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Addio a Tom Petty, timida rockstar d’America

E così anche Tom Petty se n'è andato. Un infarto la causa, che, per il leader di una band chiamata The Heartbreakers, è proprio uno scherzo della sorte: Brother Giober lo ricorda.

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E così anche Tom Petty se n’è andato.

Un infarto la causa, che, per il leader di una band chiamata The Heartbreakers, è proprio uno scherzo della sorte. Una perdita dolorosa per gli amanti del rock ancor di più perché del tutto inaspettata, improvvisa e sofferta, tra voci di conferma e di smentita che si sono susseguite per ore. Una lunga agonia per i fan.

Tom Petty se ne va a 66 anni, presto se si pensa a tutti i brontosauri in circolazione, se si pensa a tutti quelli che ostinatamente registrano e vanno in tour senza aver nulla da dire o quasi. Non  era così per lui, abituato a percorrere le strade in lungo e in largo, alla ricerca di uno stadio, un teatro, di un qualsiasi luogo dove poter suonare la sua musica che, nel tempo, non ha mai avuto alcuno scadimento.

Un’anima in pena, sempre alla ricerca del meglio, un artista coerente, mai sottomesso alle regole del mercato. Un performer come ne sono rimasti pochi, basti andare a vedere qualche suo concerto, anche tra gli ultimi.

Ma, forse, aveva anche lui pensato che era il momento di smettere: in una recente intervista aveva detto che questo sarebbe stato il suo ultimo tour e poi si sarebbe goduto la nipotina. La nera signora non gliene ha lasciato il tempo, portandolo via tre giorni dopo il concerto di chiusura della tournée.

Ho conosciuto (musicalmente) Tom Petty alla fine degli anni ’70. Nel ‘79 usciva Damn the Torpedoes, un disco che univa sane radici rock ‘n’ roll con l’urgenza di lasciare una testimonianza nel momento in cui il punk stava morendo e dava vita alla new wave. La copertina lo immortalava con chitarra a tracolla in atteggiamento che in qualche modo richiamava il Boss.

petty dylan

Le influenze musicali erano chiare: Bob Dylan, Bruce Springsteen, Bob Seger, ossia i campioni del rock di allora (e ancor di oggi) che si mischiavano con sonorità meno convenzionali. Ma sempre di sano rock ‘n’roll si trattava. Già agli esordi la scrittura era capace. Brani come Don’t do me like that o Refugee denotavano indubbia abilità nel costruire hit, almeno per il mercato musicale americano, ma nel contempo attitudine a comporre canzoni destinate a rimanere nel tempo. Da allora l’affermazione dell’artista è stata graduale ma inarrestabile, merito di una serie di dischi tutti di grande livello, di brani destinati a durare come Free Fallin’, American Girl, Breakdown, Stop draggin’my Head Around e soprattutto di una attività live memorabile grazie al supporto dei suoi Heartbreakers, un gruppo che a mio parere nulla ha da invidiare alla più nota E Street Band di Springsteen.

Musicista apprezzato e ammirato dai suoi stessi colleghi. Produttori come Rick Rubin non prestano infatti la loro professionalità a chiunque, compositori come Bob Dylan non offrono la propria ispirazione a chi non ne ha, cantanti come Stevie Nicks non concedono la propria voce al primo che passa.

Ulteriore conferma di ciò nel 1988, durante le sessioni di registrazione del brano che doveva servire da lato B di un disco di George Harrison, quando quest’ultimo, Bob Dylan , Jeff Lynne (ELO Orchestra) e Roy Orbison decidono di formare un super gruppo ossia i Travelling Wilburys e lo invitano a farne parte; danno alle stampe un primo disco (niente male) a cui ne seguì un secondo all’indomani del decesso del più anziano dei componenti, Roy Orbison.

Negli ultimi anni oltre a coltivare il suo figlio musicale prediletto, ossia gli Heartbreakers, Petty ha rispolverato il suo primo gruppo, i Mudcrutch, producendo un paio di dischi di grande valore artistico. I fan italiani lo ricordano ancora molto bene in uno splendido concerto a Lucca di qualche anno fa.

Se ne va un grande artista con toni e atteggiamenti da persona normale, tutto il contrario di una star. Per questo mancherà ancor di più. A consolarci le sue canzoni, la sua voce, la sua musica.

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