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Effetto Minniti sui migranti a Bergamo: arrivi in picchiata, giù del 40%

Mesi di sbarchi annullati sulle coste. Risultato: in provincia si passa dai 943 migranti tra giugno e settembre 2016 ai 584 del 2017

Il tracollo è netto, verticale. In provincia di Bergamo, dai 943 richiedenti asilo arrivati tra il giugno e il settembre 2016 si è passati ai 584 del 2017. Il che comporta una riduzione del 38%. È il frutto del lavoro sulla rotta libica operato dal ministro dell'Interno Marco Minniti, che ha portato al conseguente ridimensionamento del numero degli sbarchi sulle coste del Mezzogiorno. E se gli arrivi calano drasticamente a sud dello Stivale, inevitabilmente succede lo stesso anche nelle province del nord Italia, dove i richiedenti asilo trovano accoglienza dopo la lunga traversata in mare.

Migranti

I dati, forniti dalla Prefettura di Milano, fotografano quella che è la situazione anche nel resto della Lombardia. Complessivamente, dai 7.761 richiedenti asilo arrivati tra il giugno e il settembre 2016 sul territorio regionale si è passati ai 5.552 del 2017. Il 13% di questi è stato assegnato proprio alla provincia di Bergamo, terza per numero di presenze dopo Brescia (16%) e Milano (27%). Ma differenze marcate si registrano più o meno ovunque. Sempre a Milano, per esempio, si è passati dai 1.921 arrivi del 2016 ai 1.336 dell'anno successivo; a Brescia da 1.157 a 671. Ma ci sono anche casi dove gli arrivi sono aumentati: è questo il caso di Como (da 254 a 413), Mantova (da 182 a 224) e Sondrio (da 139 a 167).

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Se da un lato si fanno sentire gli effetti del nuovo regolamento sulle Ong, dall'altro c'è chi si interroga sulle nuove strategie adottate per controllare l'emergenza: "Non è certo trovando accordi con la Libia che si risolve la situazione - commenta Adriano Allieri, responsabile Ufficio Stranieri Cisl -. A chi vanno i finanziamenti? A chi e in quali condizioni vengono affidati i richiedenti asilo? L'accordo preso dal Governo con Tripoli - sostiene Allieri - per certi versi ricorda quello dell'Europa con la Turchia di Erdogan. Questi numeri - conclude - non possono che restituire una visione parziale del fenomeno".

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