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Quella volta che Eisenhower chiese scusa a un ministro Ghanese

“Se con l’avvento di Obama alla Casa Bianca sembrava che la nazione a stelle e strisce avesse imboccato la strada giusta per la lotta al razzismo, con l’elezione di Trump lo scorso 8 novembre è tornata indietro di un paio di passi.” L’analisi di Giorgio Dolci, classe 1997

Ci troviamo negli Stati Uniti d’America, più precisamente a Dover, capitale dello stato del Delaware. E’ il 10 ottobre del 1957 e il ministro delle finanze ghanese Komla Agbeli Gbedemah sta compiendo un viaggio istituzionale della durata di qualche giorno. Verso l’ora di pranzo decide di fermarsi al primo ristorante che incontra sulla strada. Una volta dentro, proprio nel momento di ordinare una pietanza abbondante che lo riempirà di energie fino a cena, il personale del locale, vedendo quel gruppo di persone nere sedute a un tavolo, si rifiuta di servire il ministro e tutto il suo staff.

La notizia viene subito diffusa e lo sdegno e lo scalpore internazionale è tale che il presidente degli Stati Uniti in persona, l’eroico ex comandante dell’operazione Overlord, Dwight Eisenhower, si vede obbligato a chiedere scusa in maniera ufficiale a Komla e a tutti i suoi accompagnatori, condannando fermamente il razzismo.
Di episodi a sfondo razzista succeduti a questo, in particolare in America, se ne possono elencare tantissimi e la notizia preoccupante è che la lista è in continuo aggiornamento anche oggi.

Se con l’avvento di Obama alla Casa Bianca sembrava che la nazione a stelle e strisce avesse imboccato la strada giusta per la lotta al razzismo, con l’elezione di Trump lo scorso 8 novembre è tornata indietro di un paio di passi.
L’accanimento contro il nuovo presidente è stato enorme, anche e soprattutto al di fuori del Paese americano. Si sono svolte numerose manifestazioni anti-Trump; molti intellettuali, scrittori, attori e personaggi rilevanti si sono esposti con dichiarazioni al veleno contro il nuovo governo ed episodi di protesta simili stanno avendo luogo anche all’interno del mondo sportivo americano, come ad esempio nella NBA e nella NFL.

Nonostante ciò, Donald Trump ha vinto le elezioni con un buon margine sulla rivale democratica ed è saldo alla guida del suo governo.
Vanno smentite quelle persone convinte di un esito elettorale dovuto all’incoscienza del popolo americano. Non è andata così.
Trump ha sconfitto la Clinton perché, con le sue uscite goffe, razziste, politicamente scorrette, è riuscito nell’intento di far sentire al sicuro una grandissima fetta di americani bianchi non istruiti e frustrati dalle difficoltà economiche e sociali di questo decennio.

Quando ai suoi comizi attaccava i messicani definendoli stupratori, i cinesi imbroglioni e i musulmani minacce terroristiche, rassicurava milioni di persone intimorite da questo mondo ormai globalizzato e cosmopolita, dal quale prima si sentivano esclusi.
Ha incanalato la rabbia e la paura di gente che prima non aveva alcun rappresentante valido in grado di esprimerle.
La speranza, come accadde quel 10 ottobre , non è che Trump cambi improvvisamente il suo pensiero o il suo modo di fare, bensì che tutte le sue dichiarazioni imbarazzanti, offensive e spesso fuori posto, continuino a far rumore, ad essere condivise sui social e dai media, in modo tale da tenere in continuo allenamento il senso di critica e il disprezzo verso atteggiamenti e ideologie che devono essere superati.