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Il Wuc vuole una Cina debole, magari in crisi foto

Non escludiamo nemmeno la creazione di un fronte vasto, dominato dal WUC, che va dai tibetani ai Rohingya fino ai Sindhi e ai gruppi anticinesi e antiestablishment in tutto il Sud Est asiatico, che potrebbe portare ad una destabilizzazione di tutta l’area e a una chiusura, almeno temporanea, dei progetti infrastrutturali della Cina.

Un incontro della minoranza balochi e del suo movimento nazionalista-etnico contro la Belt and Road Initiative cinese caratterizza il nesso tra questa minoranza e quella uyghura.

Peraltro, l’undici agosto scorso il movimento balochi si è radunato, con molti dirigenti e pochi attivisti, a Berlino, per protestare contro il CPEC, China Pakistan Economic Corridor.
È questa la nuova linea dei vari movimenti etnici e rivoluzionari delle minoranze presenti in Cina, che il movimento uyghuro tende a egemonizzare: succede con i tibetani, che Dolkun Isa, il segretario del WUC invita a riunirsi al movimento degli uyghuri, accade con i militanti del Balochistan, con i kazachi, con i Sindh e con le altre minoranze meno rilevanti, tra le quali quelle legate alle religioni popolari tradizionali della campagna cinese e, naturalmente, il buddismo.

Dolkun Isa ha parlato sulla Belt and Road Initiative durante la conferenza dell’11 agosto scorso, organizzata dal movimento del Balochistan, mentre il segretario del WUC ha partecipato, sempre nel mese di agosto, ad una conferenza a Parigi sulla “repressione” degli uyghuri che assomiglierebbe a quella patita dai tibetani sia in patria che nel resto del mondo. La linea del WUC è chiara, anche sul piano internazionale: sostegno ai Rohingya del Myanmar, e alla loro nuova armata, l’Arakan, contro le forze buddiste birmane, e si noti che i rohingya non sono una minoranza etnica, ma unicamente i migranti provenienti dal Bangla Desh, sostegno all’opposizione cambogiana, sostegno alla minoranza kirghiza in Cina.

Sarà questa la nuova linea politica del WUC: unificare le minoranze etnoreligiose in Cina e unirle a quella, ricca e famosa, dei tibetani.

I kirghizi sono circa 200.000 in tutta la Cina e, in particolare, nell’area di confine tra lo Xingkiang, il Kirghizistan e il Tagikistan, con una parte di popolazione kirghiza distribuita tra Afghanistan.
Sarà la prossima miccia ad accendersi.

Ma la lotta contro la “Via della seta” è, lo abbiamo visto, essenziale per il WUC; e riguarda soprattutto la sempre maggiore presenza, a causa della Via della Seta, delle forze di polizia e di sicurezza cinesi nello Xingkiang. Che ci siano, come è sempre accaduto in questi casi, dei “santuari” di materiali bellici che possono essere utilizzati dai militanti uyghuri per rendere sempre più difficile, rallentare o addirittura bloccare la costruzione della Via della Seta?

Che questa nuova linea del WUC (e dell’ETIM, l’esercito jihadista uyghuro) sia l’antefatto di una guerriglia locale, insieme alle altre minoranze?
Altri temi agitati da Isa sono quelli della minaccia all’ambiente, della discriminazione degli uyghuri tra la manodopera impiegata già oggi per la Via della seta, delle 46 detonazioni nucleari compiute dai cinesi nel sito di Lop Nor, a circa trecento chilometri dalle principali città uyghure.

Allora, detto in altri termini: il WUC vuole grandemente danneggiare l’economia cinese, bloccando la Via della seta, vuole inoltre evitare la pressione della polizia centrale, visto che deve certamente nascondere qualcosa di grosso, deve infine impedire l’evoluzione nucleare cinese, altro inevitabile elemento di potenza strategica. Il WUC vuole una Cina debole, magari in crisi, per poi rendersi autonomo de facto da Pechino e unirsi alla grande internazionale sunnita, con il sostegno della Turchia e con l’aiuto dell’Arabia Saudita.

Quindi, lo ripetiamo, vi sarà una forte opposizione, organizzata dal WUC e dalle altre associazioni etniche e religiose operanti in Cina e soprattutto nella sua area orientale contro la Via della Seta e il Corridoio Sino-Pakistano, con una probabile serie di azioni di disturbo violente, correlate ad attività di propaganda all’estero e, soprattutto, in Europa. Non escludiamo nemmeno la creazione di un fronte vasto, dominato dal WUC, che va dai tibetani ai Rohingya fino ai Sindhi e ai gruppi anticinesi e antiestablishment in tutto il Sud Est asiatico, che potrebbe portare ad una destabilizzazione di tutta l’area e a una chiusura, almeno temporanea, dei progetti infrastrutturali della Cina.

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