BergamoNews.it - Bergamonews notizie in tempo reale da tutta Bergamo e provincia: cronaca, politica, eventi, sport ...

Notte prima degli esami: la nazionale italiana a confronto con i fantasmi del passato

La fatidica “notte prima degli esami” è solo l’emblema di ciò che accade più comunemente prima di una prova decisiva, che sia un esame scolastico o una partita di calcio che ti permette di accedere ai Mondiali

Per chi ha vissuto la maturità, sa cosa si prova la notte che precede la prima prova: sogni, preoccupazioni, pensieri maligni, fantasmi dal passato che escono dai propri sepolcri per infestare il sonno del maturando. La fatidica “notte prima degli esami” è solo l’emblema di ciò che accade più comunemente prima di una prova decisiva, che sia un esame scolastico o una partita di calcio che ti permette di accedere ai Mondiali. Una partita, gloria o apocalisse racchiusi in soli novanta minuti, che può esaltare una carriera oppure spezzarla per un tiro da fuori area o da un autogol subdolo, un autogol che per noi sa di dito nella piaga, un dito svedese che dopo sessant’anni ci rovina la prossima estate. Quella partita infausta ha tolto il sonno ai nostri azzurri, che di fronte alla forza della Svezia si sono squagliati come neve al sole, ma siccome come tutti gli esaminandi anche loro hanno dovuto affrontare i fantasmi del passato tornati per riappropriarsi di sé stessi durante la celebre “notte prima degli esami”, come ci suggeriscono i versi dell’omonima canzone di Antonello Venditti (“Tuo padre sembra Dante e tuo fratello Ariosto”), chi avrà tormentato i sogni dei nostri calciatori tanto da bloccarli impauriti di fronte alla Svezia? Scopriamolo in questo breve tour all’insegna della memoria.

italia mondiali
 

Partiamo da dietro, dalla difesa, e partiamo da Leonardo Bonucci, l’uomo mascherato che d’improvviso ha squarciato la memoria dei tifosi atalantini più longevi. Quel Leonardo che avrebbe dovuto “spostare gli equilibri” si è ritrovato all’improvviso all’interno della bolgia dell’Estadio National de Chile di Santiago del Cile in un accaldato pomeriggio di giugno ed eccolo che come un Humberto Maschio qualsiasi (l’ “angelo dalla faccia sporca” che faceva sognare i tifosi della Dea) si ritrova con il naso frantumato da un pugile cileno. Un pugile cileno travestito da biondo nordico che, come se fosse uno scherzo del destino, rimane impunito da un arbitro che fa orecchi da mercante di fronte alle proteste azzurre. Poco importa se nel 1962 l’arbitro sia un inglese che porta il nome di Ken Aston, mentre nel 2017 sia un innocuo turco che di cognome faccia Cakir, il risultato è sempre lo stesso: setto nasale rotto, Italia fuori dai giochi.

italia mondiali
  

Risalendo il campo giungiamo dritti in attacco e qui ci troviamo di nuovo di fronte ad un beffardo caso del destino. Stiamo parlando del bomber della Lazio Ciro Immobile, spauracchio per tutte le difese della Serie A con 18 gol stagionali, timido scricciolo di fronte agli statuari corazzieri svedesi posti a protezione della porta di Olsen. Questa scellerata metamorfosi ci riporta alla mente quella dell’illustre collega di reparto Alcides Ghiggia, giustiziere uruguaiano durante il suicidio brasiliano del 1950 trasformatosi in un giocatore di livello medio – basso nella nebbia di Belfast quando l’Italia ha dato addio ai sogni di qualificazione ai mondiali 1958 contro l’Irlanda del Nord. In entrambi casi i due cannonieri italiani non hanno sopportato la pressione di una nazione sulle spalle, tanto da trasformare il piede pungente in una scialba “ciabattata”.

italia mondiali
  

Ritorniamo fra le trincee del campo da gioco e disponiamoci a centrocampo, dove ci troviamo in compagnia di un ragazzo brasiliano dal cuore azzurro e con nome che è tutto un programma: Jorge Luiz Frello Filho, per tutti Jorginho. Il talento di Imbituba sa spaziare lungo tutto il centrocampo: non importa dove lo metti, lui sa creare sempre magie. Un po’ come un altro brasiliano divenuto italiano per l’occasione, un certo Dino Da Costa arrivato nella nostra penisola per una tournée con il suo club, rimasto sul nostro territorio per passione. Inutile sprecarsi in complimenti per i due, ma vuoi per orgoglio, per ottusità o per antipatia nei loro confronti, il commissario tecnico non li convoca nemmeno per sbaglio. Ad un certo punto la nazionale si trova in difficoltà, rischia di non raggiungere il freddo nordico della Svezia in un caso e della Russia, a quel punto la responsabilità della salvezza ricade su loro: saranno inutili le loro i giocate, i loro colpi di genio, il destino ha già deciso, nulla si può fare e tutti si torna a casa.

Giungiamo a conclusione di questo tragico percorso e raggiungiamo Middlesbourgh, in Inghilterra. È il 19 luglio e l’Italia si gioca l’accesso ai quarti del campionato del mondo contro la modesta Corea del Nord. Nel Bel Paese i tifosi acclamano arrabbiati l’entrata in campo del loro idolo Gigi Meroni, la farfalla granata con la pettinatura come i Beatles, ma nulla, il C.T. Edmondo Fabbri non vuole saperne: Meroni porta i capelli lunghi e finché non se li taglierà non giocherà. Nella stessa partita, al quarantaduesimo minuto del primo tempo, sale in cattedra un soldato coreano sconosciuto, un certo Pak Doo – Ik soprannominato “Il dentista”. Il fantomatico cavadenti recupera palla a centrocampo e si invola verso il limite dell’area di rigore, trafiggendo la porta italiana protetta da Ricki Albertosi. La storia ancora una volta si ripete ed il semisconosciuto Jakob Johansson diventa eroe nazionale in Svezia, Lorenzo Insigne detto il “Magnifico” fa inveire il popolo italiano per il mancato schieramento in campo ed il commissario Gianpiero Ventura sbuffa ed urla rimanendo fermo sulle proprie idee senza lasciar spazio al napoletano.

Maschio, Ghiggia, Da Costa, Meroni, Fabbri, Pak Dok – Ik; Bonucci, Immobile, Jorginho, Insigne, Ventura, Johansson, cambiano i nomi, ma non il risultato. La storia si ripete irrimediabilmente: una squadra imballata, disordinata, degna di quella che venne sconfitta per 4 – 0 dallo Zambia alle Olimpiadi di Seul 1988 (anche se bisogna tener conto che era l’Under 21 in quel caso) e con una sconfitta piena di figli arrabbiati, ma che per la massa ha solo due padri, o meglio una madre ed un padre: il presidente della FIGC Carlo Tavecchio e l’allenatore Gianpiero Ventura. Entrambi sono stati tacciati di ogni tipo di colpa, insultati in ogni modo e costretti a probabili dimissioni, ma le colpe maggiori non sono loro: il primo non è riuscito a promuovere una vera e propria rivoluzione giovanile (non il misero obbligo dei club di tesserare giocatori cresciuti nel settore giovanile), il secondo non ha saputo modificare un orgoglioso schema tattico fallimentare e ha sbagliato a sostituirsi alla Sibilla Cumana nell’emissione di premonizioni, ma i veri motivi che hanno portato alla sconfitta sono ben altri.

I veri errori fondamentali sono di certo il mancato rinnovo generazionale, con un alto numero di giovani convocati durante l’era Ventura, ma rimasti spesso in panchina se non in tribuna e quindi impossibilitati dal fare esperienza; ma anche la scarsità di attaccanti, con una nazionale che è riuscita a metter a segno solo 21 gol in 12 partite (con Germania e Belgio che ne hanno messe a segno ben 43 in soli 10 match) e con l’inesistenza da anni di un vero numero 10 che non faccia rimpiangere campioni del calibro di Paolo Rossi, Gianluigi Vialli e Filippo Inzaghi.
Per la nazionale ora occorre instaurare un vero e proprio progetto giovani che coinvolga nei vivai i giocatori italiani (per chi ha la memoria corta già nel 2010 era considerato una priorità, con i giovani di allora che nel frattempo sono invecchiati) ed un po’ di tranquillità, con la politica (sportiva e meno) che per una volta metta da parte i propri interessi.

La rinascita della nazionale italiana sarà lunga e dolorosa: se la storia ci insegna qualcosa prima di rivedere l’Italia in finale ai mondiali ci vorrà almeno più di un decennio, caratterizzato da dolorosi sacrifici e, con ogni probabilità, ulteriori delusioni. Se per trovare tranquillità, bene essenziale per la ripartenza, occorrerà che Tavecchio e Ventura rimangano al loro posto, ben venga, ma una cosa è necessario che tutti gli italiani non dimenticare: l’importante non è ora trovare un capro espiatorio, ma piuttosto seguire l’insegnamento di Giorgio Faletti, cioè quello di apprezzare non ciò che si trova alla fine di una corsa, ma ciò che si prova correndo.

Commenti

L'email è richiesta ma non verrà mostrata ai visitatori. Il contenuto di questo commento esprime il pensiero dell'autore e non rappresenta la linea editoriale di BergamoNews.it, che rimane autonoma e indipendente. I messaggi inclusi nei commenti non sono testi giornalistici, ma post inviati dai singoli lettori che possono essere automaticamente pubblicati senza filtro preventivo. I commenti che includano uno o più link a siti esterni verranno rimossi in automatico dal sistema.