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Il pop elettronico minimalista di St. Vincent, allieva di David Byrne

Brother Giober ne è convinto: Annie Clark, alias St. Vincent ha qualcosa da dire e Masseduction ne è la prova.

ARTISTA: St. Vincent
TITOLO: Masseduction
GIUDIZIO: ***1/2

St. Vincent, all’anagrafe Annie Clark, è una giovane donna di 35 anni conosciuta più per le sue frequentazioni che per i suoi meriti artistici che pure non mancano. Il suo mentore è David Byrne, ossia il signore delle Teste Parlanti e sua compagna fino a qualche tempo fa è stata l’attrice e modella Cara Delevingne. Si aggiunga a ciò un’innegabile capacità di trasformare ogni avvenimento, anche il più banale, in un evento dai contenuti più o meno artistici ed ecco creato ad arte il personaggio che spazia in diverse direzioni tutte accomunate da un substrato pseudo intellettuale che piace tanto a certo pop, spesso vacuo. Non è questo però il caso, perché St. Vincent è un’artista con qualcosa da dire e Masseduction ne è la prova lampante.

Masseduction è il sesto album di St Vincent (ivi compreso quello “condominiale” con David Byrne) probabilmente il più pop fra tutti i suoi. È abbastanza evidente la necessità di alleggerirsi di alcuni orpelli che davano a St Vincent un’immagine forse troppo distaccata, troppo snob. Lo si percepisce sin dalla copertina, volutamente kitsch con quei colori presi a prestito dalla peggior Avanguardia (!!!???) degli anni ’80 e quelle terga in primo piano stilizzate e dense di sana ironia.

Musicalmente l’album è caratterizzato da un pop fortemente (grazie anche alla produzione di Jack Antonoff, già al lavoro con calibri come Lorde e Taylor Swift) mediato dalla presenza di un’elettronica a volte minimalista come nel caso della conclusiva Smockinng Section, una ballata solenne basata su un’interpretazione sofferta dove il connubio con strumenti acustici dà alla fine risultati eccellenti; altre volte il tappeto di suoni sintetici è più invadente come nel caso di Sugarboy, un brano ritmato che non si vergogna di prestare credito a certa disco music (finto) intellettuale newyorkese.

Ma di sostanza ve ne è tanta: il brano posto all’inizio, Hang on Up, ha un intensità da far accapponare la pelle e ricorda le cose più belle di Kate Bush con una melodia che potrebbe sposarsi con qualunque tipo di arrangiamento, persino country.

Può dispiacere al limite la presenza di brani finto intellettuali come Pills, un’insulsa filastrocca che neppure il sax di Kamasi Washington riesce a risollevare, che mi ricorda alcune delle peggiori esperienze musicali degli anni ’80, che vorrebbe ma non può, e che al termine lascia solo un senso di fastidio. Poi però basta ascoltare la title track, per rinfrancarsi un po’, anche se le movenze musicali del brano pagano un pegno sin troppo elevato ad alcune composizioni del genio di Minneapolis convincendo del fatto che in fondo gli stessi anni ‘80 non sono stati così male .

Los Ageless (è proprio un gioco di parole) è una riflessione sul proprio stato di angoscia perfettamente descritto dal contorno sonoro, complesso, articolato mentre Happy Birthday Johnny è una ballata basata sul suono del piano e su un approccio canoro più umano che altrove. Il brano, tanto per intenderci, è meraviglioso e acquisisce ulteriore nobiltà perché inserito in un contesto del tutto diverso, risultando alla fine come una sorta di oasi di pace e indicando una possibile successiva via espressiva per l’artista.

Sulla stessa lunghezza d’onda è il brano scelto come singolo, ossia New York, l’omaggio a una città che forse non ne ha bisogno di altri oltre tutti quelli che ha già avuto. Senonché trovare tracce nobili che risalgono a Lou Reed, Patti Smith, è gioco facile e la canzone ancora una volta, lirica ed emozionante, è una grande canzone.

E che St. Vincent sia una fine autrice di ballate, con una melodia che arrangiamenti semplici sono in grado di rimarcare, è provato anche da Slow Disco, un brano estremamente dolce, nel quale su un tappeto di archi, l’artista seduce con un’interpretazione particolarmente riuscita.

Fear The Future è un pasticcio musicale, nel quale confluiscono svariate influenze che però non convergono in nulla di concreto; si tratta di una brano troppo ambizioso nella quale la voglia di dare un senso musicale al titolo deraglia malamente; molto meglio Dancing With a Ghost, che ha l’unico difetto di accentuare una teatralità che probabilmente proviene dalla frequentazione di David Byrne.

Riuscita è Young Lover, una canzone ricondotta ad una sua unitarietà grazie ad un tappeto sonoro ritmato che assorbe ogni tentazione musicale bulimica.

Il disco ha avuto recensioni entusiastiche un po’ ovunque, forse anche perché quello di St. Vincent è un nome alla moda e questo è il suo momento. È possibile che alla fine dell’anno sia nelle prime posizioni delle chart che contano. Al netto di suggestioni ed influenze varie a me il disco è piaciuto, certamente ha il giusto equilibrio tra un pop di classe e un’avanguardia fruibile. Lou Reed , David Byrne, Laurie Anderson, Kate Bush, Tori Amos alcuni dei riferimenti che mi vengono in mente e, in più, la capacità di St. Vincent di essere credibile. Non poco.

Se non vuoi ascoltare tutto il disco:

Hang on up

Se ti è piaciuto ascolta anche:

Lou Reed: New York
Prince: Art Official Age
Kate Bush: The Sensual World

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bob dylan

In breve:

Blues Pills: Live in Paris ***1/2

I Blues Pills me li ha segnalati l’amico Gianfranco che, a parte i Marillion, se ne intende veramente ( scherzo… sui Marillion), e vengono dalla Svezia. In questo momento sono in testa alle classifiche rock di mezza Europa (ma ancora sconosciuti in Italia) con questo disco live che omaggia la loro precedente uscita in studio dal titolo Lady in Gold. I Blues Pills sono energici, anfetaminici e propongono una musica che attinge a piene mani dal rock blues delle migliori annate. In più hanno dalla loro una cantante, Elin Larrson, come ce ne sono poche in giro la quale, pur ispirandosi al passato e ad alcune artiste quali Janis Joplin e Grace Slick, possiede una personalità e un’autorevolezza fuori dal comune. L’album ha il sapore dei Live degli anni ’70 e Lady in Gold, You Gotta Try, Little Sun sono brani che oggi pochi sono in grado di comporre.

Bob Dylan: Trouble No More: The Bootleg Series, vol. 13 ***1/2

Forse non tutti sanno che ad un certo punto della sua carriera Bob Dylan ebbe una sorta di trance religiosa che lo portò a pubblicare nel biennio 79/81 un paio di album (Slow train Coming, Saved), da un punto di vista del genere musicale fortemente influenzati dalla musica gospel. Fu questo per l’uomo di Duluth un periodo non troppo felice nel corso del quale il pubblico stupito dalla conversione si dimostro poco incline ad accettare la licenza dall’impegno sociale e da un genere fino ad allora ben identificabile. Il sottoscritto di quel periodo invece ha un ottimo ricordo, un po’ perché ama il gospel e tutto quanto è musicalmente black, ma anche perché le composizioni del tempo beneficiavano di arrangiamenti più corposi e di suoni più vari. Forse acquistare l’edizione Deluxe potrebbe essere troppo anche per i fans più incalliti (stiamo parlando di otto cd e un DVD) anche perché quella standard risulta alla fine del tutto completa per dare rappresentazione dell’epoca e delle influenze del tempo. La registrazione è ottima, i suoni (quasi perfetti) e la maggior parte delle composizioni di grande livello. Certo l’influenza della musica gospel è evidente, per cui se non vi piace meglio girare alla larga. Diversamente, il tutto è fortemente consigliato.

Kim Wilson: Blues and Boogie vol.1 ****

kim wilson

Kim Wilson è il prodigioso armonicista dei Fabulous Thunderbirds, un gruppo americano sulle scene da qualche decennio dedito al rock blues (più blues che rock). L’anno scorso sono saliti agli onori della cronaca perché hanno pubblicato un disco molto bello, sorprendendo un po’ critica e pubblico. Kim Wilson, dicevo, è la voce e l’armonicista e, parallela a quella dei F.T.,ha avviato una proficua carriera solista che lo ha accreditato soprattutto presso gli amanti del genere. Il disco, dedicato all’ “amico James Cotton” (altro grandissimo armonicista recentemente scomparso) come dice il titolo è l’omaggio ad un genere, visto nelle sue diverse sfaccettature e ascoltandolo è possibile divertirsi (Bonus Boogie è irresistibile), appassionarsi (Learn to treat Me Right) e avvicinarsi a una musica che, in realtà, è molto più accessibile di quanto si creda.

Legenda Giudizio:

* era meglio risparmiare i soldi e andare al cinema
** se non ho proprio altro da ascoltare…
*** in fin dei conti, poteva essere peggio
**** da tempo non sentivo niente del genere
***** aiuto! Non mi esce più dalla testa

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