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“Per chi viaggia in direzione ostinata e contraria”: dopo 9000 km Seba e Claudio arrivano in Cina fotogallery

"Ciò che conta è che dopo due aerei, tre treni, sette taxi (o affini), un cavallo, una jeep, quattro pullman e svariate metro abbiamo raggiunto il nostro scopo." Il viaggio di Sebastiano Rota e Claudio Stroppa continua: dal deserto del Gobi fino a Pechino

Li abbiamo seguiti sin dal principio, da quando, da Riga, ci hanno raccontato la prima tappa del loro folle viaggio: cinque nazioni, due continenti, 16.000 km dalla Lettonia fino al sud della Cina. E ora, dopo aver viaggiato con loro dalla Russia, al vagone della Transiberiana fino ad arrivare in Mongolia, finalmente Seba e Claudio sono arrivati in Cina, solo dopo aver attraversato il deserto del Gobi e aver viaggiato per 600km su un pullman, però.

Ma niente spoiler. Ecco la loro avventura

Deserto del Gobi

C’è chi prenota tour su Trip Advisor e chi smuove funzionari del governo mongolo.
A noi è capitata Otgoon Mangal, squisita signora sulla cinquantina funzionaria della regione del Dorngobi. Dopo averle chiesto informazioni ci siamo trovati a passare due giorni nel deserto con tutto organizzato da lei alla modica cifra di 36 € a testa. Ci fornisce anche Sancho (chiaramente non è il suo vero nome), colorito autista non proprio esile che ci accompagnerà durante tutto il tragitto. È così che scopriamo il Gobi, nella sua incredibile magnificenza. Il suono di una campagna che riecheggia per chilometri di distese di rocce rosse, montagne gialle, nuvole che paiono disegnate. Sancho sfreccia imperterrito derapando, con un disco eterogeneo di Albano, Pupo, dance anni 80 e canzoni mongole.
“Chinggis Chinggis CHINGGIS KHAAAAAN!”.

Deserto del Goobi_ Seba e Claudio

Arriviamo così all’Energetic Center, luogo mistico dove si gode di una vista incredibile e dove si respira una strana energia. Vige un tombale silenzio, rotto solamente dal vento che forte soffia dalle montagne. La Mongolia è così, ti massacra. Sembra dirti: “Hai un piccolo dubbio? Stai pensando a qualcosa? Ti manca qualcuno? Ehi, aspetta che ti faccio ricordare tutto, senza un minimo sconto e senza farti dimenticare nessun particolare!”
E di nuovo, lacrime.

Dopo il monastero e le dune ci dirigiamo al campo Ger, dove alloggeremo insieme al nostro amato Sancho. Pranzo, pennichella pomeridiana e verso le 18:00 via a passare il tramonto con gli allenatori di cavalli e cammelli. Prima esperienza su un cavallo: a pelo nel deserto del Gobi.
Nonostante il risultato sia stato pressoché rivedibile, guardare il tramonto in sella ad un cavallo bianco, nel deserto, tenendogli la criniera, beh, è un’esperienza che non si vive tutti i giorni.
Vediamo altre scene tipiche della vita degli allevatori, ovvero un rodeo e, a mio avviso evitabile, il modo in cui vengono uccise le capre. Le stesse capre fornite da Ed (Non è chiaramente il suo vero nome), professore universitario canadese dai capelli rossi, sposato con una donna del luogo e felice nel tempo libero di venire ad allevare capre nel deserto.

Deserto del Goobi_ Seba e Claudio

La notte si avvicina ed entriamo in tenda per cenare e dormire. Le temperature al di fuori sono rigide ma Sancho, dopo averci ricordato che la sveglia suonerà alle 04:00, rimane in mutande e chiede di lasciare la porta aperta. Mi addormento con una gigantografia di zio Genghis a vegliare su di me. Al risveglio, accompagnato da una colazione leggera a base di zuppa di carne, Sancho decide di derapare fino al Monte dei Desideri. La zuppa sala e scende, il cd passa “I Will Survive” di Gloria Gaynor.
Sembra di essere in un film di Woody Allen.

Dopo una salita impervia ci godiamo l’alba dalla cima del monte. Uno spettacolo incredibile e senza tempo. Lasciamo la Mongolia così, con questa ultima immagine. Sperando possa essere, a questo punto, un arrivederci.

Seinshand – Pechino

Conclusa l’escursione sul Monte dei Desideri, abbandoniamo il deserto e raggiungiamo di nuovo la civiltà, se così Seinshand si può chiamare. Sancho, di cui scopriamo parlando al telefono con una sconosciuta il vero nome ovvero Dasha, si offre di portarci a Zamyn Uud.
Così facendo guadagneremmo il giorno perso ad Ulaan Baatar ed accettiamo dopo aver valutato la situazione. Arrivati alla frontiera Sancho/Dasha ci saluta, nei suoi e nei nostri occhi si vede del dispiacere: abbiamo condiviso due giorni interi in cui senza comunicare in una lingua comune ci siamo capiti in tutto.
Saliti su una jeep ho il primo contatto fisico con una creatura di genere femminile dopo 13 giorni: una lottatrice di Sumo mongola che mi schiaccia completamente contro il finestrino.
Diciamo che l’ingresso in Cina non è che sia stato proprio un Carnevale di Rio.
Superate le frontiere, i mille controlli e le curve folli dell’autista, raggiungiamo Erlian, prima cittadina cinese. Dopo alcuni giri completamente a caso arriviamo alla stazione dei treni e scopriamo che il convoglio per Pechino partirà domenica.

Seba e Claudio

Decidiamo quindi di optare per la soluzione che avremmo voluto assolutamente evitare: il pullman cinese con cuccette, ovvero un pullman con i letti. Chiaramente a me e Claudio vengono assegnati i posti in fondo, esattamente sulle ruote posteriori. Così facendo le nostre carcasse, ad ogni singola buca, si solleveranno dal “materasso” di qualche centimetro.
Ora, non so se avete presente cosa possa significare il viaggiare per 600 km su questo tipo di pullman. Dieci ore, condizioni igienico sanitarie da spavento, gente che tossisce, si pulisce, mangia. Tre soste in totale, due di pochissimi minuti, una prolungata in una qualche cittadina sconosciuta dove è presente la mensa dei poveri, con il cibo avanzato al suolo, i bagni in vista, gente che urla gli ordini.
Decido in preda all’insonnia di ascoltare le opere complete di Fabrizio de Andrè. Cerco di osservare la gente e ad ogni canzone dare un volto. C’è un bambino disteso, forse “Coda di Lupo”:

“Quando ero piccolo mi innamoravo di tutto, correvo dietro ai cani,
da marzo a febbraio mio nonno vegliava sulla corrente di cavalli e di buoi,
sui fatti miei e sui fatti tuoi”.

C’è una signora che guarda dal finestrino il paesaggio, non ha mai chiuso occhio “Lo sa che io ho perduto due figli, signora lei è una donna piuttosto distratta”, “Amico Fragile” insomma.
Ci sono degli olandesi, i “Khorakanè”, stupefatti dalle buche adibite ai bisogni di una stazione cinese: “Il cuore rallenta e la testa cammina, in quel pozzo di piscio e cemento, a quel campo strappato dal vento, a forza di essere vento”.

È notte. Arriviamo a Pechino.
Ciò che conta è che dopo due aerei, tre treni, sette taxi (o affini), un cavallo, una jeep, quattro pullman e svariate metro abbiamo raggiunto il nostro scopo. Siamo a 9000 km da San Pietroburgo e sì, ci siamo riusciti.
Questa volta non ci sono fotografie di paesaggi stupendi, architetture grandiose o altre meraviglie viste durante il percorso. Solo una, ovvero ciò che abbiamo visto per dieci ore e 600 km.
Perché è giusto così: non sempre i nostri occhi sono riempiti da meraviglie, ma non per questo devono smettere di meravigliarsi.

“Per chi viaggia in direzione ostinata e contraria
Con il suo marchio speciale di speciale disperazione,
Fra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi
Per consigliare alla morte una goccia di splendore
Di umanità
Di verità.”

Fabrizio De Andrè – Smisurata Preghiera

Pechino

Dopo il viaggio della speranza, anche Pechino non ci accoglie nel migliore dei modi. Arrivati all’una e mezza, il pullman si ferma in mezzo alla strada e l’autista ci informa che la notte l’avremmo passata in quel posto. Colpiti talmente tanto dall’esperienza del viaggio, decidiamo di rischiare e senza connessione vagare di notte per Pechino alla ricerca di un hotel. Addio per sempre pullman. Dopo svariati rifiuti e diversi chilometri a vuoto, alle 04:00 ne troviamo uno disponibile ma solo dalle 10:00 in poi.
Il portiere, gentilissimo, ci concede di dormire sulle poltrone nella hall.

Pechino_ Seba e Claudio

Al risveglio si apre a noi una città viva, affollata, intensa. Durante la visita al Tempio del Cielo, situato in un parco enorme, mi rendo conto di come siano cambiate repentinamente le cose: in meno di 36 ore siamo passati dal cielo azzurro vivo del deserto a quello plumbeo della città, dalle strade in mezzo al nulla alle colate di cemento, dai cavalli a quattro zampe a quelli stipati in un motore. Incredibile quindi è l’impatto che Piazza Tienanmen ha su di noi. La piazza più grande del mondo ti prende, ti schiaccia e ti fa sentire un puntino. La vastità e la presenza di persone è inconcepibile finché non la si prova sulla propria pelle.
All’entrata della Città Proibita scruta solenne i passanti una gigantografia di Mao Tsedong. Lenin, Genghis Khan, Mao: tre personalità che hanno influenzato la storia dell’umanità, nel bene e nel male.

Successivamente completiamo anche il “viaggio” fatto di tatuaggi. Nella House Tattoo, probabilmente uno dei migliori studi di Pechino, scriviamo , ovvero “Sto vivendo”.
Va così a formare una sorta di bracciale, che racconta le diverse forme del viaggio tramite le città di questo percorso.

Tra le diverse attrazioni che la città offre, per i Pechinesi una di queste siamo noi. Ci guardano, ci indicano, ci chiamano. I bambini ci salutano, ci dicono “Nice to meet you”, una madre addirittura ci ferma per chiederci di fare una fotografia con la sua piccola figlioletta. Ancora oggi in Cina, nel 2017, l’Occidente è lontano, spesso un miraggio, che anche se appena scorto in due normalissimi ragazzi desta stupore.

Pechino – Parte 2

La pioggia si sa, arriva quando non si pensa possa arrivare, come d’altronde la probabile rottura di un legamento. Ma andiamo con ordine.

Pechino_ Seba e Claudio

Domenica 27 agosto Pechino è sommersa da un nubifragio continuo che dura per tutto l’arco della giornata. Noi chiaramente non abbiamo ombrelli, ma scarpe di tela o sandali. Si, perché le mie amate All Stars hanno lasciato in una serata piovosa ad Ulaan Baatar la suola per strada. Completamente lavati arriviamo alla Città Proibita, una piccola area di 720.000 mq che comprende 980 edifici. Ciò la rende la più grande collezione di antiche strutture in legno arrivate ai giorni nostri.
All’architetto Kuai Xiang dovevano davvero piacere i gradini. Su uno di quelli il legamento collaterale del mio ginocchio sinistro, infortunatosi anni fa, ha deciso che non era tempo per noi, e forse non lo sarà mai. Pensando sia un dolore normale, come al solito, continuiamo imperterriti la visita, essendo solo all’inizio. Si sguscia tra la gente, tra gli ombrelli, in mezzo ad un complesso di vie, edifici e giardini che mai avevo visto prima. Finito il tour però, mi rendo conto che il legamento ormai è uno spaghetto di Noodle che da solo vaga in un’enorme ciotola di brodo di carne.

Dopo la pausa pranzo ci dirigiamo verso il secondo luogo in programma, ovvero il Palazzo d’Estate.
La “sobria” (area calpestabile di 70.000 mq) residenza estiva delle dinastie imperiali cinesi di estivo purtroppo ha davvero poco. Nei venti chilometri di metro la situazione pioggia, se possibile, è peggiorata. Decidiamo quindi che il momento è giunto e goodbye dignità, ci prendiamo un cappellino tanto idiota quanto utile.
Tranquilli, c’è la foto pure di quello.
La residenza è favolosa. Un complesso di sali e scendi tra rocce, sentieri boscosi e canali portano a palazzi, templi, ponti, fino ad arrivare alla vista del Lago Kunming.
Nei pressi della torre dell’incendio buddista, la statua di Siddhartha, placidamente immersa nel Nirvana raggiunto, indica la via dell’Ottuplice Sentiero. Ed è proprio lì che ho la mia illuminazione, il mio segnale divino: un formicolio, seguito da una scossa e da un dolore lancinante.
Il legamento ha deciso di continuare il ciclo del Samsara, lasciando la sua ubicazione per raggiungere una nuova forma, che in me si è reincarnata in facce sconvolte ed imprecazioni.
Andato, sfilato, quasi certamente rotto.

Non sto a spiegarvi com’è andata la serata, mi dilungherei troppo. Vi dico solo che i taxi non ci caricavano, quindi siamo arrivati un’ora e mezza dopo ad un appuntamento ormai saltato con un’amica di Claudio, e per rientrare abbiamo dovuto prendere un paio di motorini tipici tra risate e bottigliette di Jack e Cola.

Ora sono nel letto, e sono tranquillo: domani mi aspetta una giornata leggera.
Mica dobbiamo fare un’escursione di dieci chilometri nel bosco per raggiungere un punto della Grande Muraglia con l’80% di pendenza, ma va.
Ah no, aspettate un momento..

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