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Quando l’avvocato Zilioli difese il killer: “Uccise dieci persone, ma guardai all’uomo”

"Che emozioni provava quando uccideva?" chiese il presidente della Corte d'Assise. "Niente, è come tirare il collo alle galline" rispose Vitalino Morandini, serial killer bergamasco che negli anni '50 del '900 in soli tre mesi massacrò a colpi di pietra o di piccone dieci persone, tra le quali un bambino, a scopo di rapina. Lo difese l'avvocato Claudio Zilioli, scomparso giovedì 14 settembre all'età di 90 anni.

“Che emozioni provava quando uccideva?” chiese il presidente della Corte d’Assise. “Niente, è come tirare il collo alle galline” rispose Vitalino Morandini, serial killer bergamasco che negli anni ’50 del ‘900 in soli tre mesi massacrò a colpi di pietra o di piccone dieci persone, tra le quali un bambino, a scopo di rapina. Lo difese l’avvocato Claudio Zilioli, scomparso giovedì 14 settembre all’età di 90 anni.

Da quelle terribili vicende, l’avvocato Roberto Trussardi ha scritto il romanzo “È come tirare il collo alle galline” nel quale si intersecano le vite dell’assassino e dell’investigatore che lo catturerà, in un contesto storico di profondi mutamenti sociali e culturali.

Al termine del volume c’è il colloquio tra l’avvocato Roberto Trussardi con l’avvocato difensore di Morandini: Claudio Zilioli.

Avvocato Claudio ZIlioli

L’avvocato Claudio Zilioli ha novant’anni ma i suoi ricordi del processo Morandini, risalenti a quasi sessant’anni or sono, sono ancora vividi. Lo incontro in un pomeriggio d’estate nella sua bella casa sui colli che coronano Bergamo. Zilioli è stato un penalista di fama nazionale e ha seguito molti processi in Corte d’Assise, ma il caso Morandini gli è rimasto particolarmente impresso. La sua mente è lucidissima e i ricordi scorrono vividi. All’epoca aveva circa trent’anni.

Sono al corrente degli sviluppi processuali ma mi interessa avere la sua impressione riguardo alla personalità di quell’omicida così efferato. Giungo alla casa di Zilioli e si apre un grosso chiavistello. Me lo mostra con un certo compiacimento: chiudeva la cella numero uno del carcere di Sant’Agata a Bergamo Alta, quella in cui Morandini fu detenuto per quasi quattro anni in attesa della sentenza definitiva. Il chiavistello è tutt’ora in perfetta efficienza. Mi spiega che quando il carcere fu dismesso perché ne era stato costruito uno nuovo in periferia, nel 1980, un altro suo cliente che era stato a lungo in cella con Morandini lo staccò dalla sua sede e glielo regalò. Domando cosa ricorda di quell’uomo.

“Oggi è difficile persino immaginare le crudeli condizioni di vita che da bambino e da ragazzo dovette affrontare. Una vita selvaggia, tra boschi, cura del bestiame, privazioni di ogni genere. Il padre lo costringeva al lavoro già all’alba, prima della scuola, e rimaneva per intere giornate in montagna, in solitudine, a guardia delle vacche da latte che costituivano la sola ricchezza della famiglia. Perse la madre quando era ancora piccolo e crebbe senza affetti e senza cure. È evidente che un’infanzia e una giovinezza di quel genere lo segnarono profondamente e svilupparono crudeltà e insensibilità al dolore altrui e forse al proprio. Lo incontrai per la prima volta in carcere, dopo l’arresto per le stragi di Adrara, Grone e Pontoglio.

Il mio maestro, l’avvocato Zilocchi, un parlamentare socialista dell’epoca pre-fascista, era stato nominato difensore d’ufficio, ma poi toccò a me solo sostenere la difesa. Quando con Zilocchi lo incontrai per la prima volta in carcere, il vecchio avvocato gli porse la mano ma Morandini rispose dicendo ‘lasciatemi stare che io non sono un uomo’. Zilocchi, con un gesto che mi commosse, gliela prese quasi a forza e lo rassicurò con tono pacato. Morandini aveva confessato le tre stragi. Non disse mai nulla riguardo alla morte di Pasqua Bresciani e nessuno gli contestò quello che forse fu il primo di dieci omicidi. Tutta la mia difesa si basò sul vizio di mente, richiamando la sua selvaggia infanzia, le detenzioni giovanili per furto, i lunghi anni di servizio militare in tempo di guerra. In sostanza sostenni che Vitalino non aveva libero arbitrio a causa dell’infermità mentale e che dunque, coniugando le esigenze di difesa della società con la giustizia e l’equità, avrebbe dovuto passare lunghi anni in un manicomio giudiziario, evitando però l’ergastolo. Fu disposta una perizia, all’esito della quale la diagnosi fu di follia morale senza incidenza sulla capacità di intendere e volere. Fu dunque condannato a tre ergastoli con tre anni di isolamento: una vera e propria tortura. Oggi probabilmente l’esito di quella perizia sarebbe completamente diverso, ma nessun paragone è possibile con quei tempi. Non mi battei per la concessione delle attenuanti generiche pur avendo argomentazioni a riguardo, ovvero l’infanzia difficilissima, la perdita traumatica della madre e le tante circostanze negative che avevano contrassegnato la sua vita. Il mio obiettivo non era la diminuzione della pena ma l’assoluzione per vizio di mente. La Corte la pensò diversamente ritenendo possibile che un folle morale, come i periti avevano espressamente diagnosticato, conservasse la capacità di intendere e volere. Ebbi la soddisfazione di avere grandi elogi da parte della stampa presente al processo, in particolare dal ‘Corriere della Sera’, che definì il mio intervento finale ‘una splendida arringa’. Conservo ancora quella pagina di giornale”.

Domando cosa ricorda del comportamento di Morandini in carcere.

“Un altro mio cliente fu a lungo in cella con lui e mi ha raccontato alcuni aneddoti. Ad esempio difficilmente Morandini usciva per l’ora d’aria. Quando gli altri detenuti si recavano in cortile lui rimaneva in cella. Spostava da un lato gli oggetti di tutti i detenuti, altri cinque, che affollavano quel miserrimo spazio, e puliva in modo accuratissimo, maniacale. Poi rimetteva tutto in ordine e non mancava mai nulla. Si comportò in modo estremamente educato con gli altri detenuti, solo non tollerava disordine e sporcizia, e nessuno, conoscendo il suo curriculum criminale, aveva alcunché da obiettare. Subiva però degli scatti d’ira che lo rendevano pericoloso: al processo rinunciò a comparire ad alcune udienze in quanto mi disse che aveva il desiderio irrefrenabile di aggredire l’avvocato della parte civile, e questo solo perché costui gli aveva detto di parlare più forte durante la sua deposizione”.

Chiedo se manifestò mai propositi suicidi.

“Non mi disse nulla a riguardo, ma ricordo che pensai a una eventualità del genere. Era introverso e parlava poco. Non ebbi alcun indizio, ma lo ritenni possibile, ebbi l’impressione che non se la sentisse di affrontare il carcere a vita e soprattutto tre anni di isolamento”.

Saluto l’avvocato Zilioli e lascio la sua casa. Mi corre un brivido quando alle mie spalle, rumorosamente, il pesante catenaccio richiude il portone.

Avvocato Claudio ZIlioli

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