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Grande Guerra, Pillola 138: la battaglia finale, vincere necesse est

La battaglia di Vittorio Veneto fu l'ultimo grande scontro della prima guerra mondiale tra italiani e austriaci: alle prime ore del mattino del 24 ottobre 1918 le fanterie della 4a armata iniziarono l'assalto.

Sul fronte italiano, mentre gli alleati stavano cercando disperatamente di sfondare la linea Hindenburg, venne pianificata una grande offensiva a carattere risolutivo, che sarebbe diventata la battaglia di Vittorio Veneto, l’ultimo grande scontro della prima guerra mondiale tra italiani ed austriaci.

Così come per la battaglia finale ad occidente, anche sul Piave le ragioni che portarono il comando italiano alla decisione di passare all’attacco furono di carattere più politico che militare: in realtà, gli italiani avrebbero benissimo potuto temporeggiare ancora, visto che il tempo giocava a loro favore, sia sul piano della produzione industriale che su quello dell’instabilità interna dell’impero.

La situazione, però, impose l’azione: Foch premeva sul governo di Orlando per un’offensiva di supporto alla grande battaglia in Francia e in Belgio e già il 4 ottobre 1918, di fronte all’evidenza della sconfitta, gli imperi centrali avevano iniziato dei contatti diplomatici con Francia e Gran Bretagna.

L’eventualità che il conflitto terminasse quando le truppe austroungariche si trovavano ancora in Veneto terrorizzava l’Italia, che rischiava di vedere vanificati i propri sforzi di quattro anni. Bisognava, quindi, attaccare, prima che i preoccupanti scricchiolii cui era sottoposto il trono di Carlo d’Asburgo si trasformassero nell’esplosione dell’impero, sotto i colpi dei nazionalismi irredentisti.

Si ricordi, tra l’altro, che le mire italiane sulle regioni orientali erano apertamente in contrasto con le ambizioni serbe riguardo alla creazione di uno stato jugoslavo, sostenute dall’elemento irredentista e sokoliano delle forze armate imperiali: urgeva, perciò, ottenere una brillante vittoria sul campo di battaglia, per impedire qualsiasi tentativo di annullare o limitare le acquisizioni territoriali promesse dal patto di Londra.

Dal canto loro, gli stessi alleati, come si è detto, esortavano gli italiani a passare all’offensiva, per sostenere lo sforzo che stavano compiendo tra Reims e le Fiandre: tutto, insomma, sembrava imporre al temporeggiatore Diaz la rottura degli indugi. Si giunse, così, alla stesura di un piano di battaglia, affidato al colonnello Cavallero, che, alla fine di settembre, produsse un documento in cui si proponevano alcune opzioni operative, con l’utilizzo di 27 divisioni, che convergevano verso la cittadina di Vittorio Veneto.

vittorio veneto

L’azione avrebbe dovuto essere affidata all’8a armata del generale Caviglia, uno dei migliori comandanti italiani, che si era già distinto sull’Isonzo. Caviglia impose alcune modifiche al piano originario: in particolare, suggerì di progettare un’azione diversiva da parte della 4a armata, sul Grappa, in modo da confondere l’afflusso di riserve da parte avversaria. Il tentennante Diaz ed il più deciso Badoglio approvarono le modifiche e l’azione venne rapidamente pianificata, anche perché, come si diceva, gli imperi centrali stavano già sondando le possibilità diplomatiche di trattare un armistizio con gli alleati e il tempo stringeva.

Dopo la riunione dei comandanti d’armata, il 13 ottobre, ad Abano Terme, l’ultima battaglia passò dalla teoria all’organizzazione pratica: l’azione principale, tra il Montello e le Grave di Papadopoli, fu assegnata all’8a armata italiana, sostenuta sui fianchi dalla 10a britannica (Cavan) e dalla 12a francese (Graziani). Per completare il quadro, la 6a armata (Montuori) avrebbe esercitato una certa pressione sugli altipiani, mentre la 4° (Giardino) avrebbe attaccato sul Grappa, verso Primolano e verso Feltre.

La creazione, esclusivamente nominale, del tutto inutile militarmente e squisitamente politica di due armate alleate rappresentò un errore clamoroso, proprio in campo politico: le 3 divisioni britanniche e le 2 francesi, trasformate, sulla carta, in grandi unità di manovra, rappresentarono un argomento formidabile per chi sosteneva che gli alleati avessero fornito un apporto determinante alla vittoria sul fronte italiano, con enormi conseguenze sul piano diplomatico, nel dopoguerra. Viceversa, il peso dei reparti anglofrancesi, paragonato a quello delle 51 divisioni schierate dall’Italia nello scontro definitivo, fu del tutto marginale: ma ormai il danno era fatto.

All’ultimo momento, date le condizioni del Piave, che era in mezza piena crescente, si decise anche di anticipare l’attacco della 4a armata e delle divisioni francesi nel settore del Grappa, in modo da costringere l’avversario a spostare truppe per parare il colpo, in attesa del momento buono per il passaggio del fiume: così, la battaglia di Vittorio Veneto iniziò, in realtà, sulle balze del Grappa.

Va detto, tra l’altro, che la brevissima distanza temporale tra i due attacchi (sul Piave l’operazione cominciò con poche ore di ritardo rispetto alle truppe di Giardino, anche se, di fatto, fino al 26 sera non vi furono progressi significativi) non permise alcuno spostamento di riserve austroungariche dalla pianura e che, quindi, la battaglia del Grappa si rivelò un sanguinoso quanto inutile diversivo.

Alle prime ore del mattino del 24 ottobre 1918, tra la pioggia e la nebbia, che ricordavano la tragica alba di Caporetto, esattamente un anno prima, le fanterie della 4a armata mossero all’assalto delle posizioni austroungariche, sulle groppe insanguinate dell’Asolone, del Pertica, dei Solaroli. Era cominciata la battaglia finale.

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