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Referendum sull’autonomia: cosa succede adesso?

"Ma quello che gli italiani si chiedono è: il referendum avrà delle conseguenze politiche ? E se sì, quali?" L'analisi del nostro Marco Cangelli, classe 1997, a referendum concluso

Un vento forte spira in questi giorni su Roma, un vento freddo da Nord che sa di autonomia. Non stiamo parlando di un effetto atmosferico causato dall’imminente arrivo dell’inverno, ma del risultato del referendum per l’autonomia che ha coinvolto domenica 22 ottobre le regioni Lombardia e Veneto. Superato la soglia quorum del 50 % in Veneto con il 59 % dei cittadini alle urne e con la partecipazione del 38,34 % dei cittadini lombardi, la richiesta di maggior autonomia dallo stato centrale da parte delle regioni su 23 competenze condivise è ormai avviata, ma quello che gli italiani si chiedono è: il referendum avrà delle conseguenze politiche ? E se sì, quali?

Analizzando il calendario elettorale del 2018 ed i vari schieramenti che hanno preso parte alla campagna referendaria del 22 ottobre, il voto dei lombardi e dei veneti potrebbe portare a ricadute politiche sia a livello nazionale che a livello regionale, con la Lombardia maggiormente coinvolta nella partita rispetto alla collega con sede a Venezia.
A livello nazionale il risultato referendario mette sotto scacco il governo giunto a fine mandato con l’obbligo di avviare una trattativa lunga e difficile da cui non può esimersi a causa dell’ampia affermazione dei “si” ( 95,29 % in Lombardia e 98,1 % in Veneto) e dell’imminente arrivo delle elezioni che dovrebbero tenersi in marzo. Rinviare la trattativa dopo l’insediamento del nuovo governo oppure troncare sul nascere il dialogo su alcune competenze potrebbe rivelarsi un pericoloso boomerang politico, con i sostenitori dell’autonomia che potrebbero cambiare schieramento oppure evitare di presentarsi al voto, in entrambi i caso azioni che potrebbero bloccare le aspirazioni di elezione per molti deputati e senatori. A rendere la situazione più complessa l’introduzione della nuova legge elettorale, il fatidico Rosatellum Bis, che, a meno di sorprese, riporterà in Italia il sistema proporzionale con seggi uninominali. Con questa modalità di voto il peso del Veneto e della Lombardia nella composizione del parlamento sarà notevole, con circa 120 deputati deputati eletti dai collegi presenti in quel territorio, un dato che dopo il referendum del 22 ottobre potrebbe spostare equilibri già consolidati. Per il governo che verrà la trattativa sull’autonomia sarà un punto da non sottovalutare, visto che le scelte prese in questo campo potrebbero portare a colpi di marmo inaspettati a causa delle motivazioni in precedenza espresse.

Analizzando nello specifico il campo regionale, si rafforza la posizione del centro – destra e del governatore Luca Zaia in Veneto che, nonostante la linea all’astensionismo promossa dal centro – sinistra, ha superato ampiamente il limite del 50 %. Differente il discorso in Lombardia dove la complessità dello scacchiere politico è ampiamente maggiore: se per Roberto Maroni il referendum non è stato un trionfo (quasi due terzi dei lombardi si sono astenuti) per Giorgio Gori e Giuseppe Sala (rispettivamente sindaci di Bergamo e Milano) questa tornata elettorale ha l’aria di una sconfitta. Il presidente leghista ha portato avanti una campagna elettorale intensa, con grandi nomi e grandi promesse, nonostante ciò a presentarsi alle urne sono stati solo una minima parte degli elettori, peraltro molti sostenitori del centrodestra che non si sono presentati (tuttavia in crescita rispetto alle elezioni regionali del 2013).

Dall’altra parte per i sindaci del centro – sinistra, schieratisi per il sì all’autonomia con un comitato apposito , questo referendum si è rivelato una sconfitta, con buona parte dei propri sostenitori che hanno scelto la via del non voto, in particolare di quelli provenienti dalle città da loro stessi governate, dove si sono registrati alcuni fra i dati di affluenza più bassi rispetto alle provincie a cui fanno capoluogo.
Dando uno sguardo alle elezioni regionali del prossimo anno nel caso di Maroni la rielezione dipenderà in gran parte dall’andamento delle trattative con il governo, mentre per Gori la partita sarà più dura, con una rincorsa iniziata sin dalla chiusura dei seggi referendari, alla ricerca della fiducia perduta nei sostenitori del centro – sinistra.
Mancano ancora alcuni mesi alle prossime elezioni politiche ed a quelle regionali in Lombardia e le prospettive politiche sono ancora vaghe. Nonostante ciò il referendum del 22 ottobre ha già dato alcuni segnali e altri ne darà la trattativa dei prossimi mesi, ma per i partiti questa è già l’ora delle grandi riflessioni.

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