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Il “caso” Ryanair, spia della crisi dell’economia low cost?

La lezione che può nascere da questa crisi è che il mercato non si regola da solo. Prima o poi a qualcuno arriva un conto, a volte salatissimo. In un'epoca di sharing economy, di low cost, di gig economy si perde di fatto l'orizzonte primario: l'uomo.

Proviamo a collocare il “caso” Ryanair nella giusta proporzione.

Collasso? Fallimento? O piuttosto l’adeguamento di una società a una serie di tutele che hanno i lavoratori? In questo caso i piloti che non hanno smaltito una serie di ferie arretrate, secondo la versione ufficiale della compagnia low cost, e per questo ha dovuto cancellare 2.100 voli fino alla fine di ottobre. E altri voli fino alla prossima primavera. Oltre alle ferie da smaltire, ci sarebbe anche la fuga di centinaia di piloti che avrebbero preferito lasciare Ryanair per altre compagnie concorrenti. Secondo ‘The Irish Independent’, tra i competitor, la low cost Norwegian sarebbe ‘colpevole’ di aver portato via negli ultimi mesi oltre 140 comandanti alla ricerca di migliori condizioni lavorative. Secondo Ialpa (Irish Air Line Pilots’ Association), l’associazione dei piloti irlandesi, nell’ultimo anno sono 718 i comandanti che hanno lasciato Ryanair.

Solitamente se un lavoratore lascia un’azienda non è solamente per denaro. Ci sono anche le condizioni di lavoro, il clima con la proprietà e i colleghi, la soddisfazione e le tutele. Su Ryanair in queste settimane sono diversi gli ex dipendenti che si sfogano. A Bergamo, dove la compagnia occupa oltre l’80% del traffico passeggeri, l’orchestra delle lamentele ha attaccato un pezzo che è la rinnovata marcia contro l’aeroporto di Orio al Serio.

Quello scalo dà occupazione a 7.500 lavoratori in modo diretto e ad altri 25 mila per l’indotto. A questo si aggiunge l’impatto positivo per le imprese, per l’università, per il turismo. Se si vuole un bilancio, non basta mettere nero su bianco il disturbo che danno le rotte e l’inquinamento: fattori che pure vanno tenuti in debita considerazione. Siamo onesti fino in fondo: se non ci fosse stato lo sviluppo dell’aeroporto di Orio (sviluppo che era fuori da ogni parametro dell’economia italiana di questi anni) oggi la nostra provincia piangerebbe non poco.

Piuttosto la domanda per quanto riguarda la terra orobica è: se Ryanair precipita, che rischi corre Bergamo? Si è forse troppo legata agli irlandesi?

La lezione che può nascere da questa crisi è che il mercato non si regola da solo. Prima o poi a qualcuno arriva un conto, a volte salatissimo. In un’epoca di sharing economy, di low cost, di gig economy, alla rincorsa del prezzo sempre più basso si dimenticano due soggetti primari: le regole e l’uomo.

Ci sono voluti decenni, secoli di battaglie sindacali per conquistare certe tutele (ferie, riposi, permessi, maternità….) mentre alcuni imprenditori illuminati (vedi Adriano Olivetti ad Ivrea; Antonio Ratti a Como; i Rocca a Dalmine; i Crespi a Capriate…) avevano già tracciato la strada. Ciò che crea valore va riconosciuto. Non solamente con un salario, ma con una tutela.

Non c’è solamente Ryanair che deve prendere appunti per come si fa un’impresa virtuosa. Uber, Amazon, Airbnb, Booking, Ebay, Google…. (ma la lista potrebbe continuare) mostrano tutte le falle “dell’economia del logaritmo” come l’ha definita Giuseppe Massafra, della segreteria nazionale Cgil.

Questo sul fronte dei diritti e dell’uomo, mentre sul versante delle regole resta il tema delle tasse che i giganti dell’economia riescono, attraverso cavilli sottili, a eludere nonostante profitti stellari.

Il “caso” Ryanair ha fatto esplodere queste contraddizioni. Ora nessuno può dire “non sapevo”. Se Michael O’Leary deve prendere appunti, tutti noi possiamo però avviare con oggi una piccola rivoluzione: dagli acquisti consapevoli alla rinuncia di certe proposte commerciali. Oggi tutti attaccano la compagnia irlandese, eppure quanto turismo graviterebbe sulle nostre città se non fosse esistita? Alitalia ha dimostrato più volte nella sua rifondazione e ricapitalizzazione di non essere in grado di decollare. Troppe zavorre a bordo. Dall’altra abbiamo permesso che l’offerta di compagnie low cost (senza un minimo di servizio e di cortesia) ci bastasse.

In attesa che la politica intervenga e legiferi e che il sindacato svolga in pieno la sua funzione, rimane il nostro ruolo di cittadini attivi e consumatori consapevoli. Siamo noi che possiamo cambiare l’economia, noi stessi siamo il mercato. A volte basta dire di no, rinunciare a un piccolo vantaggio (anche economico) per un maggiore e diffuso benessere.

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