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Grande Guerra, Pillola 139: sul Grappa e sul Piave le prime fasi dell’ultima battaglia fotogallery

Di fronte al Montello Caviglia decise di battere col proprio martello: la sera del 27 ottobre, interi CdA italiani stavano dirigendosi verso i ponti messi in sicurezza e, presto, l’intera massa d’urto avrebbe potuto far pesare la propria potenza al di là del fiume.

Allo scoppio della battaglia di Vittorio Veneto, l’esercito austroungarico era ancora, apparentemente, un avversario poderoso: poteva contare su 56 divisioni, quasi 7.000 pezzi d’artiglieria e due linee di massima resistenza, la Kaiser sul Monticano e la Kőnig, sul Livenza. Dallo Stelvio alla valle del Brenta, erano schierate le solite due armate, protagoniste di tante battaglie, la 10a e la 11a, riunite nel gruppo armate Tirolo, al comando dell’arciduca Giuseppe, che aveva sostituito Conrad, dopo l’ennesimo fallimento del focoso ex capo di stato maggiore.

Dal Brenta al mare, invece, erano schierate due armate, sotto il comando del “leone dell’Isonzo”, Svetozar Boroević: il cosiddetto “Gruppo Belluno” e la valorosa Isonzoarmee, la 5a armata, reduce da tutte le battaglie dell’Isonzo e del Carso. In realtà, l’esercito imperiale, nell’ottobre del 1918, stava attraversando una grave crisi: i rifornimenti gli giungevano col contagocce, gli uomini erano stanchi e privi di rincalzi o di riserve e, soprattutto tra i reparti a maggioranza slava o magiara, cominciavano a comparire preoccupanti segnali di irredentismo: stupisce, anzi, il fatto che, in questa situazione così compromessa, molte unità mantenessero una buona coesione ed un notevole cameratismo, facendo il proprio dovere fino all’ultimo.

Crediamo si debba rendere onore a questi combattenti, che, mentre alle loro spalle il loro mondo crollava, rimasero a difendere le proprie posizioni, fedeli al loro imperatore, nonostante tutto.

Nonostante queste debolezze patenti, tuttavia, per gli italiani quello schierato di là dal Piave restava un nemico temibile e, come si è detto, le condizioni del fiume azzerarono, di fatto, ogni effetto sorpresa: la battaglia, in ogni caso, non sarebbe stata una passeggiata trionfale. Così, il 24 e 25 ottobre, con il grosso delle forze italiane bloccato dalla piena del Piave, fu la 4a armata a combattere strenuamente contro i soldati del “Gruppo Belluno”, sulle cime del Grappa: nonostante gli sforzi sanguinosi degli italiani, però, la difesa resse e, alla fine del 26 ottobre, le sole perdite territoriali di un qualche rilievo subite dagli imperiali erano state il Pertica e il Valderoa.

In compenso, le perdite italiane erano state pesanti (circa 15.000 uomini fuori combattimento), tanto che il generale Giardino chiese ed ottenne di poter sospendere gli attacchi il giorno 27, per concedere qualche pausa ai propri esausti soldati. Nel frattempo, la piena del Piave andava calando, e questo permise ai pontieri di gettare ponti e passerelle, per traghettare le truppe d’assalto italiane dalla piccola testa di ponte dell’isola delle Grave di Papadopoli: la corrente era ancora rapida ed ostacolò non poco le operazioni, mentre, almeno inizialmente, non vi fu alcuna reazione avversaria, dato che gli austroungarici aspettavano l’urto italiano nelle loro linee di massima resistenza, un paio di chilometri all’interno.

Il primo, vero duro colpo, però, giunse ai difensori da Budapest e non dal Piave: il governo magiaro, infatti, proprio alla vigilia dello scontro decisivo, decise di ritirare dal fronte tutte le truppe ungheresi, privando le armate austroungariche del contributo fondamentale dello Honvèd.

Intanto, però, le truppe austroungariche contrattaccavano sul Grappa e si riprendevano il Valderoa, mentre l’attraversamento del Piave continuava a risultare molto problematico: quasi tutti i ponti e le passerelle, gettati nella notte sul 27 ottobre, sotto il pesante fuoco dell’artiglieria avversaria vennero colpiti e distrutti, lasciando in una grave situazione i pochi reparti che erano riusciti ad attraversarli e che formavano esigue teste di ponte, duramente contrattaccate dai difensori.

In pratica, l’unico reparto consistente che si trovasse sulla destra Piave, in quel momento, era il XX CdA, con la 1° divisione d’assalto, che, grazie al ponte 2 e al ponte 4, portati a termine e mantenuti in efficienza per un tempo sufficiente al passaggio delle truppe, e al poderoso fuoco di sbarramento delle artiglierie del retrostante Montello, aveva formato una consistente testa di ponte, sfruttando la scarsa resistenza della 11a divisione Honvèd.

La sera del 27, circa 30.000 italiani erano ormai schierati sulla celebre linea dei villaggi (Moriago, Mosnigo e Sernaglia), permettendo di accelerare le operazioni di attraversamento alle loro spalle. Anche la 10a armata italo-britannica di Lord Cavan era riuscita, nel corso della giornata del 27 ottobre, a creare una robusta testa di ponte, attraverso le Grave, e ben due CdA, il XIV (Babington) e il X (Paolini), si erano attestati ben addentro il territorio nemico.

Insomma, era di fronte al Montello, nel settore delle Grave di Papadopoli, lo Schwerpunkt, dove si stava decidendo l’ultima battaglia e fu lì che Caviglia decise di battere col proprio martello. La sera del 27 ottobre, interi CdA italiani stavano dirigendosi verso i ponti messi in sicurezza e, presto, l’intera massa d’urto avrebbe potuto far pesare la propria potenza al di là del fiume.

Da parte loro, almeno sulla carta, gli uomini di Boroević sembravano in grado di rintuzzare le due minacce sulla destra Piave, ma il loro esperto comandante era molto più preoccupato dei crescenti segnali di cedimento da parte delle truppe ungheresi e jugoslave, che rappresentavano una minaccia potenzialmente letale, non solo per la tenuta della linea del Piave, ma per la sopravvivenza stessa dell’impero.

Cominciava, probabilmente, ad essere chiara, nella mente del Grenzer la crisi politica che stava esplodendo nei territori imperiali e a delinearsi l’idea di ritirare le truppe dall’Italia per difendere il trono e l’unità statale. Ormai, però, era decisamente troppo tardi.

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