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Diego, eroe bergamasco di Medici senza frontiere: “Salvando bimbi in Iraq supero la paura” video

Anestesista rianimatore al Papa Giovanni, il 40enne di Bagnatica ha fatto parte anche di Emergency e ha fondato un'associazione umanitaria, la Health-aid onlus: "I rischi ci sono, ma viaggiare per fare il mio lavoro è ciò che sognavo"

Lui tende a minimizzare la sua missione, ma Diego Manzoni può essere definito senza timore di esagerare un eroe bergamasco. Il quarantenne di Costa di Mezzate è da anni impegnato con Medici senza frontiere, l’organizzazione internazionale privata che porta soccorso sanitario e assistenza medica nelle zone del mondo in cui il diritto alla cura non è garantito.

Diego Manzoni

Anestesista rianimatore all’ospedale Papa Giovanni di Bergamo da quindici anni, Manzoni ha fatto parte anche di Emergency e nel 2001 ha fondato un’associazione umanitaria che lui stesso dirige, la Health-aid onlus con sede a Bagnatica, che conta una ventina di membri (LEGGI QUI).

In occasione della campagna di Msf  “Cure nel cuore dei conflitti” (LEGGI QUI), l’operatore bergamasco ci racconta le sue esperienze, in cui ha avuto modo di salvare numerose vite.

Manzoni, quando è nata l’idea di partecipare a missioni di questo tipo?

“Quando ho terminato gli studi universitari. Avevo il desiderio di viaggiare e girare il mondo. Ho pensato di unire l’utile al dilettevole. Viaggio comunque tanto anche di mio, non solo per missioni. È stata pure un’esigenza di vivere la mia professione in modo pieno e completo, mettendo a disposizione di chi ne ha bisogno ciò che so fare”.

Quando è stata la sua prima missione in zone di guerra?

“Nel 2011, con Emergency in Afghanistan. Prima avevo preso parte a quelle di cooperazione internazionale in contesti di povertà ma non di guerra. In condizioni più stabili. Come in Ghana. Un’altra cosa rispetto al Medio Oriente”.

Perché poi ha optato per quelle più rischiose?

“Perché lavorare in contesti difficili, con poche risorse e con grande difficoltà, ti dona grande gratificazione. Nel momento in cui ci si prende cura di qualcuno che in quel momento ha estremo bisogno si prova qualcosa di unico. Nel mio caso, visto il mio lavoro, poter salvare la vita delle persone”.

Quante missioni ha svolto finora?

“Allora… In Afghanistan due volte. La prima al sud, tre mesi a Lashcargah, con Emergency; l’altra sei settimane con Msf a nord, a Kunduz. Lì tra l’altro un ospedale è stato bombardato nel 2015 e ho perso un sacco di amici con cui avevo lavorato. Poi nel 2016 sono stato un mese in Yemen, nel nord, in un ospedale sulle montagne. Lo scorso aprile in Iraq, durante la battaglia di Mosul, in un ospedale da campo allestito con tende e con all’interno anche sale operatorie”.

Come si svolge un viaggio di questo tipo, dalla partenza al ritorno?

“Prima di partire bisogna presenziare a un briefing, a Parigi o a Bruxellese, in cui c’è un lavoro di preparazione per studiare la condizione del Paese in cui si andrà e il contesto in cui si opererà. Poi si può partire. Di solito sono da solo. Poi quando arrivo incontro il gruppo con cui lavorerò. Vado in ospedale e faccio il mio mestiere. Gestisco sale operatorie e terapie intensive. Con le poche risorse disponibili cerchiamo di salvare la vita alle persone”.

Che tipo di pazienti si presentano da voi?

“Di solito hanno ferite di arma da fuoco o quelle delle violenze dei conflitti. Curiamo tutti, dai militari delle forze governative ai miliziani forze opposizioni, fino ai talebani e ai militanti dell’Isis. La nostra professione ci impone di non guardare bandiere o schieramenti, salviamo tutti. Fa parte dell’etica del medico. Questo ci protegge, perché se non ti schieri hai più garanzie di essere rispettato. Nel caso dell’Isis era più difficile perché loro gli accordi non li vogliono”.

In quanti siete a operare?

“Di solito siamo una ventina di espatriati. Tutti europei. Lavoriamo in stretto contatto e con lo staff locale, medici e infermieri a cui insegniamo ciò che sappiamo per lasciare qualcosa anche quando torniamo a casa. Per renderli il più indipendenti possibile”.

Saprebbe dire a quante persone ha salvato la vita finora?

“In ogni missione una ventina. Circa un centinaio in totale, soprattutto bambini. I feriti soccorsi non si contano. Tantissimi. Ne operiamo venti o trenta al giorno, tutti in gravi condizioni e riusciamo a salvarne tanti”.

La scena più terribile?

“Un giorno in Afghanistan son morti sotto i miei occhi cinque bambini, uno dopo l’altro. Quella sera volevo abbandonare tutto. Me li ricordo tuttora. Quelli sono attimi strazianti anche per un medico”.

E il momento più bello?

“In Yemen. Un uomo aveva una polmonite molto grave. Tutti pensavano che non ce l’avrebbe fatta. L’ospedale era rudimentale. Ci siamo impegnati e siamo riusciti a salvarlo. Abbiamo provato orgoglio e felicità perché era dato per spacciato”.

La missione più emozionante?

“L’ultima a Mosul, nel mezzo della battaglia, con tanti feriti. La sintonia del gruppo era così forte che anche in quell’inferno siamo stati bene. Ho stretto belle amicizie con infermieri e medici locali. Nonostante il clima di guerra si lavorava in modo egregio e con il sorriso. Sarei rimasto ancora. E questo è il motivo per cui parto. Perché in quelle zone mi sento molto più gratificato che in Italia”.

Ha già programmato la prossima missione?

“A gennaio o febbraio. Ne faccio una all’anno con Medici senza frontiere, e una o due con la mia associazione. Con quella vado in Ghana, in mezzo alla Savana. Là non c’è un ambulatorio ma coordino una ventina di altri volontari che educo durante l’anno. Diciamo che con Msf sono il “bocia”, per dirla alla bergamasca, mentre con la mia sono il capo. Mi piacciono entrambi i ruoli”.

Quali sono i momenti più rischiosi quando si trova nelle zone di guerra?

“A volte siamo costretti a evacuare dall’ospedale o dalla casa in cui siamo. Ci sono bombardamenti vicini e quindi la situazione è poco sicura. Oppure riceviamo minacce da parte delle fazioni in conflitto che ci prendono un po’ di mira. Non è facile, ma insieme superiamo tutto”.

Ha mai paura?

“Sempre, tutte le volte. Parto e torno con la paura. Ma ho imparato a gestirla. Il coraggio è stare lì quando c’è la paura. Salvare vite è talmente gratificante che ti fa superare anche quella”.

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