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Un italiano su 4 analfabeta funzionale: cosa significa

Nei primi mesi del 2017 è stata condotta, dal programma PIAAC dell’OCSE, un’indagine a livello mondiale in merito all'analfabetismo funzionale. Ecco una piccola sezione FAQ, basata sui risultati della ricerca, per rispondere ad alcuni dei dubbi più frequenti.

Analfabetismo funzionale: una pericolosa minaccia che, negli ultimi tempi, ha invaso il mondo della cultura e dei social network. Se ne sente spesso parlare, eppure alcuni ancora non sanno di cosa si tratta, altri hanno solo una vaga idea del significato e della portata di questo fenomeno, e molti si fanno beffe di chi non sa neppure che esiste, attraverso pagine ironiche su Facebook.

Nei primi mesi del 2017 è stata condotta, dal programma PIAAC dell’OCSE, un’indagine a livello mondiale in merito a questo tema; ecco, quindi, una piccola sezione FAQ, basata sui risultati della ricerca, per rispondere ad alcuni dei dubbi più frequenti.

Cos’è l’analfabetismo funzionale?

Con questo termine, ci si riferisce alla mancanza delle competenze necessarie per usare le tecnologie digitali e all’incapacità di utilizzare le abilità di scrittura, lettura e calcolo per affrontare la quotidianità, sia in ambito lavorativo sia nel tempo libero.”
E l’alfabeitismo funzionale, invece?

La competenza alfabetica funzionale è considerata un aspetto fondamentale per elaborare le informazioni su cui si basano le società del 21esimo secolo. Si distingue in tre livelli (inferiore, basilare e superiore) ed è basata su due competenze principali che sono la literacy e la numeracy. La prima consiste nel capire, essere interessati e portati a farlo, le tecnologie digitale di comunicazione per considerare e valutare più fonti di informazione, per avere nuove conoscenze e una migliore comunicazione. La seconda, invece, si basa sull’essere in grado di comprendere concetti matematici per gestire problemi di questa natura nelle diverse circostanze della vita quotidiana. Entrambe sono, dunque, delle capacità essenziali per vivere e migliorarsi all’interno dell’economia della conoscenza.

Chi sono gli analfabeti?

Il problema riguarda, in primis, gli over 55 poco istruiti che svolgono professioni non qualificate; coloro che hanno frequentato le scuole prima che entrassero in vigore le attuali norme sulla scuola dell’obbligo e fatto parte di un sistema scolastico orientato all’apprendimento nozionistico e mnemonico non in grado di stimolare le abilità di giudizio e flessibilità. Spesso questa categoria si affaccia all’ambiente dei social network senza le necessarie competenze e senza conoscerne i relativi linguaggi, rischiando di cadere nelle trappole delle fake news e truffe. Sono analfabeti funzionali anche i giovani che vivono con i genitori senza lavorare né studiare e coloro che hanno vissuto con meno di 25 libri in casa ovvero chi non ha particolari stimoli verso il miglioramento e si trova in un ambiente culturalmente povero.

Quanto è diffuso l’analfabetismo funzionale in Italia?

Secondo l’indagine, in Italia più di una persona su quattro rientra in questa categoria; il nostro Paese si distingue perciò negativamente occupando il penultimo posto a livello europeo e il quartultimo su scala mondiale. L’Italia è estremamente impoverita da questa carenza e, in tali circostanze, destinata a perdere le sfide poste a livello mondiale.

Perché è un fenomeno così esteso?

Un aspetto sconcertante consiste nel fatto che l’ambiente culturale italiano potrebbe addirittura favorire l’insorgere dell’alfabetismo funzionale a causa di fenomeni come l’abbandono scolastico in giovane età e il vero e proprio disinteresse diffuso per la cultura e l’istruzione. Inoltre, uno dei grossi rischi che porta allo sfociare di questo male sociale è l’analfabetismo di ritorno ovvero la perdita delle competenze acquisite a causa della loro scarsa esercitazione nel corso degli anni.

Possibili soluzioni?

È importante tenere il cervello in costante allenamento stimolando l’esercizio, tornare tra i banchi di scuola da adulti oppure partecipare in modo attivo e propositivo al mercato del lavoro. Bisogna, in generale, cambiare la tendenza e la propensione verso l’apprendimento nel corso di tutta la vita, come già accade in molti Stati anche nel Nord Europa.

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