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Ecco perché la letteratura ci salva la vita

"Viene spontaneo dire che se le idee sopravvivono al tempo è perché ci riguardano: chi pensa il contrario, non ha letto abbastanza."

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Idea è parola bella: è il pensiero a cui nella nostra mente corrisponde l’immagine di un oggetto, concreto o astratto. Quando si dice “ho avuto un’idea”, significa che si è riflettuto a lungo su una questione e si è arrivati a una conclusione, a una possibile soluzione.

L’idea è l’unica cosa che, se condivisa, resta sia a noi, che a chi ci ascolta: arricchisce entrambi. C’è chi però non ha la possibilità di avere un interlocutore in carne ed ossa con cui parlare, condividere i propri pensieri, problemi, le proprie frustrazioni. C’è chi ha solo un foglio bianco, un file vuoto di word, e allora scrive: di sé, di qualcuno che ha inventato ma gli è molto simile, di un tema caro. C’è a chi invece non manca la compagnia, ma vuole allargare la cerchia, rendere partecipi altri. C’è chi scrive, poi cancella, corregge, studia, e alla fine cestina; c’è chi non fa in tempo a finire; c’è chi vuole lasciare un segno, e pubblica; c’è chi non è soddisfatto, ma qualcuno che ha lo sguardo più lungo porta pazienza, e pubblica al suo posto. Questa è la letteratura: idee che si tramandano perché qualcuno le ha messe nero su bianco. Viene spontaneo dire che se esse sopravvivono al tempo è perché ci riguardano: chi pensa il contrario, non ha letto abbastanza.

È vero, i tempi cambiano: cambiano le situazioni, cambiano i modi vivendi. Mutatis mutandis, però, le condizioni son sempre le stesse. Dante scrisse del cammin di nostra vita, Saba ebbe il desiderio di vivere la vita di tutti. Gli anni passano e ci si evolve: per far questo, però, bisogna avere una base di partenza. “Siamo nani sulle spalle di giganti”, diceva Bernardo di Chartres. Aveva ragione: non c’è nuovo senza vecchio. È un po’ come il principio di conservazione dell’energia: nulla si crea, nulla si distrugge; tutto si trasforma. Dagli altri, da chi ne sa, da chi ha vissuto di più, s’impara. Anche imparare è parola bella: in – parare, preparare dentro. Noi non ci pensiamo, facciamo finta di niente. Per vivere bene non abbiamo solo bisogni fisici, ma anche intellettivi.

Siamo chiamati a scegliere ogni giorno, e per scegliere, ma in generale per affrontare ogni situazione, bisogna seguire un po’ la testa, un po’ il cuore. Per dirlo in quattro parole: bisogna essere preparati dentro. La letteratura è uno (non l’unico, sicuramente) strumento valido per questo: è piena di consigli nascosti, di esempi di vita, di spunti; dalla luna di Leopardi al fumo di Zeno Cosini; dalla “roba” del contadino Mazzarò al naso di Vitangelo Moscarda. Non solo quella pratica, manuale, è utilità. Nel giorno in cui finirà il mondo non avremo bisogno della letteratura, ma nemmeno del resto. Noi abbiamo poco da fare: prendere esempio, ed esser come squali  che si lasciano trascinare dalla corrente solo quando dormono, perché ne hanno bisogno per vivere, ma che allo stesso tempo, quando sono svegli, sanno essere vivi, hanno forza per risalire l’oceano e mordere se ce n’è bisogno, ed essere agili ma silenziosi, non esibizionisti, sempre.

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