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“Quel dna è di Bossetti e non servono altri test”: le motivazioni dell’ergastolo

È valido il test effettuato perché “non sono stati violati i principi del contraddittorio e delle ragioni difensive”

“Quel DNA è dell’imputato: non serve un altro test e non si può rifare”. Sono queste in sintesi le motivazioni della sentenza di condanna all’ergastolo in Cassazione dello scorso 17 luglio.

Il presidente della Corte di Brescia Enrico Fischetti aveva accolto l’impianto accusatorio: è il carpentiere di Mapello il responsabile del brutale omicidio di Yara Gambirasio, scomparsa da Brembate di Sopra il 26 novembre 2010 e trovata in un campo di Chignolo d’Isola tre mesi dopo. Un delitto aggravato dalla crudeltà e dalla minore età della vittima.

Bossetti deve quindi restare in carcere: la prova del DNA è sufficiente per confermare il carcere a vita. È valido il test effettuato perché “non sono stati violati i principi del contraddittorio e delle ragioni difensive” riguardo la prova regina che ha portato all’ergastolo Massimo Bossetti.

“Si deve ribadire quindi ancora una volta e con chiarezza che un’eventuale perizia, chiesta a gran voce dalla difesa e dall’imputato, consentirebbe un mero controllo tecnico sul materiale documentale e sull’operato del Ris”, scrive la Corte d’assise d’appello di Brescia nelle motivazioni della sentenza.

I giudici aggiungono che “non vi sono più campioni di materiale genetico in misura idonea a consentire nuove amplificazioni e tipizzazioni” del DNA trovato sul corpo della tredicenne. Ed è per questo che una perizia sarebbe stata un controllo del lavoro dei consulenti dell’accusa e della parte civile.

A Bossetti era stata confermata l’assoluzione per calunnia nei confronti di un collega su cui aveva puntato il dito. Una mancata imputazione che aveva evitato l’isolamento diurno di sei mesi chiesto dall’accusa.

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