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Simone Pianetti, il “Robin Hood” della val Brembana

Non si sa ancora dove si trovi Simone Pianetti, condannato per omicidio plurimo il 13 luglio. L'unico problema: tutt'oggi avrebbe 159 anni. Pianetti, infatti, non è mai stato catturato dalle forze dell'ordine e non si hanno notizie certe di lui dal 1914, anno in cui compì la strage fra Camerata Cornello e san Giovanni Bianco, uccidendo sette persone con un fucile a tre canne.

Non si sa ancora dove si trovi Simone Pianetti, condannato per omicidio plurimo il 13 luglio. L’unico problema: tutt’oggi avrebbe 159 anni. Pianetti, infatti, non è mai stato catturato dalle forze dell’ordine e non si hanno notizie certe di lui dal 1914, anno in cui compì la strage fra Camerata Cornello e san Giovanni Bianco, uccidendo sette persone con un fucile a tre canne.

Pianetti, originario di Camerata Cornello, dopo aver trascorso alcuni anni negli Stati Uniti d’America, dal quale fu costretto a fuggire perché ricercato dalla Mano Nera, la mafia locale dell’epoca, per aver denunciato alcuni loro uomini, ritorna nella valle bergamasca dove apre, insieme alla moglie Carlotta Marini, una locanda con sala da ballo. Inizialmente gli affari sembrano andare molto bene, ma dopo un po’ di tempo girano voci che lo definiscono un libertino, anarchico e anticlericale, accuse molto pesanti visto che il blocco dominante nella zona era quello cattolico-conservatore. La locanda subì un vero e proprio boicottaggio, a tal punto che Pianetti fu costretto a chiuderla per la mancanza di clientela.

Si trasferisce con i soldi rimasti a san Giovanni Bianco, dove apre un’opera all’avanguardia per i tempi: un mulino elettrico. Ma anche qui fu additato come portatore di maledizioni e malattie, tanto che la sua farina fu soprannominata la farina del Diavolo.

Costretto a chiudere anche il mulino, inizia a prendere in considerazione l’idea del suicidio, poi velocemente scartata. Lo spunto arriva il 28 giugno 1914, giorno in cui avviene l’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando. Pianetti decide di emulare il gesto del serbo Gavrilo Princip e di farsi giustizia da solo.

Il 13 luglio, Simone Pianetti esce di buon’ora e uccide in totale sette persone, tra cui il parroco di Camerata don Camillo Filippo, il sindaco Cristoforo Manzoni e il messo comunale Giovanni Giupponi, entrambi di Camerata, che lui riteneva responsabili del fallimento delle sue due imprese, delle sue ambizioni politiche e di pettegolezzi e maldicenze che lo hanno colpito, per poi dileguarsi nei boschi sulle montagne.

Sulle sue tracce c’erano 170 soldati appartenenti al 78° battaglione di fanteria e 40 carabinieri, ma Pianetti, complice anche il fatto che dallo strato più basso della società era visto come un giustiziere, tanto che alcuni giorni dopo la strage cominciarono ad apparire scritte sui muri quali “W Pianetti, ce ne vorrebbe uno in ogni paese”, quindi ottenendo rifugio e cibo dai contadini che incontrava, non fu mai trovato. L’ultima sua traccia certa fu una lettera in risposta a quelle scritte dalla famiglia e consegnate dal figlio, dove scrisse: “non mi troveranno mai, né vivo, né morto”.

Ci sono varie ipotesi riguardo la fine di Pianetti. Alcuni credono che il bergamasco sia riuscito a fuggire negli Stati Uniti, altri credono che sia fuggito in Svizzera, la famiglia invece ha confermato che Pianetti è morto nei boschi delle montagne, però, col fatto che stava per iniziare la prima guerra mondiale, il caso Pianetti passò in secondo piano, anche se il 25 maggio 1915 la Corte d’Assise di Bergamo ha condannato Simone Pianetti all’ergastolo, accompagnato da cinque anni di segregazione cellulare continua, dall’interdizione dai pubblici uffici, dalla perdita della patria potestà e dell’autorità maritale, nonché dall’interdizione legale con conseguente annullamento del testamento da lui sottoscritto.

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