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Quanti misteri attorno al “suicidio” di Luigi Tenco e quante morti tra chi se ne occupò

Il 26 gennaio 1967 Luigi Tenco si toglie la vita con un colpo di pistola. Questa la verità ufficiale; in realtà 50 anni dopo ancora molti sono i dubbi su quanto accadde quella notte.

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Il 26 gennaio 1967 Luigi Tenco si toglie la vita con un colpo di pistola. Questa la verità ufficiale; in realtà 50 anni dopo ancora molti sono i dubbi su quanto accadde quella notte.

La vita di Tenco

Luigi Tenco nasce il 21 marzo 1938 a Cassine (AL). E’ stato cantautore, poeta, attore, compositore e polistrumentista. Fin da piccolo mostra una naturale predisposizione per il pianoforte, riuscendo ad eseguire passaggi molto complicati. Trasferitosi nel ’48 a Genova, si appassiona al Jazz. Suona oltre al piano anche il sassofono ed il clarinetto in vari complessi dell’epoca dal
‘56 al ’59, quando ottiene un contratto discografico con la Dischi Ricordi come cantante. Sarà l’autore e anche interprete di brani meravigliosi come, tra i tanti, “Ragazzo mio”, “Mi sono innamorato di te”, “Io sì”, “Un giorno dopo l’altro” (sigla del Maigret di Cervi), “Lontano lontano”, “Vedrai vedrai”.

Insieme a Umberto Bindi, Gino Paoli, Bruno Lauzi, Fabrizio De Andrè è uno dei cantautori appartenenti alla “scuola genovese” che ha rivoluziona il mondo della canzone italiana. Un intellettuale, votato politicamente a sinistra, che anticipa le istanze del ‘68; un uomo senza compromessi, sempre contro, inquieto e perennemente insoddisfatto.

Scrive canzoni bellissime ma malinconiche; in vita non otterrà mai il successo che merita; verrà rivalutato solo dopo la sua morte.

La morte di Tenco

Quanto accaduto da quel lontano 1967 ad oggi ha dell’inverosimile; sembra più la trama di un giallo scritto male, tra testimonianze contraddittorie, indagini quanto meno superficiali, sospetti inquietanti, tanto da sfiorare il grottesco.

Ma veniamo alla notte tra il 26 e il 27 gennaio 1967. Tenco è al Festival di Sanremo per cantare, in coppia con la famosa cantante francese Dalida, “Ciao amore ciao”. La canta male, controvoglia, forse sotto l’effetto di tranquillanti di cui il cantante fa uso per vincere la paura del pubblico. La canzone è eliminata dalla giuria, classificandosi solo dodicesima. Non viene nemmeno ripescata; la commissione le preferisce “La rivoluzione” di Gianni Pettenati e Gene Pitney.

In seguito, Tenco, molto amareggiato, si reca con la propria auto, insieme a Dalida ed altri amici, cantanti etc al vicino ristorante Nostromo. Però presto si allontana, sempre alla guida delle sua auto, e ritorna ove alloggia, all’Hotel Savoy, camera 219. Fa due telefonate, la prima a Ennio Melis, dirigente capo RCA, che non trova; la seconda alla fidanzata Valeria, con la quale parla per circa un’ora.

E siamo intorno all’una di notte. Intorno alle due, Dalida si reca al Savoy, per accertarsi delle condizioni di Luigi e lo trova riverso a terra, morto. Una pistola nella mano destra ed un biglietto d’addio, firmato da Tenco stesso, sul comodino, che così riporta: ”Io ho voluto bene al pubblico italiano e gli ho dedicato inutilmente 5 anni della mia vita. Faccio questo non perché stanco della vita (tutt’altro) ma come atto di protesta contro un pubblico che manda ‘Io tu e e le rose’ in finale e ad una commissione che seleziona ‘La rivoluzione’. Spero che serva a chiarire le idee a
qualcuno. Ciao Luigi”. Dalida scoppia in un pianto inconsolabile e tutti i vicini di stanza accorrono.

Questi i fatti riportati dalle cronache di allora. Non ci sono dubbi: Luigi Tenco si è ucciso per la delusione causata dall’esclusione dalla kermesse canora! Nel giugno del ’67 il caso venne archiviato come suicidio. In realtà, emergeranno, negli anni a venire, fatti decisamente in contrasto con la tesi del suicidio.

Infatti

a) Viene contattata Valeria, l’allora fidanzata di Tenco. Rivelerà che, nel corso della telefonata ricevuta da Luigi nella notte del 26 gennaio ’67, il cantante, visibilmente irritato, le aveva detto di voler tenere all’indomani una conferenza stampa per denunciare la combine delle scommesse clandestine che incombeva sul Festival, facendo nomi e cognomi e che avrebbe buttato giù due righe come pro memoria. Dopo essersi sfogato Tenco, molto più tranquillo, aveva salutato la fidanzata con l’intenzione di fare insieme una vacanza in Kenya.

b) Il commissario Arrigo Molinari, colui che aveva disatteso se non sviato le indagini nel 1967, risulterà poi iscritto alla loggia massonica p2 (n. tessera 767), colluso con i servizi segreti e con l’operazione Gladio. Ricordiamoci che all’epoca dei fatti, dopo aver saputo della morte di Tenco da Dalida, mentre ancora si trovava nella propria abitazione, Molinari telefonò all’ANSA dichiarando che il cantante si era ucciso. E questo ancor prima di arrivare al Savoy e prima che la scientifica potesse intervenire. Nel febbraio del 2004, nella trasmissione “Domenica in” al conduttore Bonolis, il  commissario dichiarerà che ”Indubbiamente non è stato un suicidio… lo posso dire con sicurezza…è stato un omicidio collettivo… bisognerebbe fare chiarezza”.

Le indagini vennero svolte in fretta e furia, sostiene a propria discolpa Molinari, su pressione dei dirigenti Rai, che volevano che il Festival continuasse senza alcuno scandalo. Non furono eseguite né l’autopsia né analizzati i bossoli, né l’arma né le mani di Tenco. L’integerrimo Molinari diventerà prima Vicequestore di Genova e poi Questore di Nuoro. Ad aggiungere mistero alla vicenda, il 27 settembre 2005, ad un anno dall’intervista a “Domenica in”, Arrigo Molinari, 73enne, viene trovato senza vita nel suo albergo ad Andora (SV), accoltellato in circostanze non chiare.

Luigi Tenco

c) Si scoprirà in anni successivi che Tenco la notte del 26 gennaio ‘67, contrariamente a quanto sostenuto dalle autorità, non sarebbe rientrato dal ristorante Nostromo direttamente all’Hotel Savoy. Diverse le circostanze che lo lasciano dedurre.

– Il portiere del Savoy, cui fu chiesto se avesse visto rientrare Tenco quella notte, dichiarò che il cantante doveva essere in camera, visto che le chiavi non stavano nella bacheca della reception; e non che aveva visto Tenco rientrare. E se Tenco avesse avuto con sé le chiavi e non fosse ancora rientrato?

– Delle telefonate che Tenco fece dall’albergo a Melis e a Valeria quella notte non vi è traccia. All’epoca non vi era la teleselezione, per cui bisognava passare per forza dal centralino; ma al Savoy dissero che alla stanza 219 non risultavano telefonate in entrata o in uscita. Pare doversi concludere allora che il cantante tali telefonate le abbia fatte da fuori e non dall’albergo.

– Da altre foto risulterebbero tracce di sabbia sull’auto, sui vestiti e nei capelli di Tenco. Una giornalista ha dichiarato che, prima che Tenco si recasse al Nostromo, l’auto era pulita.
Il cantante, dopo il Nostromo, ha raggiunto la spiaggia? E se Tenco avesse trovato la morte lontano dal Savoy e poi vi fosse stato riportato?

d) Dalida e Lucien Morisse. Quando, la notte del 26 gennaio, è al Nostromo con i dirigenti della RCA, Dalida riceve una telefonata dall’Hotel Londra di Sanremo. Ai commensali dirà che le è stato riferito che Tenco è al Savoy e sta male. Stranamente, Dalida non si precipita al Savoy, ma fa un giro largo; va a comprare le sigarette e poi passa a prendere il suo ex marito, Lucien Morisse e, quindi, giunge dopo 40 minuti all’hotel, quando ne bastano 5, dove scopre il corpo esanime di Tenco. Sandro Ciotti testimonierà di aver visto la cantante e Morisse uscire dalla stanza di
Tenco, dopo averne scoperto il cadavere. Subito dopo, si renderanno irreperibili, passando oltre confine indisturbati.

I ben informati hanno ventilato l’ipotesi che gli ex coniugi sapessero delle minacce di morte ricevute dal cantante, fossero a loro volta minacciati e che nulla fecero per evitarne la scomparsa. La telefonata al Nostromo sarebbe stato un messaggio in codice degli esecutori come a dire che stavano procedendo e che (Dalida e Morisse) se la prendessero con calma prima di arrivare al Savoy, per poi trovare il cadavere. E così il rientro all’Hotel sarà molto, molto lento.

La verità dalla viva voce dei due non la sapremo mai: Dalida tenterà di togliersi la vita un mese dopo la morte di Tenco e vi riuscirà il 3.5.1987 con un overdose di barbiturici. Lucien Morisse morirà suicida sparandosi l’11 settembre 1970.

e) Le testimonianze. Le persone accorse alla stanza 219, ancor prima che sopraggiunga la polizia, hanno rilasciato dichiarazioni alquanto contraddittorie. Chi ha visto il corpo di Tenco seduto sul pavimento appoggiato al letto, chi sul letto supino, chi di lato. Così come la pistola che alcuni dicono in fondo alla stanza, chi in mano a Tenco, chi sul comodino; alcuni non la vedono proprio.

Tra il 1993 e il 1994 i giornalisti Marco Buttazzi e Andrea Pomati ritrovano il fascicolo redatto dalla Polizia nel ’67. Dalle foto allegate rilevano che il corpo di Tenco aveva le gambe (dalle caviglie ai piedi) posizionate sotto un cassettone; insospettiti dalla posizione anomala del cadavere, scoprono che quelle foto non riportano la reale scena del crimine. La scena del crimine, infatti, è stata inquinata. Intervistano il necroforo dell’epoca il quale dichiara che il commissario Arrigo Molinari, incaricato delle indagini, aveva ordinato che il corpo venisse subito trasferito all’obitorio, prima ancora dell’arrivo della scientifica; per poi essere riportato all’hotel Savoy e ricomposto per permettere le foto di rito. Che poi sono quelle allegate al fascicolo sopracitato.

In seguito, dallo studio approfondito del caso, unitamente al giornalista, amico e biografo di Tenco, Aldo Fegatelli Colonna, Buttazzi e Pomati raccolgono elementi nuovi e sconcertanti, tanto da chiedere nel 2002 ed ottenere la riapertura del caso presso la Procura della Repubblica di Sanremo. Ciò anche grazie alla consulenza del criminologo Francesco Bruno.

Si giunge così al 2005; il procuratore Mariano Gagliano dispone l’esumazione del cadavere, accertamenti sull’arma di Tenco (già restituita agli eredi), sul bossolo dell’arma stessa, sulle mani del cantante e sul biglietto d’addio. Nel 2006 la procura, sulla base di tali accertamenti e ritenuto autografo dai periti il biglietto d’addio, conclude che si tratti di “un suicidio da manuale…. al di là di ogni ragionevole dubbio” e che ”il caso è chiuso”.

Nel 2009 il caso viene di nuovo archiviato come suicidio. Invece ad oggi i dubbi restano eccome. Nel 2013 un’inchiesta dei giornalisti Pasquale Ragone e Nicola Guarneri mette in luce altri elementi atti a comprovare che non si sarebbe trattato di suicidio.

1- L’arma Il 20 febbraio 1990, Valentino Tenco, fratello di Luigi, alla trasmissione “Telefono Giallo” di Corrado Augias dichiara che la pistola PPK 7.65 di Tenco, gli venne riconsegnata poco dopo la morte dello stesso. Quando dopo vent’anni dal fatto ebbe il coraggio di aprire il pacco che conteneva l’arma, si rese subito conto che era perfettamente pulita ed oliata. Primo dubbio: la polizia riconsegna alle famiglie i corpi di reato? Prima di riconsegnare una arma la puliscono? Oppure quella pistola non ha sparato?

In realtà la PPK di Tenco non compare nemmeno sulla scena del crimine, tant’è che nel verbale della polizia non risulta tra gli oggetti rinvenuti nella stanza 219. Comparirà il giorno seguente nei referti, tra gli oggetti rinvenuti nell’auto del cantautore e, nelle foto di repertorio, deposta insieme da altri oggetti sul cofano dell’auto stessa. Va poi sottolineato che Mino Durand, giornalista ed esperto d’armi del Corriere della Sera, dichiarò di essere entrato la sera dell’omicidio nella stanza 219 e di avere preso in mano la pistola dalla mano di Tenco e che non si trattava di una PPK 7.65, ma di una Beretta cal. 22.

Nessuno dei vicini di stanza sentì alcuna detonazione. In particolare, Sandro Ciotti, che soggiornava vicino alla stanza 219, presente alla manifestazione in veste di giornalista, dichiarerà di avere sentito cantare sottovoce, vista l’ora tarda, i vicini del quartetto francese che provavano alcuni pezzi, ma nessun colpo d’arma da fuoco. Anche Lucio Dalla, vicino di stanza di Tenco, dichiarò di non aver sentito nulla, se non le urla di dolore di Dalida. Al riguardo più di un esperto in materia ha ritenuto, simulando delle prove, che uno sparo proveniente da un’arma del genere non può non essere udito, a maggior ragione in un luogo chiuso e a tarda ora.

2 – Le mani di Tenco In seguito agli accertamenti del 2005/2006 vengono rinvenute sulle mani di Tenco alcune particelle di antimonio. Gli esperti sottolineano che perché si possa avere la certezza che una mano abbia sparato è necessario che si rinvengano tre elementi: bario, piombo e antimonio. Uno solo di quegli elementi non prova nulla. A detta dei consulenti, infatti, l’antimonio che è stato ritrovato può tranquillamente essere stato lasciato da un accendino (Tenco fumava) e nel fare benzina ad un distributore. Non rileva che siano passati quasi 40 anni dalla morte; tali elementi non sono degradabili e possono essere trovati anche a distanza di cent’anni.

Vengono rinvenuti invece tutte e tre i detti elementi sulla tempia di Tenco. Inoltre, non vengono ritrovate tracce di sangue sulle mani del cadavere. Per gli esperti, se si fosse trattato di suicidio, sarebbero, invece, evidenti dei microspruzzi di sangue. Se ne dovrebbe concludere, in merito ai punti 1 e 2, che la PPK di Tenco non ha sparato e che, soprattutto, la mano di Tenco non ha sparato; ma contrariamente alla logica, la Procura non fu di tale avviso.

Luigi Tenco

3 – Il bossolo apparso nel 2006 Va premesso che in seguito alle indagine mal condotte nel ’67, la polizia allora ritenne che il proiettile fosse ancora nel cranio del cantante, avendo rilevato solo un foro di entrata e non un foro di uscita. Dall’autopsia del 2006, invece si evince che la testa di Tenco riporta anche un foro di uscita. Ma dov’era finito il proiettile allora, mai rinvenuto sul luogo del crimine? Guarda caso, proprio nel 2006 venne ritrovato il bossolo ed il relativo proiettile della PPK del musicista, in una scatola di munizioni vendute all’asta (?) un anno dopo la morte dell’artista.

Venne allora effettuato un raffronto tra il bossolo ritrovato del ’67, la PPK di Tenco ed il bossolo esploso in fase di test nel 2006. Da tale comparazione la procura ritenne che i reperti fossero compatibili. In realtà, tale compatibilità non prova nulla. Si tratta di un bossolo del ’67, scomparso e poi ritrovato dopo 39 anni e, soprattutto, non repertato sulla scena del crimine. Infatti, nella stanza 219 nessun bossolo fu mai trovato. E’ quindi impossibile dire con certezza se detto bossolo fu proprio quello espulso dalla PPK di Tenco il 26 gennaio 1967. Al riguardo poi venne chiesto un parere al dott. Martino Farneti, direttore della sezione balistica della Polizia scientifica di Roma. Il dott. Farneti stigmatizzò l’errore dei colleghi di Sanremo, evidenziando come il bossolo del ’67 non poteva nemmeno essere stato espulso da una PPK, poiché i segni lasciati dall’espulsore sul bossolo stesso sono differenti; il bossolo apparteneva invece ad una Beretta mod. 70.

Ciò troverebbe conferma anche nella testimonianza sopracitata, di Mino Durand che dichiarò di avere visto e preso in mano, nella stanza 219, una pistola e che non si trattava di una PPK 7.65, ma di una Beretta cal. 22 (praticamente identica alla Beretta mod. 70). Ritiene Farneti poi che potrebbe essere stato usato un silenziatore, come si evince dai segni marcati sul bossolo, circostanza questa compatibile col fatto che nessuno sentì lo sparo.

E se la Beretta fosse stata lasciata sulla scena del crimine dalla polizia stessa (fu l’arma in dotazione alle forze dell’ordine sino al 1990) per suffragare l’ipotesi del suicidio?

4 – Ferite ed ematomi sul viso di Tenco Da alcune fotografie, rimaste inedite sino al 1994 e pubblicate dal settimanale Oggi, si evince come il viso di Tenco riportasse ferite lacero contuse ed ematomi. Risulta anche una ferita nella parte posteriore della testa. Tali foto sarebbero state scattate prima che il corpo venisse trasportato all’obitorio. Dal referto della polizia redatto nel ’67 non risultano ferite o altro, se non il foro di entrata della pallottola.

In particolare, nelle foto della polizia dell’epoca il viso appare fasciato da una vistosa bendatura che lo copre quasi interamente. In merito, gli esperti hanno osservato che nella caduta post mortem non è possibile avere un effetto a rimbalzo, per cui delle due l’una: o si hanno ferite al viso o alla nuca e mai, come nel caso di specie, sia frontali (viso) che posteriori (cranio). Tali circostanze portano a chiedersi allora come Tenco si sia fatto tali ferite. Vi è stata forse una colluttazione?

Dalle stesse foto si può notare come il colletto della camicia del cantante, dopo il ritorno dall’obitorio sia lindo da bucato e prima sia lordo di sangue. Perché è stato necessario cambiare la camicia? Forse la camicia riportava tracce di sabbia? Il cantante venne aggredito in spiaggia (che distava solo 600 metri dall’albergo) e poi trasportato al Savoy? Ricomposto coi piedi sotto in cassettone, così da coprire le scarpe forse sporche di sabbia?

D’altra parte, a distanza di 3 metri dalla stanza 219, al Savoy vi era una porta che dava sul giardino esterno. La stessa porta che i necrofori utilizzeranno per trasportare la salma. Non doveva essere difficile riportare il cadavere nella sua stanza a quell’ora di notte senza essere visti.

5 – Il biglietto d’addio In primo luogo va osservato come il biglietto d’addio non risulta agli atti, non compare nel referto della polizia, non essendo stato rinvenuto nella stanza 219. Invero, il biglietto giunge nella mani della Polizia da terze mani. Inizialmente stava nella stanza di Dalida (n. 104) che lo consegnò a Sergio Modugno (amico di Tenco) che lo passò a Piero Vivarelli (giornalista amico di Tenco) che infine lo diede alla Polizia.

In secondo luogo, da un’analisi approfondita, sul biglietto, sono stati riscontrati dei calchi di parola, come se vi fosse stato (almeno) un altro foglio, sovrapposto a quello ritrovato, con altre parole. Le parole dei calchi sono “gioco” e “già”: gioco in particolare sembrerebbe compatibile con l’intenzione di Tenco di denunciare il gioco delle scommesse clandestine, come già preannunciato alla fidanzata Valeria nella telefonata già citata.

Perché allora non potrebbe trattarsi di una denuncia e non di un biglietto d’addio, ove qualcuno ha poi aggiunto altre parole per rendere tutto più verosimile all’ipotesi suicidiaria? Si badi bene che da una foto di archivio si può notare che il commissario Molinari (ancora lui), nell’atto di leggere alla stampa il biglietto ritrovato, tiene tra le mani due fogli e non uno soltanto. Ma allora dove sono finiti gli altri fogli?

Poi nel biglietto stesso è evidente un errore ortografico. La parola “seleziona” scritta “selleziona” con due elle. Inoltre, vi è uno spazio tra le 2 elle e un punto di ripartenza all’inizio della seconda elle. Ciò porta a pensare che sia stata scritta da persona non molto ferrata nella lingua italiana o straniera e che è indecisa su come va scritta quella parola. Tenco, che era solito cesellare le parole scritte, non poteva avere certo commesso un errore tanto marchiano!

E infine la firma anche ad un occhio esperto non pare proprio quello di Tenco, se paragonata ad altre sue firme.

Ipotesi finali

Si possono avanzare diverse ipotesi circa quanto accaduto quel maledetto 26 gennaio 1967.

Tenco può essere stato ucciso per denaro: aveva vinto proprio quel giorno al casinò una bella cifra (almeno tre milioni di lire). Tale denaro, infatti, non fu più ritrovato; il che ci fa pensare ad una rapina finita male.

Può essere stato ucciso per gelosia: Morisse, ex marito di Dalida, con cui Tenco aveva una relazione amorosa, era molto geloso e possessivo verso la ex compagna, anche dopo la separazione. Ed è stato visto uscire dalla 219 con la cantante.

Tenco può essere stato ucciso per evitare che rivelasse il gioco delle scommesse clandestine (come preannunciato alla fidanzata Valeria al telefono). La telefonata può essere stata sentita al centralino, visto che ai tempi, non esisteva ancora la teleselezione. E anche qui potrebbe entrare in gioco Lucien Morisse che, oltre a essere un potente discografico, aveva rapporti con la criminalità marsigliese che gestiva le scommesse.

Tutte ipotesi possibili, affascinanti ed inquietanti al tempo stesso, ma non sorrette da prove certe, quando non fantasiose.

Resta, invece, agli atti che, su istanza del giornalista Pasquale Ragone, la Procura di Imperia, prima acconsentì ad un supplemento di indagini, ed infine, il 24 febbraio 2015, archiviò (sembra definitivamente) il caso.

R.I.P. Caro Luigi, le tue meravigliose canzoni resteranno per sempre.

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