Logo

Temi del giorno:

Voglio la pace e la poesia, sì sono un inguaribile sognatore

Credo sia giunto il momento di ripensare il significato di molte parole che, con il passare del tempo, hanno perso il loro senso più profondo.

I saltimbanchi del mondo politico si cimentano in acrobazie che sempre meno interessano la gente. Nonostante questo, il caravanserraglio della politica, trainato dai cavalli sfiancati di un elettorato sempre meno presente e sempre più bolso, cerca di illudere, con promesse stantie e uguali a sempre, quel popolo che garantisce con la sua fatica la bella e spensierata vita dei clown che si esibiscono nelle piazze per cercare applausi e poi spariscono nell’opacità di una vita uguale a sempre, attenti solo a garantire la loro permanenza là dove si vive bene e nulla manca.

A noi, cittadini distanti mille miglia dai fasti opulenti di questa classe fatta di ripetenti, di mutanti e di replicanti, non resta se non la rassegnata attesa di poter cambiare qualcosa, usando un’arma spuntata: il voto. L’utilizzo di strumenti sempre meno attinenti il concetto di democrazia non consente, se non in minima parte, la scelta di coloro che dovrebbero rappresentare ed attuare le nostre istanze. Tutto viene recepito e tradotto in provvedimenti che permettono solo il compimento della loro volontà.

Noi, popolo di elettori privi del potere di eleggere, dobbiamo prostrarci alle leggi elettorali costruite per arrivare ad un preciso scopo che prescinde dalle scelte del popolo. Ho ripetuto fino alla nausea che il concetto di “democrazia” che si tenta di far passare, stravolge il significato di questo termine, riducendolo a “libertà di adeguamento alle decisioni elaborate dal mondo politico”, frutto deprecabile di accordi tra fazioni opposte, tesi solo a sconfiggere chi disturba, e che spesso cresce male perché non propone ma si limita a criticare. Si è spezzato l’unico metro che dovrebbe essere utilizzato per confezionare l’abito della libera e democratica espressione di coloro che alimentano e foraggiano questa classe di privilegiati, attenta solo alle proprie necessità.

Diceva Léo Ferré in un componimento molto allusivo alla realtà dei giorni nei quali veniva pubblicato, ancora attualissimo e considerato il grido di coloro che sono insofferenti della falsa democrazia: “Io non parlo come De Gaulle o come Perse. Io grido e abbaio come un cane al quale viene sottratto l’osso”. Potremmo sostituire i nomi con quelli dei leader di partiti moderni e l’espressione sarebbe perfettamente contestualizzata. E’ una libera traduzione rispettosissima del senso generale della composizione di Ferré, intitolata “le chien”, già da me citata in altri contesti.

Anche a tutti noi è stato sottratto l’osso ma, i più si sono stancati di urlare la loro rabbia che, lentamente ma inesorabilmente, si è trasformata in rassegnata rinuncia. I saltimbanchi del caravanserraglio si curano in centri a loro dedicati. Tanta gente non si cura più perché non è in grado di sopportare nemmeno i costi del ticket sanitario. Forse i clown han deciso che l’unica razza degna di sopravvivenza è la loro, per cui, la preservano e la conservano con ogni riguardo. E meno voci si ergono a giudicare il loro operato, più spazio si crea per decisioni insensate e non certo scritte per favorire chi non ce la fa o fatica a vivere.

C’è un nome che al di là della roboante parola “ripresa”, utilizzata sempre con aggettivi diminutivi che la qualificano, “piccola, lenta, parziale”, offre una visione più reale dello stato nel quale molta gente si trova: “regressione verso la povertà”. Ed anche questo termine, più realistico e vero per un sacco di persone, viene accompagnato da aggettivi che meglio lo definiscono: “lenta ma costante”.

Noi vorremmo la pace sociale, sì, vorremmo la realizzazione di questa realtà caduta in disuso e squalificata dagli eventi bellici che dilagano in molte regioni del mondo. La guerra non è fatta solo di fucilate e di colpi di cannone. Ci son proiettili molto silenziosi che colpiscono gli indifesi, coloro che di voce non ne hanno più, coloro che non han più la forza di gridare, coloro che han tramutato in indifferenza la disperazione, questo pane apparentemente meno duro da masticare. Dovunque ci sono problemi irririsolti c’è una guerra con i suoi vincitori ed i suoi vinti.

Se il nostro grido potesse salire in alto ed essere ascoltato dalle forze che governano l’universo, noi vorremmo veramente che sulla terra tornasse la pace, quella tranquillità universale che non costringe nessuno a fuggire dal suo territorio perché là riesce a vivere decorosamente. E con la pace tornerebbe la poesia, perché solo su quel terreno può germogliare. Léo Ferré definiva la poesia così come l’aveva sentita raccontare da suo padre che la paragonava a una camicia di color rosso, confezionata con la seta. Il colore non vuol essere allusivo ad alcuna bandiera di
stato o di partito. Il rosso è il colore del fuoco che brucia nelle vene dei poeti e degli eroi e dei veri riformatori. Ma già lo stesso poeta, desolato, affermava: “Ora non vedo più la seta, ma solo i vermi che l’hanno prodotta”.

Sì, vorremmo che nessuno millantasse cose impossibili. Vorremmo la verità e vorremmo conoscere i rimedi che una classe politica responsabile intende adottare per creare quella pace sociale che, da sola, senza particolari medicine, provocherebbe la sparizione di tanti malanni. Ed è proprio per questo che la invochiamo.

Provate a pensare ai grandi capitalisti che condizionano i destini del mondo, a coloro che come zio Paperone si tuffano in forzieri pieni di dobloni d’oro, a coloro che si prostrano davanti alla ricchezza e che ne fanno lo scopo della vita. Non credete che mano a mano si avvicinano all’ineluttabile linea del traguardo della vita, costoro provino rabbia e orrore all’idea di dover lasciare in questo mondo tutto quello che hanno accumulato?

E allora, credo sia giunto il momento di ripensare il significato di molte parole che, con il passare del tempo, hanno perso il loro senso più profondo: democrazia, sviluppo, consumi, ugual diritto alla vita così come lo si ha nei confronti della morte. Quando si sarà affermato il concetto che non si può più parlare di nazioni in senso restrittivo ma che viviamo in un’unica grande nazione, allora e solo allora gioiremo, perché si sarà intrapreso il cammino che porterà a far comprendere anche ai più duri e ai meno propensi a condividere questa realtà, che tutti abitiamo una grande ed unica nazione chiamata Mondo.

Nel frattempo, ci piacerebbe un sacco che le classi politiche Italiane, Europee e delle varie organizzazioni mondiali smettessero di parametrare la vita della gente utilizzando criteri che non rispondono alle situazioni reali, perché rispecchiano quello che della vita costoro pensano, trascorrendola in ambiti totalmente diversi.

Inguaribile sognatore? Quand’anche così fosse, è un bellissimo sogno.