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Pesenti (Ance): “L’edilizia vede la luce, ma servono incentivi e nuove strategie” video

Primo presidente donna dell'associazione, Vanessa Pesenti traccia il percorso da seguire per accelerare il processo di ripresa del settore.

Dal 31 maggio è il primo presidente donna in 69 anni di storia dell’Ance Bergamo, l’associazione provinciale dei costruttori edili: Vanessa Pesenti, 42 anni, già numero uno della Casse Edile, non ha però accusato il peso della novità e, anzi, ha trovato nel consiglio e negli associati uno stimolo ancora maggiore.

Vanessa pesenti

“Confesso che all’inizio ero un po’ intimorita – racconta – Consiglieri e imprenditori poi si sono detti molto contenti di avere una figura femminile a capo dell’associazione perchè, parole loro, noi donne abbiamo una marcia in più, siamo più intraprendenti e tenaci”.

Pesenti, come ha accolto la nomina?

Devo innanzitutto ringraziare Ottorino Bettineschi che mi ha preceduto e che ha curato le audizioni per individuare la persona che avesse i requisiti e le competenze per fare il presidente. Ero contenta della selezione ma al tempo stesso un po’ spaventata: da subito sono stata appoggiata dalla mia famiglia e dalla mia azienda, alla quale l’incarico toglierà inevitabilmente del tempo. Ho accolto la nomina con entusiasmo e voglia di fare, consapevole che in questa fase di cambiamento e rinnovamento ci sia bisogno di tante idee nuove e vitalità: dal canto mio ho già dato piena disponibilità e apertura alle nostre imprese.

Nell’immaginario collettivo il settore dell’edilizia è un comparto prettamente maschile: è un elemento che le fa sentire ancor di più gli occhi addosso?

Sinceramente no, perchè credo nella meritocrazia più che nelle quote rosa e nella presenza obbligatoria delle donne all’interno delle associazioni.

L’edilizia ha pagato forse il prezzo più alto di una crisi lunghissima e senza precedenti: dopo aver toccato il fondo, ad oggi si può dire che è iniziato il percorso verso quella luce che si vede in fondo al tunnel?

Quest’anno in Bergamasca ci siamo stabilizzati a 71 milioni di massa salari generata dalle nostre imprese, un dato stabile rispetto all’anno scorso dopo anni di forte caduta libera. Consideriamo che alla vigilia della crisi, nel 2008, si toccavano i 160 milioni. Questo, dunque, è il primo anno di piena stabilità ed è un segnale positivo.

L’edilizia bergamasca ha lasciato per strada imprese e addetti: ha mantenuto il suo ruolo di eccellenza e punto di riferimento nazionale?

Assolutamente, restiamo tra le prime quattro province italiane per massa salari generata. Capacità e conoscenze della nostra edilizia sono ancora riconosciute.

Secondo lei durante la crisi qual è stato l’elemento che ha portato tante aziende alla chiusura?

Tante aziende che hanno chiuso erano quelle più strutturate, con parecchi lavoratori: con un calo repentino del lavoro i costi fissi erodevano i margini che a un certo punto sono mancati del tutto e gli imprenditori sono stati costretti a chiudere. E non l’hanno fatto a cuore leggero, anzi: sono molti coloro che hanno investito anche parte del proprio patrimonio personale per provare a salvare l’azienda. La battuta d’arresto repentina del comparto non ha dato il tempo alle aziende di adattarsi e stabilizzarsi: oltre al privato anche i Comuni e i lavori pubblici, in ostaggio del patto di stabilità, hanno tirato la cinghia.

Ad oggi qual è lo stato di salute dell’edilizia bergamasca?

Al momento, come dicevamo, la situazione è abbastanza stabile. Non siamo certamente ai livelli di 10 anni fa, perchè la mole di lavoro è cambiata notevolmente, ma pare ci sia lavoro per tutti.

Su cosa deve puntare il settore per riprendere a crescere?

Non si può pensare di tornare a costruire il nuovo, si deve ragionare sul patrimonio esistente. E vale sia per il settore pubblico che per quello privato. Anche durante la crisi le ristrutturazioni sono state l’unico tipo di intervento sempre in attivo: il fatto che si ragioni su un parco immobiliare abbastanza obsoleto e che ci siano stati incentivi vantaggiosi ha aiutato. Comuni e Province oggi hanno delle risorse da investire in infrastrutture, opere e sistemazioni e dall’alto lato i privati guardano con interessa alla rigenerazione e alla riqualificazione. Nel mezzo c’è tanta innovazione, un mercato tutto nuovo dove si stanno anche aspettando incentivi fiscali, per il consumatore e per le imprese, e strumenti urbanistici meglio strutturati.

Cosa manca, al momento, per avanzare con decisione in quella direzione?

Servono soprattutto incentivi a livello fiscale, partendo dalla politica nazionale e a pioggia sul locale: ci vorrebbero più coraggio e regole ben precise. Da questo punto di vista Ance Lombardia ha già dato propria disponibilità al presidente della Regione Roberto Maroni per stendere insieme un regolamento.

A livello provinciale l’export sta crescendo ed è senza dubbio un punto di forza dell’economia locale: quali possono essere i risvolti positivi per il settore delle costruzioni che non può esportare il proprio prodotto?

Le ripercussioni positive ci sono e sono legate alla volontà delle aziende di ampliare le proprie unità produttive o di realizzare interventi strutturali. È tutta quella parte di edilizia industriale che viene finanziata grazie alle entrate maggiori dovute ai risultati ottenuti grazie al mercato estero.

Da molto tempo si parla del processo di unificazione degli enti bilaterali, ovvero di Cassa Edile ed Edilcassa: a che punto siamo?

La situazione di Bergamo, da questo punto di vista, è pressochè unica in Italia: la nostra volontà è sempre stata chiara, ovvero unirci in modo paritetico ed equilibrato, con la condivisione del patrimonio, della governance e dell’organizzazione. È un percorso già avviato ma articolato. Per quanto ci riguarda c’è il massimo sforzo nel raggiungere un obiettivo che sarebbe importante per tutto il settore.

Un’ultima, lapidaria, battuta: qual è la sfida che attende l’edilizia bergamasca nel prossimo futuro?

Rigenerazione e riqualificazione dell’esistente, con il coraggio di demolire e ricostruire.

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