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A cinquant’anni da “Volume I” De André parla ancora a noi giovani

Era il 1967 quando Fabrizio De André pubblicò Volume I, William Limonta, classe 2000, decide di ricordarlo così

Quest’anno si celebra il 50esimo anniversario della pubblicazione di Volume I, l’album di esordio del grande cantautore genovese Fabrizio De André. È un gioiello giovanile nel quale si esprimono fin da subito le tematiche care al cantautore e che saranno presenti da quel momento in poi costantemente nella sua produzione artistico-musicale.

Edito nel 1967 a cura della Bluebell Records, conteneva le seguenti tracce: Preghiera in Gennaio, Marcia Nuziale, Spiritual, Si chiamava Gesù, La canzone di Barbara, Via del Campo, Caro Amore, Bocca di Rosa, La Morte, Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers.

Il brano di apertura del disco, Preghiera in Gennaio, è stata scritta in memoria della tragica morte di Luigi Tenco, a cui Fabrizio era molto legato dall’adolescenza. La canzone si apre con atmosfere lugubri, dove un organo spettrale accompagna in viaggio dei suicidi verso l’aldilà. Il testo è un riscatto da parte di un ente supremo (dunque Dio) verso il perdono per i propri figli. Rispetto alla collettività, che si rifiuta di perdonare, il Dio di De André accoglie tutti senza riserbo, esprimendo un evidente e profondo dialogo tra uomo-dio. La dimensione cristiana è una costante nella produzione deandreiana (basti pensare all’album La buona Novella): come affermava Don Andrea Gallo, amico di Fabrizio “esprime la coscienza civile, la comprensione umana e l’amore per gli emarginati: il vero fulcro del cristianesimo”. Anche nel brano Si chiamava Gesù, Cristo viene raccontato come uomo fra gli uomini, che accetta ogni tipo di dolore e spine. La dimensione umana di Dio viene esaltata, mentre Spiritual diventa una ricerca verso l’assoluto e richiesta di aiuto per indicare all’umanità la strada giusta.

Genova: la città dove Fabrizio è nato e cresciuto, lascia su di lui un impronta determinante. E’ la dimensione della povertà, il riassunto degli emarginati che ritroverà anni dopo, in Sardegna. Via del Campo è un ritratto della città più nascosta, di amarissima poesia e soprattutto ritratto di condizione umana disagevole, dove un povero illuso cerca qualcosa che la prostituta non può concedergli: un amore vero.

De Andre’ si impone, attraverso questo disco, come erede di quella tradizione lirica colta che, a partire dai grandi trovatori provenzali arriva fino a noi, passando attraverso poeti come Villon ma anche Baudelaire, Verlaine, Rimbaud. Punto di riferimento costante nella sua produzione musicale sono gli omaggi alla canzone francese a lui contemporanea, in particolare ai brani di Georges Brassens (di cui Fabrizio tradurrà numerose canzoni). Già all’interno di Volume I troviamo due traduzioni del grande cantautore francese: Marcia Nuziale e La Morte. Marcia Nuziale è “una rivincita andata a vuoto, una sfida persa” (G. Tarozzi), mentre La Morte è l’estrema nemica, proclamandosi come giustiziera finale di coloro che nella vita hanno goduto troppo.

L’ultima canzone presente nell’album è Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers. De André attraverso questo testo, scritto a quattro mani con l’amico Paolo Villaggio, si pone come obbiettivo di “demitizzare” i personaggi storici, che tutti considerano intangibili, dimenticando la loro dimensione umana, ricca di difetti e tentazioni.

La dimensione umana, con le sue debolezze, rimane un punto centrale nella poetica deandreiana. L’attenzione verso il prossimo, verso le fragilità che attanagliano ogni uomo, è espressa con assoluta chiarezza senza alcun tipo di censura o metafora. Una chiarezza che rimane viva e attuale ancora oggi: a distanza di diciotto anni dalla scomparsa di Fabrizio, i suoi temi rimangono capaci di insegnare qualcosa di nuovo ogni volta che si ascolta una sua canzone. Fabrizio, come un’insegnante, ci esorta, ci insegna a vivere nell’assoluta libertà: libertà che non è un’appartenenza politica, ma un modo di essere, privo di ogni tipo di condizionamento esterno, compiendo scelte autonome e umane.

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