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Sofia, futuro medico, la mia esperienza in Guatemala accanto alle donne fotogallery

Il racconto di Sofia Pozzoli, 22enne bergamasca e studentessa di Medicina, in Guatemala per un progetto di tirocinio con Rekko, associazione di volontariato nata a Recco che in Guatemala ha costruito due cliniche mediche e una scuola, a San Pedro de Yepocapa e ad Antigua.

Anni fa, per caso, le nostre vite si sono incrociate, con amici in comune e serate nate senza un perché. Uno dei grandi aspetti positivi di Facebook è riuscire a rimanere in contatto con persone che, per un motivo o per l’altro, prendono altre strade e così io ho potuto restare “aggiornata” sulle novità di Sofia e vedere, dalle fotografie pubblicate, la sua incredibile esperienza in Guatemala, in strutture ospedaliere così diverse da quelle a cui siamo abituati noi tutti, lei compresa, giovane studentessa in Medicina a Genova.

E’ bastato poco per contattarla e ritrovarci, dopo diversi anni e costruire insieme questa intervista…

Ciao Sofia, raccontaci di te e del tuo percorso di studi che ti ha portato ad intraprendere questo viaggio in Guatemala

“So che dovrei iniziare il discorso con una cosa del tipo “Ciao! Sono Sofia..”, ma mi sembra più appropriato un “¡Holá! Me llamo Sofia..”. Più precisamente Sofia Laura Pozzoli, ragazza bergamasca leva ’94. Frequento la facoltà di Medicina e Chirurgia a Genova ed ho terminato il quarto anno, a ottobre inizierò il quinto (poi ce n’è anche un sesto, così, giusto per info). Sono da poco tornata da un’esperienza di tirocinio in Guatemala con Rekko, un’associazione di volontariato italiana nata a Recco, in Italia, e che in Guatemala ha costruito due cliniche mediche e una scuola, a San Pedro de Yepocapa e ad Antigua. Rekko lavora offrendo servizi medici e rendendoli accessibili alla popolazione più vulnerabile del paese. Il tutto grazie al lavoro congiunto di volontari internazionali e medici locali. Offre i servizi sia nelle due cliniche mediche, ma soprattutto durante giornate mediche rurali nelle quali porta i servizi alle persone che non possono raggiungere le cliniche. All’interno di questa associazione io ho effettuato un tirocinio di ginecologia, in quanto sono stata affiancata da due bravissime dottoresse spagnole volontarie: Cristina e Veronica. Con loro ho collaborato per portare il servizio medico anche a paesini poco accessibili, grazie anche all’infermiere locale, Marvin, che ci ha sempre accompagnato guidando nelle strade più dissestate. E’ stata un’esperienza incredibile lavorare nel campo ginecologico, ma non credo che nel mio futuro, come specializzazione, farò ginecologia. Per quanto sia un ramo della medicina molto interessante, che riesce bene a coniugare nella stessa materia una componente clinica e chirurgica, al momento mi piacerebbe fare Anestesia e Rianimazione, ma chissà… il futuro è pieno di sorprese e per cambiare idea sono ancora in tempo!”

Quella di Rekko era una realtà che conoscevi già?

“Non conoscevo Rekko prima che una mia compagna me ne parlasse durante il tirocinio. Mi disse che aveva un amico che gestiva quest’associazione e decisi di informarmi meglio. Così ho scoperto che si occupavano di un progetto in Guatemala, dove non ero mai stata. Poteva essere anche l’occasione per scoprire un Paese nuovo! Iniziai a mandare i documenti necessari e ad assicurarmi la raccomandazione di una professoressa che garantisse per me, siccome era tra le richieste dell’associazione (tra le altre: aver conseguito almeno tre anni di studio di Medicina ed una base di Spagnolo). Rapidamente, venne il giorno della partenza. Non me ne resi quasi conto, tra un esame e l’altro! Conclusi l’ultimo a fine luglio e, meno di una settimana dopo, mi trovai a Malpensa con le valigie e un biglietto in mano. Non vedevo l’ora! Avevo già fatto attività di volontariato, in Romania, ma mai in campo medico e, soprattutto, non come studentessa di Medicina. Avevo voglia di mettermi in gioco e di vedere se, anche senza la mia lingua madre, la disponibilità di farmaci e attrezzature che ci sono in Italia e senza impararmi la lezione per un determinato giorno, sarei riuscita comunque a cavarmela. Certo, sono sempre stata supportata dalle due ginecologhe, ma in situazioni simili ognuno fa la sua parte.”

Sofia Pozzoli in Guatemala

Raccontaci la tua quotidianità. Quale era il tuo ruolo?

“Normalmente la giornata inizia abbastanza presto, la sveglia è per le 6-6.30 del mattino, in quanto all’equatore il Sole è già sorto da un’oretta e tramonta altrettanto presto (circa una dozzina d’ore dopo). Rapida colazione, riempire la borraccia d’acqua, un messaggio al mio ragazzo che terminava il pranzo (8 ore di fuso si notano parecchio!) e via sulla jeep con l’infermiere Marvin e le ginecologhe, facendo rotta per un paesino “nei pressi” della clinica. La meta finale dipendeva da dove facevamo “base”, se alla clinica di Rekko in La Antigua o di San Pedro de Yepocapa. “Nei pressi” può voler dire anche a 50 km di distanza, di cui la maggior parte sterrata e dissestata, che corrispondono a circa un’oretta e mezza di viaggio.
Una volta giunti nel centro de salud de la aldea (“il centro di salute del gruppetto di case” in spagnolo), si sistemava il materiale e ci si presentava ai pazienti. Quello che offrivamo alle pazienti era un consulto ginecologico per disturbi di vario tipo, ma la richiesta verteva quasi unicamente su ecografie in gravidanza e PAP test. Io ero “l’addetta dei PAP test”, quando c’erano. Inizialmente non sapevo la procedura, ma dopo due giorni già mi destreggiavo sufficientemente bene, tant’è che li affidarono a me. L’ecografia è già un pochino più complessa, ma Cristina e Veronica sono due persone molto disponibili e mi hanno insegnato tanto. Ora, grazie a loro, riesco a leggerle sapendo cosa cercare e cosa chiedere alla paziente per quanto riguarda l’anamnesi ginecologica.

Spesso, mi veniva chiesto il parere a riguardo di problemi non prettamente ginecologici. E io pensavo: “Oddio, perché? Adesso cosa faccio?”. Non ho molta esperienza, ma, grazie ai libri di studio molto freschi, potevo essere comunque molto d’aiuto! Ricordo un giorno in particolare: stavamo vistando una paziente che, oltre a fastidiosi disturbi ginecologici, lamentava prurito intenso agli arti. Osservandola si potevano notare come piccole papule su tutta la cute. Quasi sicuramente un problema dermatologico, tra l’altro non semplice da diagnosticare in quanto il fototipo, il colore della pelle, dei guatemaltechi non è il nostro. Quindi anche le lesioni cutanee assumono colori differenti a quello che l’occhio europeo è abituato a vedere. Fortunatamente in Università mi era capitato di seguire una conferenza di un dermatologo che illustrava e spiegava come diagnosticare le più comuni infezioni dei Paesi tropicali a livello cutaneo. Non ci ho pensato due volte a fare un salto indietro nonostante avessi i guanti: scabbia. Ne ero quasi certa. Ancora due o tre domande alla paziente e per essere sicura chiesi conferma alla ginecologa che era con me e a Marvin che, essendo del posto, probabilmente aveva l’occhio più allenato. Le prescrivemmo la terapia e le raccomandammo un’igiene più accurata. Tornando alla routine delle giornate, in generale, si terminava verso le 14, ma dipendeva molto dal numero di pazienti. È capitato anche di finire alle 17 dopo una quarantina di visite. Raramente prima delle 13 come da programmi! Per fortuna il nostro infermiere, molto previdente, la mattina si occupava anche di preparare dei panini per lo spuntino.
Concluso il lavoro si tornava ad una delle due cliniche, si pranzava e poi ognuno si dedicava all’attività che più desiderava, anche se spesso erano banalmente una doccia e una chiamata a casa. Il fine settimana è sempre libero da ogni occupazione, così che il volontario ha modo di riposarsi e, se desidera, visitare anche il Paese.”

Sofia Pozzoli in Guatemala

La giornata più importante che hai vissuto?

“Non sarà difficile farvi capire perché vi racconto proprio questa giornata. Apparentemente iniziò come un giorno qualunque. Ci alzammo, facemmo colazione e uscimmo con Marvin dalla clinica di Yepocapa facendo rotta per Morelia, un’aldea ad un’oretta e mezza di strada, di cui una buona ora interamente sterrata (non facile da affrontare la mattina col latte sullo stomaco!).
“¿Sofi todo bien?” “Si si, no te preocupes, estoy solamente haciendo mantequilla” (“Sofi tutto bene?” “Si si, non ti preoccupare, sto solamente facendo il burro”). E mi presero in giro ridendo per settimane. In ogni caso, 8.30 eravamo pronti per vistare le nostre pazienti. Già una trentina erano in coda pronte. Ci mettemmo subito all’opera. 14.30 circa pausa pranzo da una signora locale che aveva preparato riso, pollo fritto, insalata e, per rinfrescarsi dal gran caldo, orzata (bibita molto di moda da quelle parti). Tempo di finire il tutto, lanciare due ossa avanzate ai cani che scorrazzavano ovunque e ringraziare la signora che di rimettemmo subito al lavoro. Dovevamo finire le poche pazienti restanti, ma ne arrivarono anche altre. Il paesino era talmente isolato e lontano dall’ospedale che tutte le donne cercavano di approfittare di quest’occasione. Marvin accettò quindi un’altra decina di pazienti. Eccetto il fatto che eravamo tutte e tre esauste, non avrebbero dovuto esserci problemi. Verso le 15.30, però, iniziò un tipico acquazzone tropicale, un classico equatoriale nel mese di agosto. Il vero problema fu che durò più del solito, poiché mediamente nel giro di un’oretta spuntava di nuovo il sole. Questa volta continuò a piovere fin dopo le 17.30 che partimmo alla volta della clinica e, qui, venne il vero casino, passatemi il termine. La maggior parte dalla strada di ritorno non era asfaltata e soprattutto era attraversata da ben tre rii che a causa dell’intesa pioggia si erano molto ingrossati. I primi due Marvin riuscì a guadarli senza troppi problemi inserendo le marce ridotte. Il terzo, invece, inquietava un po’ tutti. Decidemmo di aspettare sulla strada, poco prima dell’argine, che spiovesse e si quietasse un poco. In lontananza già si vedeva l’orizzonte rischiararsi, anche se la pioggia non demordeva. Tutto d’un tratto, ci passò davanti un grosso tronco trasportato dalla corrente e per precauzione Marvin arretrò qualche metro con la jeep. Giusto il tempo di capire come stava evolvendo la situazione che, sull’altra sponda, la gente a piedi iniziò a correre per allontanarsi dall’argine che iniziava pericolosamente ad alzarsi. Marvin non perse un secondo: inserì la retromarcia e partì con una folle retromarcia in mezza salitina su strada sterrata. Il fiume, nel frattempo, continuava incessantemente a salire e la forza dell’acqua si trascinava tronchi e pietre grosse che facevano un gran fracasso. Fortunatamente i riflessi pronti di Marvin e la sua previdenza ci salvarono tutti. Vedere agire la forza dell’acqua, nel fiume dove poco prima c’eri tu, ti fa rivedere la scaletta delle priorità della vita.
Quella sera dormimmo poi a Morelia, nel centro di salute dove avevamo visitato le pazienti poco prima, e ripartimmo il mattino seguente. Il fiume del giorno prima, però, ci bloccò il cammino per un paio d’ore, infatti la forza della corrente aveva scavato il terreno abbassando il letto del fiume di circa un metro dalla strada e non è tutto: pietre enormi trasportate e sparse ovunque. Le gente del posto purtroppo è abituata a simili disgrazie, così uno squadrone di uomini con picconi, vanghe e corde si mise velocemente al lavoro per rendere accessibile il passaggio. Dopo aver constatato che attraversarono tranquillamente jeep con venti persone a bordo, una jeep che trasportava una mucca e tanti altri ancora, Marvin decise che era venuto il momento. Passammo senza troppi problemi e via, sulla strada per Yepocapa. Che avventura!”

Sofia Pozzoli in Guatemala

Con chi hai condiviso questa esperienza?

“Non è facile, dovrei parlare per ore citando anche persone che per quanto poco ci abbia parlato mi hanno lasciato qualcosa. Han fatto parte della mia esperienza.
Vedrò di riassumere brevemente, citando in primis le due ginecologhe con cui ho lavorato braccio braccio. Solari, spiritose, generose, con un abbraccio sempre pronto per risollevare l’umore nei momenti difficili, ma, soprattutto, sanno fare la tortilla de patatas migliore della Galizia (provare per credere). Mi hanno aiutata, supportata ed istruita per tre settimane. Non so se fosse la loro prima esperienza di insegnamento, ma mi sono trovata perfettamente a mio agio. L’unico problema ora è che quando devo raccontare a qualcuno la clinica ginecologica mi escono le parole in spagnolo. In italiano, quella materia, ha poco senso ormai. Come dimenticare poi il quarto membro dell’equipo! L‘infermiere Marvin. Gentile e disponibile, orgoglioso della sua terra tanto che coglieva sempre l’occasione per mostrarci qualcosa di nuovo del Guatemala, compresa la birra con lime, salsa di soia, succo di pomodoro e l’aggiunta di peperoncino sul bordo del bicchiere. Un’esperienza… da brivido. Degno di nota è José, el jefe (il capo), colui che gestisce l’organizzazione di tutti i membri delle due cliniche. Spagnolo, alto un paio di metri, ma sottile sottile. Parrebbe una canna al vento, ma posso assicurare che ha le radici ben salde a terra. Poi ci sono Emilia e Onelia le quali meriterebbero un trofeo! Le due donne delle due cliniche che si assicurano che tutto sia pulito e, soprattutto, fanno da mangiare per pranzo. Da quando vivo lontano da casa ho compreso a pieno l’importanza della mamma che fa sempre trovare tutto pronto. Loro sono state le “mie due mamme guatemalteche”. Emilia mi rincorreva per i corridoi della clinica con le divise pulite della mia taglia da nana, che non erano molte dato che la maggior parte era tagliata per uomo. Ci teneva a darmi quelle più piccine! Da citare c’è poi Emilio, altro italiano volontario che spesso vola in Guatemala per dare una mano a fare lavoretti di manutenzione per la clinica! E tutti gli studenti, i medici, che ho incontrato e mi hanno insegnato e accettata con un sorriso. Tante persone che lavorano con un unico scopo: aiutare il prossimo.”

Cosa consiglieresti a chi vuole intraprendere questa opportunità?

“Cosa consiglierei? Studiate se ne avete la possibilità, tanto e bene. Non è un “privilegio” concesso a tutti e la conoscenza si può usare come meglio si crede. Si ha la possibilità di dare una mano a molti e, soprattutto, a non dare nulla per scontato.”

Le aspettative sono state esaudite? Pensi che questa esperienza arricchirà la tua carriera non solo lavorativa ma anche umana?

“Le aspettative a dir la verità non del tutto. Credevo avrei fatto un lavoro più “classico”, tipo ospedaliero, invece mi son ritrovata a girare in jeep per paesini sperduti ed a visitare gente nei posti più impensabili. Quindi, da questo punto di vista, avevo tutta una mia idea, ma capendo le necessità della popolazione e la logistica del Paese mi son resa conto che la dinamica del nostro lavoro non avrebbe potuto essere altrimenti e, tutto sommato, meglio così che rimanere chiusa nelle solite quattro mura. Ho così avuto modo di vedere a pieno la realtà locale e le differenze marcate tra paesini sperduti nei pressi di Yepocapa e gruppi di case a ridosso di Antigua. La carriera lavorativa non credo. Come già detto mi piacerebbe fare Anestesia, che è parecchio differente, e poi ho visto solo una minima parte del mondo della ginecologia. Di certo posso dire che dal punto di vista umano invece è stata un’esperienza significativa. Un medico, credo, non debba essere solo “conoscenza”, in primis dev’essere “uomo”.

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