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Università, la prof: “Il nostro sciopero, una lezione sui diritti agli studenti”

Docenti universitari in sciopero. Clizia Carminati, professoressa dell'Università degli Studi di Bergamo, ha risposto alle nostre domande per approfondire l'argomento

Lunedì 28 agosto è ufficialmente iniziato lo sciopero dei docenti universitari per la sessione autunnale 2016-2017 che vede coinvolti oltre 5.400 professori e ricercatori universitari e di enti di ricerca: sono circa 20 provenienti dalle facoltà bergamasche che hanno firmato a sostegno di esso. Da quando, nel mese di luglio, la notizia della cancellazione degli appelli di settembre ha iniziato ad essere diffusa, gli allarmismi da parte degli studenti e le relative “linee guida allo sciopero” non sono mancate, come ci ha raccontato il presidente della consulta degli studenti universitari di Bergamo, Andrea Saccogna (LEGGI QUI). 

Per approfondire l’argomento e conoscere di più delle motivazioni dello sciopero, abbiamo intervistato Clizia Carminati, professoressa aggregato del Dipartimento di Lettere, Filosofia e Comunicazione dell’Università degli Studi di Bergamo.

Quali sono i motivi dello sciopero?

“Lo sciopero è proclamato dal Movimento per la Dignità della Docenza Universitaria: il nome parla da sé. Dopo una lunga stagione di tagli all’università pubblica, lo Stato per cui lavoriamo ci ha differenziato da tutte le altre categorie del pubblico impiego, negandoci lo sblocco degli scatti stipendiali dopo quattro anni in cui gli stipendi erano stati congelati. A noi è stato riservato un ulteriore quinto anno di blocco (rispetto a tutto il pubblico impiego); inoltre gli anni di blocco non verranno mai conteggiati ai fini giuridici (diversamente, ancora, rispetto a tutto il pubblico impiego): è come se ci fossimo addormentati a San Silvestro del 2010 svegliandoci a Capodanno del 2016. Io lavoro come ricercatore e professore aggregato da 8 anni, ma è come se lavorassi da 3. Questo ha ricadute pesantissime in termini economici su tutte le fasce di docenza, ma in particolare su quelle più giovani e deboli come i ricercatori: si è stimata una perdita secca, calcolata lungo gli anni, di almeno 90mila euro. Quello che l’opinione pubblica non sa è che gli stipendi dei docenti universitari non somigliano neanche lontanamente a quelli stellari di altre categorie: un ricercatore con dieci anni di anzianità (più almeno dieci di formazione alle spalle, quindi all’età di 45 anni o oltre) arriva a malapena ai 2000 euro. Altra cosa che l’opinione pubblica non sa è che adesso gli scatti stipendiali non sono più “di anzianità”, ma attribuiti dopo valutazioni della ricerca, della didattica, della partecipazione effettiva alle riunioni istituzionali, e sono negati se il giudizio su tali attività è negativo, oltre che, ovviamente, in caso di gravi inadempienze disciplinari.

Chiediamo che, come per tutti gli altri lavoratori del pubblico impiego, lo sblocco degli scatti decorra dal 1 gennaio 2015 anziché 2016; e chiediamo il riconoscimento giuridico del quadriennio pregresso, dal 2011 al 2014. NON chiediamo arretrati per tale quadriennio, perché è giusto per tutti aiutare il proprio paese in difficoltà economiche. Adesso queste difficoltà non ci sono più e le procedure valutative hanno definitivamente accantonato i timori che venga alzato lo stipendio a professori che non lo meritino.”

A cosa è dovuta una così, sembra, massiccia adesione da parte di una categoria che sciopera raramente?

“Lo sciopero è l’ultimo passo di un lunghissimo cammino di difesa della nostra dignità: ogni nostra richiesta è rimasta inascoltata (o peggio, è stata ascoltata in apparenza e non nei fatti): nei documenti pubblicati sul sito del movimento c’è il sunto dei passaggi precedenti. Vorrei inoltre precisare che lo sciopero è stato annunciato molti mesi fa, volutamente, per lasciare spazio al dialogo col Ministro che però lo ha promesso senza metterlo in atto. La Commissione di Garanzia il 20 luglio ha pregato il Ministro di voler prendere in considerazione la possibilità di convocare i promotori dello sciopero per raggiungere un accordo, ma il Ministero non ha ritenuto opportuno farlo. Inoltre, lo svantaggio sopra evidenziato si aggiunge a tagli drastici del fondo di finanziamento delle università a partire dal 2008, tagli che hanno limitato fortemente sia le risorse per la ricerca sia quelle per gli avanzamenti di carriera e soprattutto hanno impedito un adeguato reclutamento di giovani ricercatori, con il risultato di rendere le condizioni di lavoro più difficili, con incarichi plurimi, immensa burocrazia, aumento del numero di studenti per docente, necessità di fare “supplenze” per mancanza di altri colleghi, sacrificando la ricerca senza la quale, è bene ricordarlo, la didattica non ha ragion d’essere, perché se il professore non studia e non si aggiorna potrà dare ai suoi studenti solo le conoscenze di base che vent’anni fa erano bagaglio ovvio di ogni studente di liceo.”

Quindi si tratta di uno sciopero che può avere una ricaduta positiva anche sui giovani…

“Per le ragioni esposte sopra: lo Stato deve rendersi conto che garantire la dignità del corpo docente universitario significa riconoscere che l’alta formazione e la ricerca sono il puntello di un paese e di conseguenza significa assicurare un futuro alle giovani generazioni e al Paese. Non lo dico io, lo dicono le statistiche e analisti assai autorevoli.”

C’è una possibilità di revoca?

“Certo: basta che il Ministro faccia quanto chiediamo.”

In una lettera pubblicata sul Corriere della Sera ha dichiarato che “gli studenti non sanno che cosa è uno sciopero.” Può approfondire la Sua affermazione?

“Da quando è stata pubblicata la lista dei firmatari dello sciopero (che non sono gli scioperanti ma solo i firmatari! Anche chi non ha firmato può scioperare, e viceversa), sono stata più volte contattata via email dai miei studenti. Quasi tutti mi hanno chiesto se avrei scioperato; se l’appello sarebbe stato annullato; come mai le prenotazioni online all’appello sono aperte se c’è uno sciopero in atto. Ora, queste domande rivelano un’ inconsapevolezza profonda di uno strumento di lotta qual è lo sciopero, il cui obiettivo è quello di sensibilizzare i datori di lavoro e l’opinione pubblica creando disagio. Nel quale disagio rientra l’incertezza sull’effettivo svolgimento dell’appello, date le particolari modalità del nostro sciopero, che invito a consultare. Tra le incertezze c’è anche la possibilità di revoca, auspicabile nel caso il Ministro accolga le nostre richieste (paradossalmente, potremmo esporci a rischi nel caso dicessimo che scioperiamo e poi per qualunque motivo ci presentassimo all’appello d’esame). Immagino che gli studenti neppure sappiano che il docente che sciopera ha una trattenuta dallo stipendio per le ore non lavorate, e che al contrario di altre categorie (ad esempio i trasporti) i docenti si sono impegnati a recuperare l’appello fissando una data straordinaria dopo 14 giorni ma comunque in tempo per consentire ai laureandi di completare gli esami prima della sessione autunnale di laurea. In generale, mi pare che le giovani generazioni, specialmente a Bergamo, siano poco inclini a difendere i propri diritti attraverso forme collettive di dialogo e, se occorre, di lotta: lo si è visto in questi giorni, quando alcuni docenti hanno organizzato assemblee al posto dell’appello – andate deserte; lo si è visto anche all’interno degli organi istituzionali. Per esempio, la “commissione paritetica docenti-studenti” dovrebbe servire proprio a manifestare con forza qualora esistano motivi di disagio, per esempio di incoerenza o povertà dei percorsi di studio; ma regolarmente gli studenti in commissione dicono pochissimo, salvo lamentarsi molto nei corridoi. Lo sciopero non è un fossile di anni trascorsi, ma uno strumento di lotta pacifico e, speriamo, efficace. Di certo, se la situazione permarrà immutata, non sarà l’ultimo per noi docenti.”

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