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Grande Guerra, Pillola 135: gli ultimi cento giorni, il mondo contro la Germania fotogallery

Tra l’agosto e il novembre 1918, sul fronte occidentale, si combattè l’ultima, colossale battaglia della prima guerra mondiale

Tra l’agosto e il novembre 1918, sul fronte occidentale, si combattè l’ultima, colossale battaglia della prima guerra mondiale: non si trattò di un singolo scontro, ma di una serie di offensive congiunte, il cui scopo fu la soluzione strategica del conflitto, ovvero il superamento della linea “Hindenburg”, il respingimento delle truppe tedesche fuori dai confini francesi e la resa della Germania.

Come si è già detto, contro le truppe germaniche, ormai, era schierato un esercito multinazionale, che raccoglieva soldati da ogni continente: non a caso, l’offensiva dei cento giorni, che è il nome dato a quest’ultimo grande scontro, è nota anche come Les cent jours du Canada, per ricordare l’apporto dato da questo Dominion alla battaglia. Certamente, da un punto di vista storico generale, questo ulteriore sanguinoso tentativo sarebbe stato, probabilmente, superfluo: la Germania stava esaurendo velocemente le proprie risorse e difficilmente avrebbe potuto proseguire la guerra oltre la primavera del 1919.

Gli alleati, tuttavia, avevano la necessità politica di una vittoria sul campo e, soprattutto, non volevano che le trattative di pace iniziassero con un avversario ancora arroccato su posizioni conquistate in territorio francese e, quindi, in grade di porre ancora qualche condizione alla resa. Così, Foch, Haig e gli altri comandanti stabilirono di attaccare, alternativamente, su tutto il fronte, allo scopo di ottenere l’agognata vittoria strategica sul campo di battaglia: ma avevano fatto i conti senza l’oste, che era tutt’altro che deciso ad arrendersi.

Soprattutto gli statunitensi, come vedremo, avrebbero trovato di fronte a loro una resistenza tenace, che li avrebbe portati a subire, sulla Mosa e nelle Argonne, perdite pesantissime. Geograficamente, la grande battaglia non poteva che insistere in direzione opposta sulla medesima direttrice della penetrazione germanica del 1918: da Amiens in direzione di Mons, dove le truppe del BEF e quelle del Kaiser si erano scontrate per la prima volta. Di nuovo, si proponeva quell’immagine di “guerra d’oscillazione” che chi scrive preferisce mille volte alla tradizionale definizione di guerra di posizione o, peggio, di trincea, che accompagna quasi sempre le descrizioni della Grande Guerra su questo fronte. L’obiettivo della primissima fase di questa gigantesca offensiva fu la Somme, indicata dal comandante britannico Haig come il settore migliore per dispiegare in campo la superiorità di mezzi dell’Intesa e, in particolare, i mezzi corazzati, che, ormai, erano considerati elemento fondamentale di qualsiasi attacco.

Dunque, la battaglia dei cento giorni cominciò in Piccardia, a est di Amiens e a sud della Somme, dove, l’8 agosto 1918, 10 divisioni alleate, appoggiate da 500 tank, mossero improvvisamente all’attacco delle linee nemiche. La differenza con quanto era accaduto solo due anni prima, con la gigantesca quanto inutile preparazione d’artiglieria ed il macello cui andarono incontro, fin dal primo giorno, le fanterie britanniche, appare clamorosa: utilizzando le nuove tecniche d’assalto, senza quasi preparazione e con masse di carri armati a proteggere le truppe e a sfondare le difese fisse, australiani e canadesi penetrarono, praticamente di sorpresa, nelle trincee avversarie, operando, già il primo giorno, uno sfondamento irrimediabile di quasi 25 chilometri di larghezza. I tedeschi, del tutto impreparati a fronteggiare questo colpo di maglio improvviso, in 24 ore persero circa 30.000 uomini contro i meno di 7.000 alleati: una delle sconfitte più rapide e clamorose che le valorose truppe germaniche avessero subito in tutto il conflitto. Nei due giorni successivi, le truppe francesi, britanniche, australiane e canadesi avanzarono per quasi 20 chilometri, costringendo il comando germanico ad abbandonare il saliente conquistato nel corso dell’operazione Michael, nel marzo precedente, all’inizio del Kaiserchlacht: il pendolo oscillava ancora una volta, in quelle tormentate regioni, su cui la guerra era passata più volte, come un rullo compressore.

I tedeschi, anche in Piccardia si ritirarono sulla linea Hindenburg, predisposta per la massima esistenza: è lì che il conflitto si sarebbe deciso. Amiens era stata, come Le Hamel, d’altronde, soltanto una sorta di prologo tattico: la grande battaglia adesso si era spostata sulle rive della Somme, dove i britannici stavano ammassando grandi forze nel settore della 5a armata, per un attacco che avrebbe voluto essere decisivo. Si stava preparando lo scontro passato alla storia come seconda battaglia della Somme: e questo dover numerare battaglie con lo stesso nome, Isonzo, Marna, Somme, indica come la guerra insistesse, tragicamente, sempre negli stessi luoghi. Si trattò, in fondo, di un mostruoso e colossale tiro alla fune, in cui le varie nazioni belligeranti gettarono, con impeto crescente, tutte le proprie energie, umane e materiali. Un tiro alla fune che, drammaticamente, si autoalimentò per anni, cancellando un’intera generazione.

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