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Hamidi: “In Togo lo Stato ci impedisce di studiare”

La storia di Hamidi e di un paese dove la democrazia è venuta a mancare

Ecco la prima storia del nostro primo viaggio nei centri d’accoglienza: al Gleno, in città, a Bergamo (leggi).

Hamidi è originario del Togo ed è arrivato in Italia nel 2015 attraverso i viaggi della speranza che portano migliaia di suoi connazionali in Europa. È ospite in uno degli appartamenti della Cooperativa Ruah presenti in Bergamo ed è in attesa di una risposta dalla commissione per la richiesta di asilo politico. Il nome che abbiamo scelto per raccontare questa storia è di fantasia, così da poter proteggere l’identità di Hamidi, ma possiamo garantirvi che questa storia è vera e che Hamidi ha deciso di raccontarcela.

In pochi sanno che la Repubblica del Togo è un piccolo paese del Centro – Africa, composto da poco più di sei milioni di abitanti. Una repubblica colpita da molti colpi di stato dopo l’indipendenza ottenuta 1960 e da cinquant’anni in mano ad una sola famiglia, gli Eyadéma, che hanno mantenuto il potere passato dalle mani del padre Ètienne (presidente dal 1967 alla morte, avvenuta nel 2005) a quelle del figlio Faure, attualmente in carica.

“Votare in Togo è praticamente impossibile e la maggior parte dei diritti presenti in una democrazia sono stati eliminati – ci spiega Hamidi –. In Togo non esiste più la libertà di parola, di espressione, di manifestazione e tanto meno di studio”.

La mancanza di diritti democratici ha portato la popolazione togolese a protestare contro il governo, ma la mancanza del diritto allo studio impedisce loro di trovare delle autorità competenti in grado di sostituire quelle attuali: “Il governo ci impedisce di studiare non pagando i docenti universitari che così scioperano. Noi studenti a quel punto cerchiamo di manifestare contro lo stato, ma l’esercito ce lo impedisce”.

Come ci ha appena raccontato Hamidi è l’esercito il mezzo preferito dal presidente in carica per soffocare le proteste degli studenti e spesso le modalità utilizzate spesso non sono fra le più “ortodosse”: “Quando protestiamo, l’esercito interviene utilizzando gas lacrimogeni ed arrestando i manifestanti. A quel punto vengono loro sequestrati telefoni cellulari ed ogni mezzo tecnologico che possa fare riprese, così da impedirgli di diffondere le immagini delle violenze, ed infine vengono schedati e segnalati”.

Ad alcune manifestazioni ha preso parte anche Hamidi, che nel 2014 ha conseguito il diploma, non potendo mai però iniziare l’università: “Nel 2014 avrei dovuto prender parte al primo anno di università, ma la mancanza di insegnanti non me l’ha permesso. Siccome amo studiare ed amo la scuola ho deciso di venire in Italia per cercare di aver un futuro e sperare di poter proseguire i miei studi”.

Ora Hamidi è in attesa di ottenere il riconoscimento dello status di rifugiato politico, nonostante ciò gli manca molto il paese d’origine: “Siccome siamo segnalati, non è possibile vedere i propri parenti se non all’interno di un’altra nazione. Sono anni che non posso vedere mia mamma e per questo mi manca moltissimo”.

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