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Storie dal carcere: ecco Edoardo il Monco, l’uomo che vinse la morte

Continuano i racconti di Franco Bertè, medico del carcere di Bergamo che oggi ci parla di un criminale dalla doppia vita, trasformato dopo una delusione d'amore e un tentato suicidio finito male

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Ma è già passato un mese? Un salto velocissimo dall’ottobrata calda all’autunno “classico”. Una stagione anomala come le storie vere che troverete qui ogni mese. Siamo al terzo appuntamento e forse non è più il caso che vi racconti tutto di me… solo vi ricordo che faccio il medico nel carcere di via Gleno dove dirigo il reparto sanitario. Mi chiamo Franco Bertè e sono un calabrese ormai bergamaschizzato da 35 anni… la maggior parte di questi passati a curare il corpo e qualche volta lenire l’anima dei detenuti. Alcuni mi hanno aperto cuore e segreti e vita che ho raccolto in due libri. “I nuovi giunti” (da cui è tratta la storia di oggi) e l’ultimo, ancora in libreria, “Passi perduti” di Cairo editore.
Oggi conoscerete Edoardo il Monco. Una storia come tante di quelle che passano dal carcere. Una storia unica come unico ognuno di noi, che viva nel mondo di fuori o in quello “di dentro”. Io li vivo entrambi e se vorrete ogni mese vi farò entrare con me in quello del carcere.
Se vorrete potrete anche scrivere alla redazione di Bergamonews e dirmi la vostra. Ci si “vede” prima di Natale con una storia che… ma lasciamo il tempo al tempo no?

“In fondo io non volevo vivere altro che ciò che voleva sorgere spontaneamente da me, perché era così difficile?”. Il Monco era un detenuto, e come Emil Sinclair, protagonista del romanzo di Hermann Hesse, Demian, si era fatto trascinare dagli eventi. Era stato portato a delinquere dalle circostanze, da eventi quasi ineluttabili. Il Monco non aveva niente da spartire con gli altri detenuti. Anche se apparteneva a una categoria precisa di criminali, quelli che non si sottraggono al delitto per non smettere di recitare la parte dei duri, dei risoluti, il Monco aveva qualcosa di più. Era più intelligente, più colto. Di una cultura non proveniente dai libri ma acquisita sul campo nella vita, la cultura del “fai da te”, di chi parla in modo ricercato ma rimane ancorato alla realtà, è poco prolisso e piuttosto efficace. Poteva eccellere in tutto, il Monco. Sarebbe diventato banchiere se fosse stato bancario, preside se professore. E da membro di una banda ne era ovviamente divenuto il capo.

Un ottimo ladro… ma forse non più di tanto visto che stava in carcere. Quando frequentava la latteria di viale Mantova non era ancora il Monco. Vestiva elegante. Si esprimeva in un italiano colto. Vantava amicizie altolocate. Chissà perché, tuttavia, frequentava esclusivamente balordi. Tutti i colpi magistrali come il Monco definiva i furti che rendevano molto e non lasciavano traccia, venivano attribuiti a lui. A chi gli chiedeva se davvero c’entrasse, non smentiva né confermava. Storceva la bocca accennando un sorriso poi socchiudeva gli occhi e sibilava: “Ssss! Gli sbirri hanno orecchie ovunque!”.

Dopo ogni gran colpo, il Monco era costretto a organizzare qualche piccolo furto per i vestiti e le scarpe nuove e offrire da bere a tutti e soprattutto perpetuare la sua leggenda. Poi spariva per ricomparire solo dopo giorni. “Sei stato al casinò Edoardo?” gli chiedevano: “E quanto hai perso?”. “Tutto!”, rispondeva lui, e cacciava la mano in tasca estraendo la fodera vuota. “Dove c’è gusto non c’è perdenza”: odiava quella frase, ma era la migliore per troncare le conversazioni.

Poi venne Serena. Serena era piombata nella latteria di via Mantova sconvolgendo tutto. Era stata assunta in nero dalla Tina, la proprietaria, perché lei aveva bisogno del pomeriggio libero. Doveva dedicarlo al suo nuovo amore, Egidio, un trucido di mezza tacca dalla pelle olivastra e i capelli lunghi impomatati e tinti e di dieci anni più vecchio di lei. Le stava sempre appiccicato, le cingeva la vita da dietro le spalle sbaciucchiandole orecchie e collo sussurrandole oscenità. La Tina era cotta e l’Egidio da quando era con lei aveva iniziato a vestire griffato. Serena aveva detto a tutti del nuovo lavoro così quando venivano a trovarla correva fuori dal banco e letteralmente saltava addosso a tutti cingendo la vita con le sue lunghe gambe. Faceva così con tutti quelli che aveva visto almeno due volte! Ma Edoardo no, lui la teneva a distanza. La riteneva bella, ma lei bella non era. Anche affascinante, ma affascinante lo era anche meno. Certo aveva un bel corpo, un sorriso pieno di vita, capelli cortissimi e neri e le tette stavano su senza reggiseno. Raccontava ad Edoardo che si prendeva la tintarella integrale nel capanno di un suo amico settantenne ma molto giovanile… ma perché lo raccontava a lui? Indossava solo minigonne strette in vita e larghe sul fondo… così nelle sue effusioni mostrava sempre le mutande di cotone pesante a fiorellini. Sempre lo stesso modello. Edoardo glielo fece notare ma lei alzando le spalle gli disse che se le cambiava comunque anche tre volte al giorno. Ma dove le tenesse nel bar rimaneva un mistero.

Serena aveva un solo piccolo unico accessorio: una tracolla tutta di cuoio con dentro una agenda anch’essa di cuoio con un disegno del Che in copertina. Dentro annotava anche le condizioni meteo e certe frasi che ogni tanto leggeva a Edoardo. Solo quelle che voleva lei, il resto lo nascondeva chiudendo l’agenda di scatto. Sullo scaffale degli amari mise un cartello: “Quando un uomo fa la persona seria quell’uomo sta recitando”. “Lo diceva sempre mio nonno!”. Peccato fosse una frase di George Bernard Show, pensò Edoardo. Ma forse suo nonno lo sapeva. “Andiamo a vivere insieme?”. Lo chiese ad Edoardo un pomeriggio piovoso. Lui era entrato nella latteria inzuppato, capelli e vestiti, tutto. Non usava ombrelli e camminava sempre con passo lento, anche sotto la pioggia dirotto.

Quando Serena le indirizzò quella domanda, stava soffiando sulle mani per scaldarle. Voltò la testa di lato, per accertarsi che Serena stesse parlando proprio con lui, e lei gli sorrise. Aveva gli occhi liquidi pieni di emozione. Edoardo avvertì subito quel suo profumo particolare, un misto di saponetta e borotalco. Erano soli. Serena uscì dal banco, prese la borsetta di cuoio e gli si avvicinò, asciugandogli la fronte e i capelli con l’unica cosa morbida che aveva trovato: sembrava un panno, un panno a fiorellini colorati.

Subito lo fece salire in sella al suo due ruote rosso e lo condusse in un bosco. Serena lo chiamava il mio nido. Era una capanna diroccata. Apparteneva a suo nonno. Una sola stanza nell’area di un torrente, sotto un traliccio dell’alta tensione sotto la dorsale appenninica: da li passava l’energia elettrica di tutta la penisola. Era “la casa”. Davanti il torrente, dietro un bosco di faggi. Uno sguardo intorno e la casa diventava bellissima. “Ti piace?”, gli chiese Serena. Ma non mostrava la capanna, descrisse con il braccio un largo giro indicandogli il luogo. “Si”, rispose lui: ispirò profondamente e rimase in apnea finchè potè. Serena ed Edoardo vivevano lontano dal mondo, persa ogni cognizione del tempo, sistemata la casupola con roba raccattata in giro, l’unica cosa che li teneva legati alla realtà era il motorino della ragazza. Con quello andavano una volta la settimana a fare la spesa, barattando canestri di vimini e piccole sculture di legno realizzate da loro. Edoardo aveva costruito una piccola padella per pescare, il torrente era pieno di trote. Vivevano in un mondo in cui avevano sognato di vivere da sempre. Serena scriveva e riempiva l’agenda di pensieri brevi. Sulla porta di casa avevano sistemato un cartello: noi abbiamo trovato la felicità! Entrate!

Chicco capitò lì all’improvviso, sbucato dal bosco, urlando un “Ehi, gente!”, creando una eco interminabile, era vestito con indumenti militari. Aveva anfibi, cappotto grigio verde con le mostrine strappate. In più, barba e capelli lunghi dal curioso contrasto: la Barba era rossiccia e i capelli neri. Sudicio ma con denti bianchi e perfetti. Per questo sorrideva continuamente: voleva mostrare i denti. Gli occhi erano di un azzurro intenso.

Per Serena fu un evento come fosse arrivato il Messia.

Chicco si stabilì vicino in riva al fiume in una canadese sforacchiata dell’esercito anche quella. Una mattina Edoardo si svegliò presto e si diresse verso il bosco. Voleva raccogliere rami di bosso per le sue statuine. Stette via tutto il giorno, e tornò a casa poco prima del tramonto. Serena non c’era e non c’era la canadese di Chicco e non c’era più il cartello della felicità. C’era invece un foglio della sua agenda, con un suo pensiero: “Non è detto che quel che comincia sia meglio di quello che è già iniziato. Ma certo sarà un’altra cosa. Mia Serena”. Era la sua firma, lei diceva sempre di essere “Sua”, di appartenere a se stessa, e gli altri? Serena non sapeva chi erano gli altri.

Edoardo rimase lì, seduto su una pietra appena dentro il torrente, dove lui e Serena avevano scavato due posti. Non sapeva nemmeno lui quanto fosse rimasto là. Di sicuro fino a che aveva preso la sua decisone. Non valeva la pena vivere e così salì sopra il traliccio, lentamente. Allungò il braccio e afferrò con forza il cavo. Vi restò appeso per pochi attimi. Poi il tonfo nel fiume, nell’unica pozza profonda. L’avambraccio gli si staccò di netto, carbonizzato contro i cavi della corrente. Galleggiò come morto lungo il torrente finchè lo trovò un cacciatore.

Un mese di coma poi aprì gli occhi. Edoardo era morto al suo posto era nato il Monco. Odraode il Monco. Il suo nome al contrario perché ora era l’esatto opposto di prima del traliccio. Ora era violento e viveva di abusi e soprusi verso chiunque. Non aveva paura di niente. Aveva cercato la morte e lei lo aveva graziato tenendosi un pezzo di lui. Ora diceva di voler vivere come fosse morto. In carcere girava col moncherino sempre in mostra. E tentava di farci ogni cosa. Col quel pezzetto di braccio aveva sviluppato una forza straordinaria, quando lo faceva roteare, minaccioso, metteva paura.

Non frequentava nessuno e parlava solo se strettamente necessario.

Quel giorno era tra gli iscritti alla visita medica ma non si era presentato. Venne al pomeriggio: disse che c’era troppa gente e non gli piaceva per niente. “Dammi una sigaretta!” Si mise a raccontarmi la storia della sua vita. Alla fine mi chiese un’altra sigaretta e come era venuto se ne andò.

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