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Dove va la sanità? Verso la privatizzazione, danneggiando chi non ha mezzi

Storie vere, vissute in prima persona dal nostro Beppe Crespolini, alle prese con esami e visite mediche.

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Non c’è come sperimentare sulla propria pelle i disservizi lamentati da migliaia di persone per rendersi conto che, ahimé, le rampogne non poggiano sul vuoto. Dove sta andando la sanità italiana, spinta dai gruppi privati che hanno investito nel settore e dal quale traggono grandi profitti?

Per quanto vissuto da me in prima persona, non c’è che una risposta: la sanità corre a grandi passi verso la privatizzazione e paga lo scotto di una disorganizzazione generalizzata. E questo fatto costituirà un ulteriore elemento di discrimine tra le differenti classi sociali, per ragioni facilmente intuibili. Ancor più di ora, tempo nel quale tante persone prive di mezzi non possono curarsi decentemente, tornerà in auge la famosa frase in rima che recita: “Articolo quinto, chi ha il denaro ha vinto”.

Il dominio esasperato del denaro moltiplica le rendite degli investimenti nel settore sanitario e si sta traducendo in un calo qualitativo delle prestazioni. La massimizzazione del profitto con il
minor costo possibile sta portando quello che dovrebbe essere un servizio, non certo finalizzato alla speculazione economica, a fornire prestazioni convenzionate con tempi d’attesa insopportabili e rischiosi per alcuni tipi di patologie.

Quante volte vi è capitato di recarvi, per necessità, in un CUP e di sentirvi dire che la prestazione richiesta non è erogabile se non dopo diversi mesi? Ovviamente, ci sono casi nei quali nemmeno la massimizzazione del profitto può giocare sulla pelle della gente, qualora la richiesta nasca da una situazione di estrema gravità. Ma nella norma, ne ho avuto conferma stamane, si sentono provenire dagli sportelli dei CUP numerose sequenze di frasi, una delle quali non può dar adito a dubbi di alcun genere a favore della tesi che sostengo.

Le risposte, differenti spesso da istituto a istituto, ma uguali nella sostanza sono monotoni e tristissimi refrain: “Siamo saturi. Deve tornare dopo la metà del mese prossimo, quando
avremo smaltito e riprogrammato le visite o gli esami”. Oppure: “Abbiamo posto solo a febbraio del 2018 (sentita questa mattina)”.

Oppure ancora e questa è da considerarsi alla stregua di una vittoria: “Le va bene verso la fine di ottobre?” Sono certo che la stessa cosa sia accaduta ad un sacco di altre persone che,
come me, si sono rivolte al servizio sanitario e che continuerà ad accadere se non si troverà un correttivo.

Questa, invece, sempre accaduta a me personalmente, rasenta risvolti giudiziari. Dice un impiegato del CUP: “Non so quando sarà possibile fissarle l’appuntamento per la visita. Ora
fotocopio la ricetta, le restituisco l’originale e poi, la chiameremo noi dopo il giorno 8 del mese prossimo”. Eravamo a febbraio 2017 e, ad oggi, nessuna chiamata è stata effettuata,
non solo, alla mia richiesta, fatta nei giorni scorsi, di mostrare la fotocopia della prescrizione, non si è trovato più nulla. In assenza di prove, alludo alla citata fotocopia, chiunque potrebbe definirmi visionario o bisognoso di cure psichiatriche.

Ragione per cui, bisogna soprassedere e ricominciare la salita al calvario dal basso.

A monte di questa richiesta, così si comprende meglio la sequenza dei fatti, c’era la prescrizione rilasciata dal medico di base per l’esecuzione di rettocolonscopia in narcosi, dato che una recente diagnosi, non certo rassicurante, consigliava di verificare anche quella parte anatomica. Una voce, così la definisco perché non meglio identificabile, alla mia richiesta di delucidazioni sulla procedura da seguire, con tono sicuro mi fa osservare che la prescrizione del medico di base non può essere accettata in quanto avrebbe dovuto essere il reparto specialistico a decidere se e quando effettuare quell’indagine, dopo una visita specialistica. Il medico di base, informato della risposta, la definisce, senza mezzi termini “una bufala” ma, per non complicare la vita a me, paziente anche nel senso più usuale di persona che porta pazienza, mi prescrive la visita che, se nessun altro inghippo interverrà, verrà effettuata a fine ottobre presso un altro istituto.

Torno un attimo alla storiella della fotocopia per citarvi la frase che, in moltissimi casi, si sentono pronunciare molti pazienti richiedenti un intervento sanitario convenzionato con il Sistema sanitario nazionale (SSN): “La lista è piena e la disponibilità alla prestazione ci sarà tra qualche mese. Però, guardi, uno dei nostri specialisti la potrebbe vedere privatamente, sempre qui da noi, tra tre o quattro giorni, ovviamente, in regime privato”.

Ora, io non contesto gli indiscutibili passi avanti della medicina, ma contesto i metodi di erogazione del servizio a coloro che ne hanno necessità. Storture ce ne sono anche a livello di medicina di base, ammettiamolo, ma voi capite che qualche virus di una malattia che induce eccessiva attenzione al massimo profitto con la minima spesa, si è innestato sul sistema, a scapito di chi ne deve usufruire. Nella fattispecie sopra esemplificata è evidente che al SSN sarebbero state addebitate due prestazioni invece di una. Come si può definire questo fatto? Se poi una persona ha effettiva necessità di eseguire accertamenti, le chilometriche liste d’attesa spingono verso la soluzione privata che, per magia, consente di soddisfare la necessità in un arco temporale di pochi giorni o di poche settimane.

Quo vadis Sanità? Un modo non chiaro e non si sa quanto attuabile per bypassare queste situazioni ci sarebbe. Ma anche in questo caso, dove reperire la liste delle prestazioni che si possono
richiedere in regime convenzionato anche a professionisti privati con il pagamento del solo ticket è più difficile che scoprire un tesoro senza una mappa.

Strutture sempre più grandi con personale al limite del fabbisogno o al di sotto delle reali necessità, turni massacranti anche per il personale medico ed infermieristico con il quale spesso ho modo di parlare non in un solo istituto sanitario, disagi e spostamenti ai quali sono sottoposti i pazienti per trovare una soluzione che non sia alle calende greche non qualificano certo un sistema al servizio della gente, spremuta da una massa incredibile di imposte e tasse utilizzate anche per coprire le spese sanitarie. Prescindo, per ora, da scandali e gestioni che di tanto in tanto richiedono l’intervento della magistratura.

Volete un altro episodio? Devo sottopormi a una ecografia di controllo, sempre per la stessa infausta diagnosi, ed arriva il giorno fatidico dell’appuntamento. Ingurgito la quantità di acqua prescritta e resisto allo stimolo violento di espellerla, per più di un’ora. Arriva il momento di essere sottoposto all’indagine ecografica e nessuno si affaccia all’ambulatorio. Mezz’ora dopo la scadenza del tempo prescritto, si presenta un’infermiera che, candidamente, avverte che non si farà nulla perché il medico incaricato di eseguire le indagini ecografiche non è disponibile in quanto occupato in altro ambulatorio. Che resta ai pazienti in attesa se non imprecare ed attendere un successivo appuntamento, nella speranza che il medico incaricato non venga assegnato a due ambulatori nelle stesse ore anche la volta successiva?

L’insieme degli aneddoti raccontati ci porta fatalmente verso interrogativi che si devono porre. Siamo sicuri che convenzioni con entità private che erogano servizi sanitari siano cosa
buona e giusta per lo stato? Siamo certi che lo stato riesca a mantenere il controllo sulla corretta gestione dei servizi delle entità giuridiche private che li offrono in convenzione?

E’ un fiorire dovunque di iniziative dedicate all’estetica e ad altre prestazioni effimere e non indispensabili, gestite da buona parte di questi gruppi. Ci sono state anche offerte di esami
del sangue a prezzi scontatissimi, tramite internet, delle quali ho già fatto cenno in precedenti scritti. Sono d’accordo sul fatto che prestazioni richieste da persone che ritengono di ricorrere a enti ospedalieri per farsi trucchi permanenti o tatuaggi o robette di questo genere, servizi che erano appannaggio delle estetiste e non di istituti sanitari, vengano erogate in modo oneroso e non sto a discutere l’entità del prezzo da pagare.

Quando, al contrario, si tratta di salute, il discorso cambia. Se un’azienda che produce beni di consumo o beni industriali fa utile anche corposo, non si deve aver nulla da eccepire. Chi investe deve far sì che il capitale investito sia remunerato, anche lautamente. Ma che il massimo profitto, ottenuto a tutti i costi, diventi lo scopo primario e forse unico di istituzioni che “producono” sanità, ha in sé qualcosa di eticamente discutibile, per usare un eufemismo. Se il progresso e la scienza sanitaria diventano sempre più appannaggio di chi si può permettere di comprare il servizio e di conseguenza la salute, mi viene il dubbio che si stia andando in una direzione da rivedere, prima che sia troppo tardi per ingranare la retromarcia.

Per ragioni di spazio editoriale mi fermo qui, ma il discorso potrebbe riempire pagine e pagine, con citazioni di situazioni effettivamente accadute e che ogni giorno si ripetono.

E se sarà necessario scavare ulteriormente ed andare più a fondo ad analizzare l’operato di questo sistema lo farò, chiedendo anche il vostro contributo. Per cui, l’augurio che vi rivolgo
è di stare bene, per non finire, se non avete un portafoglio ben armato, nelle mani di una sanità che da qualche segno di squilibrio.

Buona salute a tutti.

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