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Valvertova: quanta gente! Indiani, pakistani… tra integrazione e business

Donella Gatti, copywriter estrosa e dalla penna assai piacevole, è stata in Val Vertova, meraviglioso angolo composto da acqua e roccia custodito nella media Valseriana

Donella Gatti, copywriter estrosa e dalla penna assai piacevole, è stata in Val Vertova, meraviglioso angolo composto da acqua e roccia custodito nella media Valseriana. Negli ultimi tempi, la valle è balzata all’onore delle cronache per il tentativo di sfruttamento idroelettrico, dopo che una immobiliare camuna aveva espresso la richiesta di costruire due centraline da 200 Kwh sfruttando due chilometri di percorso. Contro il progetto si era mobilitata un’intera valle. Mesi di mobilitazione accompagnati da un fiume di foto, video e hashtag postati sul web in difesa della Val Vertova e delle sue bellezze nascoste. E così, quella che voleva essere (ed è stata) una sentita e partecipata azione di salvaguardia del territorio, si è indirettamente trasformata in un’operazione di marketing del territorio che ha portato la valle agli occhi di nuovi potenziali visitatori (leggi qui).

Quando è stata l’ultima volta in val Vertova? D’inverno, credo. Certo, non c’era tutta questa ressa da Orio Center. E cani, quanti cani!.

Ma no, non sono i quadrupedi, per quanto numerosi. C’è qualcosa di ‘strano’ nella fiumana di gente, metto a fuoco solo al ritorno… almeno il 30 per cento – forse più – ha fattezze indiane, pakistane o bangalesi.

Il primo pensiero è quanto ‘fa’ per l’integrazione la fruizione dei luoghi di svago. Tutti alle pozze il sabato d’agosto! I bambini magnificheranno i loro tuffi, come un evento epico, tali quali i nostri. (Un profugo istriano raccontava che i bagni nel Serio dal ponte di Gorle lo avevano aiutato, non solo a consolarsi dell’assenza del mare ma anche a trovare nuovi amici, extra Clementina).

Il secondo pensiero è difficile da definire. Un paesaggio così, tipicamente prealpino… ci si aspetta un complemento umano tipico, che so il valligiano con la gerla, o al limite la sciura con il foulard al volante del trial (è capitato).

Ma qui sembra un affluente del delta del Gange. Persino alcune tende si levano ai bordi della stretta mulattiera, per riparare dai raggi invadenti le anziane signore accucciate in esotica guisa, intente a ciangottare in ciottolose lingue.

Sono ormai di nuovo al parcheggio d’ingresso. Sette euro per l’auto. Senza ricevuta, ça va sans dire, per una sosta al massimo di un paio d’ore.

I bambini che mi hanno preceduto li ritrovo seduti al tavolo del bar, sotto il sole pieno: perché non vi spostate di là che è riparato?, chiedo.  Non si può – rispondono – occorre comprare il ‘braccialetto dell’ombra’.
….

Chissà. Magari sarà davvero grazie agli stand di crochette di ‘alu pitika’ o di ‘ayvar fresco’ prossimi venturi in val Vertova, che romperemo la tradizione locale di tartassare il turista.

(E tutti vivremo felici e contenti)

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