chi no, andando contro tutti i principi di libertà e uguaglianza che quello stesso scrittore ha da sempre professato.

Ammiro lo scrittore cileno Luis Sepùlveda dai tempi delle superiori, grazie ad una mia compagna di classe che mi ha introdotto alle opere e nella vita di un uomo formidabile, i cui motti mi hanno accompagnato negli anni dei collettivi, delle manifestazioni, dei dibattiti, dei cineforum che caratterizzavano la mia scuola. Ideali di libertà di opinione, amicizia, fedeltà, impegno politico, lotta, rivoluzione. Idee antiche, magari. Anacronistiche, forse. Ma sempre di grande fascino agli occhi di un giovane che vorrebbe vivere in un’epoca diversa, più appassionata, più idealista e infuocata. Dopotutto, si sa, gli eroi son sempre giovani e belli.

Vola solo chi osa farlo” tratta da “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare”, è sempre stata la mia tag-line. E che gioia, dunque, quando ho saputo che il mio mito letterario sarebbe venuto a Bergamo in occasione della manifestazione “Molte fedi sotto uno stesso cielo.”

Non avevo dubbi su cosa gli avrei chiesto e quali sarebbero state le mie domande.

Luis, come racconteresti, ai giovani che non ti conoscono, la tua vita?

“Per parlare di me e della mia opera non posso che partire dal romanzo di Haruki Murakami, L’uccello che girava le viti del mondo. Sono nato in Cile nel 1949, sull’altra sponda del Pacifico, in un paese tormentato come il vostro da terremoti e tsunami. Solamente a un uccello pazzo poteva venire in mente di farmi nascere lì. Quello stesso uccello pazzo ha fatto sì che il mio primo romanzo, “Il vecchio che leggeva romanzi d’amore”, non fosse ambientato in Cile, ma nella selva amazzonica, dove ho vissuto qualche anno, sempre per ordine di quell’uccello pazzo che gira le viti del mondo. In seguito ho pubblicato altri romanzi che si svolgono per diversi luoghi, perché quell’uccello pazzo che gira le viti del mondo ha deciso che avessi una vita molto movimentata, un continuo viaggio, come un suo compagno di volo, e questo mi ha permesso di avere una prospettiva molto singolare sul mondo e sulle passioni umane. In Cile ero uno studente felice che partecipava agli sforzi collettivi per migliorare il paese. Nel 1973 ci fu un colpo di Stato, cominciò la dittatura, passai qualche anno in carcere, poi andai in esilio, e quell’uccello pazzo che gira le viti del mondo mi ripeteva sempre: ‘Sta’ tranquillo, non ti preoccupare, le cose alla fine si sistemeranno’. Tutta la mia vita, tutto quello che ho fatto, tutto quello che ho scritto e che scriverò, è segnato dal sogno e dal desiderio che mi ha trasmesso quell’uccello pazzo che gira le viti del mondo.”

Quando ti sei avvicinato alla letteratura?

(“Il mio avvicinamento alla letteratura iniziò una domenica d’estate, mentre camminavo con i miei scarpini in spalla verso il campo su cui si disputava la coppa del quartiere, quando all’improvviso vidi un camion dei traslochi fermo davanti a una casa. Era di una nuova famiglia e tra loro c’era la ragazza più bella sui cui avessi mai posato gli occhi nei miei tredici anni di vita, Gloria. Un giorno le chiesi che cosa le piacesse, trovando incomprensibile che non le piacesse il calcio, e lei rispose ‘Mi piace la poesia’. Un giorno mi capitò fra le mani un libro di Pablo Neruda: “Venti poesie d’amore e una canzone disperata”. Quando lessi quei versi, sentii che Neruda li aveva scritti pensando a me e alla mia Gloria perduta. Diventai un fervido lettore di poesia e con il passare del tempo l’amore per le parole mi si rivelò come un amore fedele, che non mi avrebbe mai tradito. Gloria era ormai scomparsa dai miei ricordi quando iniziai a scrivere poesia o quello che pensavo potesse anche essere poesia.”)

Ma perché hai deciso di dedicarti alla scrittura? Il tuo sogno da bambino non era diventare un calciatore?

(“La vita è un insieme di dubbi e di certezze. Ho un grande dubbio e una certezza. Il dubbio è se la letteratura abbia guadagnato qualcosa dalla mia militanza nella scrittura. E la certezza è che per colpa della letteratura il calcio cileno ha perso un grande attaccante. Perché scrivo, allora? Qualche anno fa ho visitato il campo di concentramento di Bergen-Belsen. E in un angolo, vicino ai forni crematori, qualcuno, non so né chi né quando, ha scritto delle parole che sono le fondamenta del mio essere scrittore, l’origine di tutto ciò che scrivo. Quelle parole dicevano, dicono e continueranno a dire finché esiste gente decisa a sacrificare la memoria: ‘Io sono stato qui e nessuno racconterà la mia storia’. Mi sono inginocchiato davanti a quelle parole e ho giurato che, chiunque le avesse scritte, io avrei raccontato la sua storia. Per questo scrivo.”)

Non credi che forse l’avvento dei social network, dei post brevi su Facebook o dei twitter, rischiano di disabituare i giovani all’arte del racconto?

(“I social network come Facebook possono essere un posto fantastico per scambiare informazioni i idee. Ma hanno un problema che li snatura e li priva del loro potenziale: i troll. I troll hanno la bocca, ma non per parlare, solo per emettere rumori, fonemi, parole malamente accozzate che spacciano per idee. I troll non capiscono l’importanza della bocca e forse non sarebbe male che, per pura igiene sociale, si cucissero le labbra. Se chiamarsi Ernesto ha la sua importanza, anche avere una bocca deve comportare un minino di responsabilità.”)

Che rapporto hai con il Cile? Tua terra natìa, ma traditrice?

(“Pensando al nome del Cile il poeta Fernando Alegrìa scriveva: ‘ chi lo guarda non avrà pace, cadrà ma poi andrà avanti”. E’ vero. Non ho pace ogni volta che dico Cile. Credo di essere assolutamente cileno in mezzo ai miei, in mezzo alla mia gente, in mezzo ai trentatré minatori del deserto di Atacama che non hanno perso il senso dell’umorismo nemmeno quando sono rimasti sepolti, per settanta giorni, sotto tonnellate di roccia a più di settecento metri di profondità. Sono cileno la sera a Isla Negra davanti alla casa di Neruda. Sono assolutamente cileno in mezzo ai miei, ai sopravvissuti, a chi è stato accanto ad Allende e malgrado il prezzo che ha pagato lo rifarebbe. Per me il Cile, nonostante tutto, nella mia memoria ostinata, profuma sempre di solidarietà, di fratellanza e della volontà di costruire un paese migliore.”)

….Immagino che Luis Sepulveda avrebbe riposto così alle mie domande, ma questa intervista non è mai avvenuta e le riposte provengono dal libro “Ingredienti per una vita di formidabili passioni“. Perché? Semplicemente perché la libertà di stampa non è così scontata come possiamo immaginare e il Potente (ancora) decide quale testata può intervistare uno scrittore e chi no, andando contro tutti i principi di libertà e uguaglianza che quello stesso scrittore ha da sempre professato.

“Dobbiamo esercitare un controllo permanente sul potere e non permettere che anche solo una delle nostre domande rimanga senza risposta. E sono molte le domande che abbiamo”, diceva lo stesso Luis.

Peccato che le mie di domande rimarranno senza risposta.

 

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