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Il maestro Riccardo Frizza nominato direttore musicale del Donizetti Opera Festival

Riccardo Frizza è il nuovo direttore musicale del Donizetti Opera Festival

Riccardo Frizza è il nuovo direttore musicale del Donizetti Opera Festival. Bresciano, 46 anni, è uno dei migliori direttori della sua generazioni, ha diretto al teatro Alla Scala di Milano, alla Fenice di Venezia e al Metropolitan di New York. Frizza è stato presentato alla stampa nella mattina di mercoledì 28 settembre a Palazzo Frizzoni dall’Assessore alla Cultura del Comune di Bergamo, Nadia Ghisalberti, Francesco Micheli, Direttore artistico della Fondazione Donizetti; Paolo Fabbri, Direttore scientifico della Fondazione Donizetti e Massimo Boffelli, Direttore generale della Fondazione Teatro Donizetti.

Pubblichiamo l’intervista a Riccardo Frizza di Danilo Boaretto per Opera Click (leggi qui).

Riccardo Frizza


Riccardo Frizza è certamente uno dei direttori d’orchestra italiani maggiormente richiesti dai teatri di tutto il mondo. In questo periodo è impegnato nelle prove di Aida che dirigerà allo Sferisterio di Macerata dal 27 luglio al 14 agosto e quindi abbiamo pensato di fargli alcune domande.
Innanzitutto, come si diventa direttori d’orchestra? Nel tuo caso qual è stata la scintilla che ti ha dato la determinazione necessaria a formarti musicalmente sino a diventare uno dei direttori più richiesti della tua generazione?
La scintilla che mi ha fatto nascere il fortissimo desiderio di diventare direttore d’orchestra scattò nel momento in cui scoprii l’orchestra come strumento. Avevo studiato pianoforte per cinque anni e pensavo di fare il pianista come tutti i ragazzini che entrano al conservatorio da giovani; conoscevo solamente il repertorio pianistico e mi dedicavo a quello. Poi, nel corso della mia adolescenza, durante una vacanza a Vienna, andai a vedere un concerto dei Wiener Philharmoniker nel Duomo di S. Stefano; era Pasqua e eseguivano il Requiem di Mozart. Al termine dell’esecuzione mi dissi: “questo è quello che voglio fare, voglio fare il direttore d’orchestra”. Fu come una chiamata, non dico una vocazione perché sarebbe esagerato, però sentii chiaramente che era quello che avrei voluto fare. Trovare il modo di esprimersi e fare musica attraverso un’orchestra, quindi con un più ampio spettro di gamme sonore e di possibilità rispetto ad un pianoforte, era la cosa che mi affascinava maggiormente. Da lì iniziai un percorso di studi, fra cui anche composizione, che mi portò alla direzione d’orchestra.

Hai faticato maggiormente agli inizi della tua carriera quando cercavi di farti conoscere ed affermarti, oppure i sacrifici non finiscono mai?
I sacrifici non finiscono mai però non nascondo che, crescendo in una città di provincia come Brescia, non ebbi nessuna possibilità di avvicinare i grandi nomi della direzione come oggi riescono a fare molti ragazzi. Ora ci sono giovani che diventano assistenti del grande direttore quando ancora muovono i primi passi. Io mi sono dovuto fare la mia gavetta ed ho dovuto faticare per uscire dalla provincia; a venticinque anni avevo già diretto un’integrale di Beethoven però non lo sapeva nessuno se non appunto localmente. Perché comunque ero relegato ad un ambiente ristretto. È stato difficile uscire, farmi conoscere ed avere credito in un ambiente di diverso livello; un ambiente non dico più professionale – perché comunque la professionalità non mancava nemmeno in ciò che facevo a Brescia – però in un ambito che “contava” maggiormente, quello riconosciuto dalla critica musicale.

Come hai detto, i primi passi li hai mossi proprio nella tua Brescia e parliamo di circa venticinque anni fa…
Si, fondai l’Orchestra Sinfonica di Brescia nel ’95 quindi ventidue anni fa

Che ricordi hai dei tuoi inizi?
A diciotto, diciannove, vent’anni lo fai soprattutto per divertirti ed io non facevo distinzione in tal senso. Non sapevo ancora se avrei fatto veramente il direttore d’orchestra come professione. Però intanto dirigevo, mi piaceva e mi divertivo. Anche perché non mi limitavo a dirigere: organizzavo tutto. Sono sempre stato una persona molto attiva da questo punto di vista.

Beh, credo che divertirsi con la propria professione sia fondamentale per riuscire a farla bene…
Sono d’accordo. Io preparavo l’orchestra, fotocopiavo le parti, montavo il palco, posizionavo i leggii, dirigevo, smontavo il palco e andavo a casa… insomma facevo di tutto. Mi occupavo anche di quelle cose che fanno parte della vera gavetta e che ti fanno comprendere il senso delle cose. La musica, di per sé, è qualcosa di irrazionale, metafisico e spirituale, però dietro c’è anche un lavoro di preparazione un po’ più pratico che tutti dovrebbe conoscere. Ritengo sia utile sapere quello che fanno tutte le persone che contribuiscono a metterti nelle condizioni di fare arte. Ti fa apprezzare maggiormente il lavoro degli altri e ti fa accettare situazioni che magari altri accettano meno volentieri.

Ti viene in mente qualche persona che più di altre ti ha insegnato qualcosa e ti ha aiutato a muoverti in questo ambiente?
Una persona fondamentale per i miei inizi di carriera fu Mauro Ranieri, ex primo violino dei Pomeriggi Musicali che purtroppo ebbe un incidente stradale e mancò prematuramente. Qualche mese prima di quel terribile incidente avevamo fatto un triplo concerto di Beethoven – lui era stato fondatore del Trio di Brescia e aveva avuto una certa carriera negli anni ‘80 – ed in quella occasione mi notò e mi disse: “hai talento, devi assolutamente farlo seriamente. Io cercherò di aiutarti perché veramente hai spirito, talento, iniziativa”. Fu quella la prima volta che pensai di fare seriamente questa professione: avevo vent’anni.

Secondo te quali sono le doti principali che deve avere un buon direttore?
Questa è difficile (ride). Io ho una mia convinzione: che direttori si nasca e non si diventi. Nel senso che tutti possono dirigere ma fare il direttore è un’altra cosa. Tutti i ragazzini vanno a giocare a calcio, ma non tutti faranno i calciatori. Potrai fare la partita del giovedì sera con gli amici, ma non sarai un calciatore. È una metafora un po’ spiccia ma credo renda l’idea. Secondo me uno nasce con determinate doti di comunicativa a livello gestuale, di carisma, di personalità; queste doti fondamentali per un direttore, ce le hai o non ce le hai e si vedono fin da bambini. Se uno è timido da bambino, quando arriva a venticinque anni non diventerà improvvisamente una persona estroversa e simpaticamente matta. Una persona resta quella che è, la personalità si forma da bambini. Quando tu hai una personalità spiccata e delle buone doti di comunicazione gestuali, è vero che dovrai imparare il gesto e a battere quattro (anche se poi non dirigerai battendo quattro), ma sei già a buon punto.

Credo sia importante riuscire ad acquisire la fiducia degli orchestrali
Si, la fiducia degli orchestrali la si acquisisce quando hai qualcosa da dire e quando hai certe qualità che ti vengono riconosciute. Comunque alla base ci sono lo studio, la preparazione, la conoscenza e la cultura. Questo vale per tutti.

C’è qualche direttore del passato o magari ancora in carriera da cui hai cercato di rubare qualche segreto?
Si, ma anche adesso cerco sempre di imparare da quelli bravi. In questi giorni mi sono visto sei ore della masterclass che Daniele Gatti ha tenuto al Concertgebouw di Amsterdam. Ci sono dei segreti che ci si porta a casa anche guardando un altro direttore. Inconsciamente quando vedi una cosa che ti piace e pensi sia giusta, ti accorgi che magari tu la facevi sbagliata, quindi se hai le capacità di risolverla la prossima volta la farai in maniera diversa. A me piace sempre moltissimo vedere altri direttori dirigere e capirne le qualità. Come stavo dicendo, l’altro ieri stavo guardando la masterclass di Daniele Gatti che ho trovato straordinaria. Oltre ad essere un grandissimo direttore d’orchestra, è anche un grandissimo didatta che ha la capacità di soffermarsi su dettagli tecnici su cui magari altri sorvolano. È bello guardare anche queste cose che possono sempre rinfrescare le conoscenze e stimolare. Nonostante siano sedici anni che sto lavorando, per me è come se fosse sempre il primo giorno. Questa è la mia filosofia: io sto cominciando adesso.

Beh vuol dire che hai ancora tanto entusiasmo e l’entusiasmo aiuta a migliorarsi e a crescere.
Ritengo che l’entusiasmo sia la linfa portante e fondamentale, altrimenti ci si annoierebbe. Far sempre le stesse cose, diventa anche pesante se non c’è questa linfa, questa benzina che ti dà energia e voglia. Diventerebbe un po’ una routine e non sarebbe bello.

Quali ritieni siano state le tappe fondamentali che in momenti diversi hanno dato propulsione alla tua carriere?
All’inizio sicuramente le tappe fondamentali sono state: Verdi Festival, la prima edizione del 2001 e nella stessa estate il Rossini Opera Festival. Nel 2001 diressi Rigoletto a Parma e poi lo Stabat Mater che Zedda volle aggiungere in coda ad un festival che non aveva firmato lui in quanto aveva appena lasciato la Scala, ma volle farmi debuttare lo stesso anno e non voleva che aspettassi l’anno successivo. Questi furono i primi due impegni che dettero buon impulso ai miei inizi di carriera. Poi forse il Macbeth di Spoleto nel 2002. I primi due anni sono quelli che mi hanno fatto notare all’ambiente musicale. Sarò sempre grato a Alberto Zedda, Bruno Cagli e a Carlo Menotti che mi dettero queste prime possibilità in quanto non è facile concedere opportunità ad uno sconosciuto.

Quali sono i repertori e gli autori che prediligi?
Nel repertorio operistico, Verdi è colui che prediligo in assoluto ed è l’autore che ho diretto di più. Ho diretto venti titoli su ventisette. È un autore che ho frequentato, che ho studiato, che ho digerito, che sto ancora digerendo, lo sto ancora mangiando! (ride).
Però ovviamente anche il belcanto, diciamo il repertorio italiano nell’opera, è il repertorio in cui mi sento più a mio agio. Ultimamente ci sono state delle produzioni che sono andate abbastanza bene. Bisogna dire e ricordare sempre che le opere si fanno con i cantanti e per ottenere un risultato positivo è fondamentale che tutte le variabili in gioco funzionino a dovere: l’organizzazione teatrale, una buona orchestra, un buon coro ed un grande cast. Allora si riesce a fare uno spettacolo che abbia un senso. Quando manca uno di questi fattori o magari non funziona al massimo, diventa difficile raggiungere un certo livello. Però ultimamente credo di aver fatto qualcosa di buono.

Vuoi citare qualche cosa in particolare?
Forse la Lucia di Lammermoor diretta lo scorso marzo a Venezia, la Maria Stuarda al Metropolitan. In entrambi i casi ci sono state una concomitanza di eventi che hanno fatto si che i risultati siano stati molto positivi.

Scorrendo la tua agenda notiamo che nel tuo futuro ci saranno molti importanti impegni, di cui poi magari ci parlerai, in prestigiosi teatri italiani e con una frequenza che non mi pare tu abbia mai avuto in passato. Per giungere a questa situazione hai dovuto conquistarti una presenza stabile al Metropolitan e in tanti altri teatri esteri di grandi livello. È il caso di dire che l’Italia si sia fatta desiderare?
È stata un po’ una mia scelta; non è che l’Italia non mi abbia voluto. Nel 2007-2008, d’accordo con la mia manager, decisi di farmi conoscere all’estero, di aprirmi un po’ al mondo: Stati Uniti, Francia, Germania, Spagna, allo scopo di avere un riconoscimento internazionale. Quindi iniziai a dirigere a Monaco, Dresda, Berlino, tutti i teatri di Parigi e tante altre città estere. Fu una scelta che mi portò lontano dai teatri italiani che tuttavia avevo già frequentato abbastanza assiduamente nei primi anni di carriera. Adesso c’è un ritorno… non dico che voglio rientrare perché non me ne sono mai andato; quanto mento d’estate sono sempre tornato all’Arena, a Macerata ed a Martina Franca.

Secondo te è più difficile lavorare ed esprimersi e sviluppare questa professione all’estero o in Italia?
Secondo me la difficoltà è la stessa. Del resto quello che conta per me sono i risultati che ottengo nell’affrontare una partitura; e quando mi metto di fronte ad una partitura, siamo io e lei: in Italia come all’estero. L’anno prossimo dirigerò tre titoli a Venezia. La Fenice è un teatro in cui mi trovo sempre molto bene: c’è un ottimo rapporto con l’orchestra, ci conosciamo, abbiamo fatto tante cose anche recentemente, concerti sinfonici, anche con la filarmonica. Quindi ho questo rapporto privilegiato con Venezia: trovo ci sia una grande professionalità, mi piace molto lavorare li. L’orchestra e il coro sono veramente di alto livello e quando si lavora, si lavora seriamente, non si perde tempo, si fanno le cose fatte bene. Ma questo succede un po’ in tutti i teatri in cui lavoro.

Tra poco dirigerai Aida allo Sferisterio di Macerata, un luogo storico per l’opera lirica dato che la prima stagione risale addirittura al 1921. Sei felice di questo impegno?
Si, adoro andare a Macerata d’estate. Mi piace molto la città, il clima, la zona delle Marche e il clima festivaliero che si respira. Un clima piacevole. Lo sferisterio è uno spazio ottimo per fare musica all’aperto perché l’acustica è veramente buona e si può lavorare bene. Belle persone. Vengo ormai dal 2007, quindi quest’anno sono ormai dieci anni che torno a Macerata; non consecutivamente però abbastanza spesso. Sono felice di fare l’Aida con Francesco Micheli che ritrovo dopo la Lucia di Venezia: un regista che mi piace molto e con cui lavoro davvero bene. E così l’estate la passo nelle Marche.

Nel 2018 dirigerai alla Scala il Pirata di Bellini, un’opera rappresentata piuttosto raramente.
Si, torno alla Scala dopo l’Oberto del 2013, con questo titolo belliniano che non si esegue praticamente mai perché è un’opera molto complicata. Ho già cominciato a rifletterci. Ho avuto un appuntamento col regista e anche lui sta cercando di raccogliere delle idee perché è una cosa abbastanza fresca. La decisione è stata presa poco prima della presentazione della stagione alla stampa, quindi è una cosa piuttosto recente per tutti. Ora ci siamo presi l’estate di tempo per poter ragionare su questa partitura, io dal punto di vista musicale ed il regista dal punto di vista dell’impostazione che vuol dare; ci siamo dati appuntamento a settembre per capire come operare.

Dal punto di vista emotivo, come gestisci degli appuntamenti così importanti? Ti carichi di ansia oppure sei un tipo tranquillo?
Non si può negare che andare sul podio della Scala a fare un’opera di Verdi o, come in questo caso, a dirigere il Pirata, sia una passeggiata, perchè non lo è. C’è un po’ più di ansia rispetto ad altri momenti, però l’ansia è tutta prima dello spettacolo. Nel momento in cui vado sul podio e do l’attacco mi dimentico di tutte le paure e la musica prende il sopravvento. Però devo dire che non è più la grande ansia che avevo in passato, quando avevo meno esperienza ed ero più giovane. Ora c’è sempre quella giusta carica adrenalinica che dà lo stimolo giusto e che se dovesse mancare sarebbe la fine.

Oltre ad Aida a Macerata e all’importante debutto scaligero di cui abbiamo parlato e hai accennato anche a Venezia, quali impegni prevede la tua agenda per il futuro?
Dopo Macerata ci sarà Falstaff a Parma per il Festival Verdi. Poi andrò in Giappone per una Traviata prima della fine dell’anno e poi l’anno prossimo a gennaio e febbraio a Parigi per il Barbiere di Siviglia e poi la primavera sarà tutta fra Monaco, Zurigo e Venezia con vari titoli. Sarà un periodo complicato perché avrò Semiramide a Monaco, Luisa Miller a Zurigo, Norma ed Elisir d’amore a Venezia. Sarà un tour de force però ci tengo a farlo.

Che teatri, che soddisfazioni! Facendo un consuntivo di questi tuoi primi sedici anni di carriera ti sei tolto delle belle soddisfazioni, avresti mai pensato vent’anni anni fa di arrivare a dirigere in teatri così prestigiosi?
Voglio essere onesto: posso dire che sono molto felice e molto contento di quello che sto facendo perché posso farlo ad un ottimo livello, però sono convinto che se qualcuno mi avesse notato dieci anni prima, probabilmente sarei riuscito a fare qualcosa di più. Non ho nessun tipo di rammarico, perché la vita va come deve andare, anzi meglio così perché ho potuto fare un po’ di gavetta e un po’ di esperienza. Quindi se devo tracciare un bilancio, il saldo è sicuramente positivo. Come ho detto all’inizio di questa intervista, per me è come se fosse il primo giorno. Infatti dico bilancio per rispondere alla tua domanda, altrimenti per me non ci sarebbe nessun bilancio da fare. Secondo me il bilancio lo dovranno fare i posteri. Il giorno che non ci sarò più qualcuno dirà: si è stato mediocre, un medio, un buon direttore, è stato un bravo direttore, è stato bravissimo.

Riccardo Frizza

Sappiamo che tua moglie è un affermato soprano, Davinia Rodriguez, e se non sbagliamo siete genitori di una bella bimba. Come si conciliano due carriere come le vostre con la famiglia e i figli? Riuscite a ritagliarvi dei momenti per stare tutti e tre insieme?
In questo momento per esempio siamo insieme perché Davinia è appena uscita di casa e sta andando a fare la seconda recita di Don Giovanni qui a Spoleto. Più tardi partiremo per Macerata. Appena finita la recita ci metteremo in macchina. Fortunatamente e anche un po’ per scelta, Davinia non lavora tutto l’anno, altrimenti non si potrebbe avere una famiglia, perché già io lavoro tutto l’anno e se anche lei dovesse farlo sarebbe impossibile. A meno che non si lavori insieme, però a noi non piacciono le coppie marito e moglie che lavorano insieme. Credo che ognuno debba fare la propria strada. Davinia sta facendo la sua in maniera fantastica. Parlare di mia moglie è sempre molto difficile per ovvie ragioni. Io sono molto critico con me stesso e sono molto critico con lei, siamo entrambi autocritici. Secondo me lei ha una vocalità molto particolare di cui forse al giorno d’oggi non siamo più abituati a sentire. Forse siamo un po’ globalizzati dal punto vocale perché se c’è una voce un po’ particolare e un po’ interessante che esce un dal seminato delle voci tutte uguali che ci sono oggi, fa un po’ paura. Lei ha una voce molto interessante e molto particolare, ha delle qualità, delle caratteristiche vocali che ho riscontrato in pochissimi altri soprani… ed io ho lavorato con parecchi soprani in questi sedici anni. Lei sta facendo la sua strada e la fa da sola – io non mi sono mai intromesso nelle sue cose – lei lavora con un suo manager, io con il mio. Se ci capita di lavorare insieme come è capitato un paio di anni fa in una Bohème a Dallas sono contento; in quell’occasione lei aveva avuto il contatto prima di me; io venni chiamato per sostituore un direttore e lei era già là perchè l’avevano presa due anni prima. Lei fa la sua strada e io faccio la mia e quando possiamo facciamo insieme le vacanze.

Immagino abbiate un luogo di ritiro da qualche parte nel mondo.
Noi abbiamo questa bambina che è nata in Spagna alle isole Canarie e quindi abbiamo la residenza là perchè Davinia è spagnola. Andiamo là quando possiamo… purtroppo quasi mai.

Qualcuno ci ha detto che sei un ottimo cuoco, è vero?
Non spetta a me dirlo. Però mi piace la cucina, si è vero, mi piace molto, è una passione che è nata col tempo. Nacque quando conobbi mia moglie. Quando giravo il mondo da single non cucinavo. Però quando si è in due è più bello tante volte stare a casa e allora, siccome lei non cucinava, ho incominciato io e poi di riflesso ho attaccato la passione anche a lei. Lei non sapeva cucinare nulla ed ora invece è meglio di me. Quindi siamo due appassionati cuochi.

Quali sono i tuoi cavalli di battaglia sui fornelli?
A me piace fare i risotti, tipici della tradizione lombardo-veneta; ad esempio il risotto all’Amarone è uno dei miei preferiti. Però faccio un po’ di tutto… a parte i dolci. Ecco, con i dolci ci ho provato ma non ho talento.

Magari perchè i dolci ti piacciono un po’ meno?
In verità mi piacciono molto ma credo che per i dolci ci voglia una precisa capacità tecnica e ci sia poco spazio per la fantasia: le proporzioni, i grammi, le temperature, la tecnica in generale è fondamentale per fare i dolci. E quando si viaggia talvolta mancano anche gli strumenti necessari per essere così precisi.

Un grande in bocca al lupo per la tua Aida maceratese ed anche per il prossimo autunno fitto di impegni.
Crepi il lupo e un saluto a tutti gli amici di OperaClick.

Riccardo Frizza

Riccardo Frizza

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