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Grande Guerra, Pillola 134: Saint Mihiel, gli americani prendono l’iniziativa fotogallery

In occasione dell’offensiva di Saint Mihiel il comando supremo alleato decise di gettare nella mischia gli statunitensi che prepararono l’azione contro il saliente con notevole attenzione, curando soprattutto l’aspetto più innovativo della dottrina militare, ossia l’utilizzo congiunto di truppe di terra e di aviazione.

Fino al settembre 1918, come abbiamo visto, le truppe statunitensi del generale Pershing, nonostante il numero crescente di soldati arrivati dagli Usa e il grado di addestramento, sempre più elevato, avevano contribuito relativamente poco alle operazioni sul fronte occidentale: le divisioni americane, inoltre, erano sempre state impiegate sotto il comando di generali francesi o britannici e mai come un corpo autonomo.

Le prime truppe, raccogliticce e poco equipaggiate, erano, nel frattempo, diventate un’armata poderosa, anche se inesperta: l’AEF (American Expeditionary Force). In occasione dell’offensiva di Saint Mihiel e, in seguito, nella ben più importante battaglia della Mosa/Argonne, il comando supremo alleato decise di gettare nella mischia gli statunitensi, che avevano dimostrato di saper ben combattere nella difesa della Champagne, soltanto qualche settimana prima. La conquista del saliente di Saint Mihiel, che i tedeschi avevano stabilmente occupato all’inizio del conflitto, avrebbe dovuto rappresentare una delle azioni propedeutiche al grande assalto alla linea Hindenburg, ovvero alla conquista di Metz e alla penetrazione alleata direttamente sul suolo tedesco, che era l’obbiettivo strategico alleato.

Gli statunitensi prepararono l’azione contro il saliente con notevole attenzione, curando soprattutto l’aspetto più innovativo della dottrina militare, ossia l’utilizzo congiunto di truppe di terra e di aviazione: l’USAF non esisteva ancora, ma la sua diretta antenata, l’USAAS (United States Army Air Service), operò brillantemente in cooperazione con la potente artiglieria yankee e fu determinante per il buon esito dell’operazione.

D’altronde, l’aviazione americana era l’arma con maggiore tradizione bellica, sul fronte occidentale: i volontari della celebre squadriglia “Lafayette”, fin dall’aprile 1916 avevano combattuto nei cieli di Francia, dando un notevole contributo alla propaganda interventista negli Usa. Quando, il 12 settembre 1918, 14 divisioni Usa e 4 francesi scattarono all’assalto delle posizioni avversarie, le appoggiarono quasi 420 carri armati: 59 carri pesanti Schneider e 360 carri leggeri Renault, tutti di fabbricazione francese.

Il generale Pershing, da bravo americano, era molto attento alle novità industriali ed apprezzava la nuova arma corazzata: va segnalato, inoltre che i due battaglioni di carri Usa erano comandati da un colonnello che avrebbe rappresentato un simbolo della guerra corazzata nella seconda guerra mondiale: George Patton.

Quanto alla battaglia in sé, i comandi germanici avevano probabilmente giudicato perdibile il saliente, lasciandovi soltanto delle modeste difese e spostando l’artiglieria pesante e parecchie truppe sulla retrostante linea Hindenburg: tuttavia, Saint Mihiel era comunque difesa da trincee con nidi di mitragliatrici e centri di fuoco e non rappresentava un ostacolo trascurabile per le inesperte truppe americane. D’altronde, lo spiegamento di forze, soprattutto aeree, per questo attacco dimostrò, una volta di più, lo strapotere alleato: quasi 250.000 soldati avanzarono su di un fronte di 40 chilometri, sorvolati dall’esorbitante numero di 1.483 velivoli di varie nazionalità, compresa quella italiana, che rappresentarono la massa aerea più grande dall’inizio della guerra.

Le tre colonne d’avanzata franco-americane circondarono rapidamente Saint Mihiel, costringendo alla ritirata, per evitare un completo aggiramento, le 10 divisioni germaniche schierate nel settore: 36 ore dopo l’inizio dell’attacco, gli alleati entravano nella cittadina, mentre continuava l’inseguimento delle retroguardie germaniche in direzione di Vigneulles. In realtà, l’operazione avrebbe potuto e, forse, dovuto proseguire verso Metz, sfruttando il concetto di vittoria dinamica, tanto caro a Rommel: questo avrebbe permesso di evitare lo spaventoso macello che sarebbe avvenuto qualche giorno più tardi nelle Argonne, quando gli alleati si scontrarono con la linea di massima resistenza germanica.

L’inseguimento strategico non fu possibile per problemi logistici, apparentemente banali, come il rifornimento di carburante per i carri o, addirittura, le refezioni per le esauste fanterie: una volta di più, la regina delle battaglie della prima guerra mondiale si dimostrava la logistica, ossia l’aspetto meno eroico e più razionale dell’arte militare.

La battaglia di Saint Mihiel fornì dati interessanti agli studiosi di storia militare: dimostrò la modernità e la capacità combattiva del neonato esercito Usa, che i comandanti guidavano personalmente sul campo di battaglia; confermò le caratteristiche interforze della conduzione moderna della guerra; mise a nudo i deficit organizzativi e logistici statunitensi e qualche limite operativo che le Argonne avrebbero impietosamente confermato.

Tutto sommato, però, questo scontro minore diede fiducia ed orgoglio ai soldati Usa, mostrando al mondo che una grande potenza militare stava nascendo, nel fango e nei gas del fronte occidentale. Nello scontro, i tedeschi persero 9.000 uomini, molti dei quali colpiti dal fosgene, lanciato in grandi quantità all’inizio della battaglia, cui si devono aggiungere quasi 13.000 prigionieri. Le perdite alleate furono di circa 7.000 uomini.

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