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Bergamo, Daniel Pennac: un “Signore Bambino” che incanta i giovani

Eux, c’est nous, “Loro sono noi”: questo il titolo dell’incontro con lo scrittore Daniel Pennac tenutosi all’interno del ciclo “Molte fedi sotto lo stesso cielo”. La nostra Giuditta Zambaiti era tra il pubblico

Eux, c’est nous, “Loro sono noi”: questo il titolo dell’incontro tenutosi nella serata di lunedì 11 settembre presso la Basilica di Santa Maria Maggiore in Città Alta, all’interno del ciclo “Molte fedi sotto lo stesso cielo” promosso dalle ACLI di Bergamo. Una guerra all’ultimo respiro per aggiudicarsi i posti, terminati a meno di un’ora dall’apertura delle prenotazioni: basta questo per capire quanto sia amato il protagonista assoluto dell’incontro.

Daniel Pennac non ha certo bisogno di presentazioni: chi non è cresciuto con i meravigliosi personaggi della famiglia (o per meglio dire tribù) Malaussène lo ricorderà anche solo per i suoi “dieci diritti del lettore”, un vero e proprio testo sacro per tutti gli amanti della lettura. Settantadue anni portati benissimo, un viso aperto e intelligente e un luccichio quasi infantile negli occhi, che non lo abbandona nemmeno quando ci mette in guardia da quei crétins che vogliono sfruttare il nostro “istinto di conservazione” per metterci contro l’altro, il diverso, lo straniero. “Forse un giorno saremo noi l’Altro!” dice, rivolgendosi in particolar modo a noi giovani. “Ragionate, resistete alle stupidità, perché possedete i mezzi per riconoscerle.”

Pennac si scusa per il suo italiano e scherza amabilmente con la traduttrice e con il pubblico, mostrando una vena ironica che non può non richiamare alla mente quella del Benjamin Malaussène che noi lettori tanto amiamo. Con tono leggero parla del ruolo del romanziere e dello stile metaforico che ha scelto di utilizzare nei romanzi dedicati a questo personaggio; ci ricorda che un romanziere non è virtuoso in quanto tale ma che sono le sue intenzioni, la sua scelta di usare le metafore per raccontare la verità che lo rendono virtuoso. Stare ad ascoltare Pennac mentre parla della scrittura è un vero incanto: spiega che le parole vengono da sé mentre si scrive, e che anzi è la scrittura stessa a produrre espressioni e metafore; parla della sua concezione di eternità, che definisce “la prima percezione del tempo” che tutti noi abbiamo da piccoli, e ci presenta la sua affascinante convinzione che i bambini vivano in un “eterno presente” che li rende “naturalmente metafisici” e più bravi a sognare di noi adulti.

Evocativi i suoi aneddoti sul discorso intorno a Dio di un bambino brasiliano e sulle esilaranti conversazioni con un caro amico croato (a suo dire l’unico in grado di imbrogliare a scacchi), passando per le sue riflessioni riguardo le possibili alternative a un sistema scolastico “valutante” come il nostro. Scherza ancora con i ragazzi (numerosissimi) seduti nelle prime file e lancia loro una provocazione sull’uso del telefonino in classe: che senso ha entrare in un luogo finalizzato all’apprendimento se poi se ne esce virtualmente tramite il cellulare?

L’incontro si avvia verso la conclusione, eppure nessuno di noi vorrebbe smettere di ascoltarlo, allo stesso modo in cui non si vorrebbe dover interrompere un libro in un punto particolarmente appassionante. Gli si chiede se vorrebbe aggiornare i già citati diritti del lettore aggiungendone un undicesimo. Lui risponde senza esitazioni: “Il diritto di addormentarsi su un lettura che amiamo moltissimo. È il miglior modo di addormentarsi.”

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