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Roger Waters, tra lirismo e urla di dolore: mettetelo sul piatto, non lo toglierete più

Però la pubblicazione dell’album è stata vietata dal Tribunale di Milano, in quanto la copertina ricorderebbe palesemente le celebri “cancellature” dell’artista concettuale Isgrò

Autore: Roger Waters

Titolo: Is this the life we really want?

Anno: 2017

A 25 anni di distanza da “Amused to death” è uscito un nuovo disco di Roger Waters, bassista/cantante/autore della maggior parte dei brani a firma Pink Floyd. Prima di addentrarci in un’analisi critica, va detto che la pubblicazione dell’album è stata prima sospesa e poi vietata dal Tribunale di Milano, in quanto la copertina ricorderebbe palesemente le celebri “cancellature” dell’artista concettuale Isgrò, esposte nei musei di tutto il mondo. E’ probabile, comunque, che la sentenza verrà appellata dalla Sony, casa discografica che ha prodotto l’album. Resta la possibilità di acquisto sul web.

L’album è molto intenso, 12 pezzi poetici, a volte quasi sussurrati, malinconici, a volte anche incazzati, brutali. Comunque bello. Ricorda le atmosfere di “The wall” , “The final cut”, ultimi dischi di Waters con i Floyd ed anche dell’opera solista “The pros and cons…” risalente al 1984.

Rivedendo la carriera di Waters, appare chiara l’esigenza, ora come allora, di analizzare la tragedia dell’uomo, le sue frustrazioni, le sue anomalie. Se “Wish you were here” (’75) narrava della follia di un caro amico, “Animals” (’77) degli affetti familiari come unico rifugio dalle belve che affollano il mondo, “The wall” (’79) dell’alienazione dell’essere umano chiuso dentro un muro, “The final cut” (’83) del tentativo di esorcizzare, senza esito, i dolori per una perdita tragica, con un continuo rimando dall’uno all’altro.

“Is this the life we really want?” parla del mondo che stiamo vivendo, della fine delle speranze, del potere e del denaro che tutto travolgono, dell’essere umano che tende a sopraffare il più debole e commette sempre gli stessi errori.

“Picture that” (primo brano della facciata b) sembra avanzare ipotesi assurde di pura fantasia ed, invece, tratta proprio dei nostri tempi “immaginate un tribunale senza leggi, un bordello senza puttane, un leader senza cervello”. E qui l’attacco a Trump è palese. Basta vedere la copertina interna del vinile ove, sopra la foto del politico è scritto “a leader with no fucking brain”. Non è infatti un mistero che per Waters Trump sia il nemico sempre e comunque, ricordate le proiezioni – durante l’esecuzione di “Pigs” in un concerto tenutosi a Mexico City di fronte a 300.000 spettatori – in cui campeggiava la scritta “Trump is a pig” ? Proprio in Messico dove Trump aveva minacciato di voler costruire un muro.

roger waters

Waters, in ”A bird in a gale” – secondo brano della facciata c – ci racconta della tragica morte di Aylan, bimbo siriano morto in mare e ritrovato sulle spiagge della Turchia nel 2015 (”A bird in a gale”). Testi che parlano di guerre, del profumo delle rose che diventa odore di fosforo delle bombe e si fonde a quello di “pancetta” dei cadaveri bruciati, come in “Smell the roses”- primo brano della facciata d.

Conclude dolcemente il doppio vinile un trittico (“Wait for her”, ”Oceans apart”, ”Part of me died”) triste ed accorato, sull’amore agognato, sull’amore perduto, sull’amore…

La musica sa un po’ di deja vu, di già sentito nelle composizioni precedenti di Waters, alterna momenti lirici, trasognati ad altri urlati. Merita comunque l’acquisto, meglio se in vinile: è un disco che crea un’atmosfera da godere a pieno, come solo il vinile permette. Una canzone tira l’altra, mettetelo sul piatto e non lo toglierete più.

Commenti

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  1. Scritto da mapko

    palloso, come i suoi lavori da The final cut in poi