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Steve Winwood, “Greatest Hits Live”: titolo a parte, un gioiellino, anzi due

Steve Winwood è stato fondatore dello Spencer Davis Group, dei Blind Faith, dei Traffic ed autore di canzoni immortali (almeno una quindicina) tra cui Can’t Find My Way Home, Glad, Mr. Fantasy, John Barleycon... ora raccolte in un doppio cd live.

ARTISTA: Steve Winwood
TITOLO: Greatest Hits Live
GIUDIZIO: ****

Partiamo dalle cose negative: il titolo che sa tanto di plastica, di prodotto di consumo. Ma come? Il primo disco live solista di “uno” che suona da quarant’anni, che è una leggenda e tu, casa discografica, me lo intitoli così, come qualsiasi titolo di un cantante melodico peninsulare o come quello di un pensionato che si esibisce nei casinò di Las Vegas?Vuoi mettere un bel Live at the Troubador, Live at Hammersmith Odeon o giù di lì? Beh pazienza, anche perché questo è l’unico lato negativo di un disco magnifico.

Chi è Steve Winwood lo sapete tutti, quelli della mia età certamente; la sua carriera artistica è talmente fitta di avvenimenti importanti che potrebbe regalarne quote ad altri musicisti, meno talentuosi, innalzandoli al rango di star. Steve Winwood è stato fondatore dello Spencer Davis Group, dei Blind Faith, dei Traffic ed autore di canzoni immortali (almeno una quindicina) tra cui Can’t Find My Way Home, Glad, Mr. Fantasy, John Barleycon. Dopo aver sciolto i Traffic ha avviato una carriera solistica, forse non all’altezza della precedente, ma comunque costellata di episodi di indubbio valore artistico, pensando ad album come Arc of a Diver e s brani come While You See a Chance.

Steve Winwood è musicista eccellente, cantante dotato e grande performer (basta vedere gli innumerevoli filmati su Youtube) propensione, quest’ultima, che rendeva inspiegabile l’assenza nella discografia di una testimonianza live (salvo un disco registrato con l’amico Eric Clapton) colmata solo ora con Greatest Hits Live.

Il disco snocciola 23 brani, spalmati in modo omogeneo su tutta la carriera dell’artista, suddivisi in un doppio CD (o quadruplo vinile); la band che accompagna Winwood (almeno per buona parte dei brani) è composta da Jose Neto (chitarra), Richard Bailey (batteria), Paul Booth (sax, flauto e hammond) ed Edson “Cafe” da Silver (percussioni) e fornisce un contributo eccellente di contorno all’esibizione dell’ex Traffic. Quello che colpisce in particolare è la capacità esecutiva che permette di dare rilievo a strumenti un po’ desueti come percussioni e flauto e offrire atmosfere cariche di swing, jazzate, ma ugualmente influenzate dal blues e dal rock. Insomma una felicità totale per l’udito dell’ascoltatore, forse di quello abituato a suoni un po’ vintage ma che non si accontenta di sonorità alla moda.

Altro elemento che stupisce è l’omogeneità del tutto, nel senso che benché i brani appartengano ad epoche ben diverse suonano tutti in modo coerente, non vi sono stacchi stilistici in grado di evidenziare il gap temporale di composizione.

Ed è così che le atmosfere musicali di un brano degli anni ’60 come I’m the Man, arrangiato in modo entusiasmante, con un groove trascinante, assumono una veste nuova, moderna che “flirta” perfettamente con brani come Them Changes di Muddy Waters dove il blues viene appena diluito con una spruzzata di jazz (ai miei tempi si sarebbe detto di jazz rock) che rivitalizza il brano, rendendolo effervescente.

L’intro di sax e un’interpretazione vocale da brividi elevano Fly ad uno dei più bei brani del lavoro degna introduzione ad una delle canzoni più coverizzate (chiedo scusa per l’orrendo termine) ossia Can’t Find My way Home. Il brano, originariamente composto all’epoca dei Blind Faith, è stato oggetto di innumerevoli versioni successive da parte di un gran numero di artisti tra cui Eric Clapton, Bonnie Raitt, Lowell George e chi più ne ha più ne metta. La versione inclusa in questo doppio cd è tra le più belle ascoltate, perché dotata di swing e pregna di soul. Se il disco terminasse qui potrebbe già essere considerato bellissimo. Il (bel) problema è che anche le successive tracce non sono da meno, anzi.

Had To Cry Today, che viene dritta dal periodo Blind Faith, è energica quanto basta mentre la lunga Low Spark og High Heeled Boys con un intro “jazzy” e qualche reminiscenza latina crea un mood nostalgico, rotto da aperture strumentali decisamente vigorose che danno ritmo al brano, un po’ troppo Santana, forse, ma ugualmente convincente, grazie anche alla performance di Neto alla chitarra.

Senza soluzione di continuità entra Empty Pages del periodo Traffic con sax e tastiere all’unisono e cambi repentini di atmosfera a rendere l’esibizione coinvolgente; certamente uno dei brani più belli dell’intera raccolta, grazie anche al suono del violino, inaspettato, e al ritmo dettato dalle percussioni.

Se è un po’ moscia (e un po’ troppo pop) seppur piacevole Back in the High Life Again, molto meglio è la grintosa Higher Love.

Il finale del primo cd è affidata a due classici degli anni che furono: Mr Fantasy e Gimme Some Lovin’ mantengono intatta la loro bellezza a discapito degli anni che passano.

Il secondo CD si apre con tre classici “made in Traffic”: Rainmaker, dall’album The Low Spark of High Heeled Boys, grazie alla presenza costante del suono dolce del flauto mantiene intatta la sua bellezza originaria, ricordando all’ascoltatore quanto i Traffic fossero un gruppo aperto alle più svariate influenze e capace di una sintesi eccellente di generi; più grintosa e bluesata è invece Pearly Queen, con una coda strumentale tra il jazz e il prog tratta dal secondo album in studio del gruppo inglese mentre Glad, forse il più noto brano dei Traffic, è uno strumentale il cui
caratteristico riff della tastiera ha fatto la storia del rock e forse non solo di quello. Nell’occasione il brano è il pretesto per dare libero sfogo al virtuosismo dei musicisti e in primo luogo al percussionista e al sassofonista del gruppo.

È quindi la volta della cover più nota di Winwood, ossia Why We Can’t Live Together di Timmy Thomas, il brano che, a mio parere, ha dato il via a buona parte della musica da ballo degli anni ’70. La traccia, di grande atmosfera, è basata sul dialogo tra organo e percussioni ed è avvolgente. Una grande versione a dimostrazione di tutto l’amore di Winwood per la musica “black”.

Accolta da un boato dal pubblico ecco arrivare il flauto di 40.000 Headmen, una canzone composta verso la fine degli anni ’60 da Steve Winwood insieme a Jim Capaldi, batterista dei Traffic: il brano, nella versione proposta, non risente affatto dell’età ed anzi vive di una vita nuova, perso come è nel dialogo tra organo e flauto.

Sulla via della fine non poteva mancare John Barleycon, ancora periodo Traffic, e ancora una gemma immortale. Chi ha la mia età farà fatica a trattenere l’emozione di fronte ad una melodia “senza tempo” che ha fatto sognare la maggior parte di noi. La versione è del tutto fedele all’originale ma guai se non fosse stato così.

Il finale è riservato alla produzione più recente, a quella più schiettamente pop: potrà piacere o meno ma While You see a Chance resta una bella canzone (anche se la performance vocale è un po’ più debole che altrove) così come Arc of a Diver. Peccato manchi Night Train a mio parere uno dei brani più rappresentativi dell’ultima parte della carriera.

Steve Winwood fa musica per il piacere di farla, non è legato a logiche di mercato. Probabilmente questo disco interesserà poche persone e venderà ancor meno. Ma non ascoltarlo, almeno una volta, sarebbe proprio un peccato (musicale).

Se non vuoi ascoltare tutto il disco: I’m the Man

Se ti è piaciuto ascolta anche:

Eric Clapton & Steve Winwood: Live from Madison Square Garden

Steve Miller Band: The Joker

Pearl Jam: Let’s Play Two

Legenda Giudizio:

* era meglio risparmiare i soldi e andare al cinema
** se non ho proprio altro da ascoltare…
*** in fin dei conti, poteva essere peggio
**** da tempo non sentivo niente del genere
***** aiuto! Non mi esce più dalla testa

Commenti

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  1. Scritto da brixxon53

    Finora Live from Madison Square Garden con Stevie Winwood ed Eric Clapton è sempre stato nella mia top ten dei dischi dal vivo, ma con l’arrivo di questo Greatest Hits e di Sonny Landreth dovrò trasformare il tutto in una top twelve.
    Mitico Stevie, a distanza di tanti anni la voce è quasi intatta, un mito.
    Buona musica a tutti.