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La global strategy di Macron in Africa e nell’Unione Europea

Chirac e Sarkozy hanno avuto ciascuno cinque minuti per lasciare il potere, François Hollande ha potuto godere addirittura di cinque mesi.

Otto francesi su dieci hanno infatti approvato, all’epoca, la sua decisione di non ripresentarsi.

Parte dell’establishment del Presidente Hollande non accettava automaticamente, lo ricorderete, di dare una mano a Manuel Valls, il primo ministro, che vuole unire le “due sinistre”, quella uscita dalle proposte alle primarie di Hamon, una gauche de la tradition, oltre a quella che si va costruendo intorno a Macron, con cui Valls non ha alcun punto politico in comune.
Macron metterà insieme la sinistra moderata, quella della vecchia “sfida americana” dei radicali di Servan-Schreiber, con la parte meno arcaica del socialismo.
Nessuno sa poi, all’inizio delle Presidenziali, quanti francesi andranno a votare, ma soprattutto nessuno conosce ancora i criteri di voto.

Ma per Emmanuel Macron, che unirà alla fine la somma dei centristi, del non-voto e della sinistra moderata, la politica è del tutto e per tutto una tecnica di marketing.
Si deve vedere sempre chi fa le cose, le azioni vanno viste subito, si deve infine percepire che un piccolo vantaggio è direttamente legato alla sola scelta del leader.
Si vende un prodotto, non un programma, regola eterna, e il fondatore di En Marche ha fatto pubblicità su sei elementi che riguardano la sua personalità e solo su tre che si riferiscono al suo programma politico vero e proprio.

Lui è totalmente differente dai responsabili politici che lo hanno preceduto, Lui vuole ridurre di un terzo il numero dei parlamentari, Lui sa benissimo cosa si deve fare per rimettere in piedi l’economia francese, perché Lui, Macron, è un tecnico, non deve niente a nessuno, sa riconoscere le buone idee da qualunque parte provengano, vuole fare del lavoro il motore del nostro Paese, non attacca gli altri candidati, dice sempre la verità, ha fondato un movimento tutto nuovo di 240.000 aderenti e, infine, la Francia non può permettersi di rischiare una prossima catastrofe economica e sociale.

Ecco il paradigma della comunicazione politica macroniana.

Un mix bene organizzato tra “tecnico al potere”, “uomo del lavoro e dell’economia nazionale”, salvatore della Patria e, in particolare, Lui mostra una radicale alterità rispetto a tutte le altre classi politiche a lui precedenti. Se poi andiamo a vedere le promesse elettorali delle ultime presidenziali francesi, la vera domanda che si poneva e si pone è un’altra: la Francia si può davvero permettersi ancora il bargaining politico elettorale?
Esistono margini finanziari e produttivi per realizzare anche una piccola parte dei programmi diffusi nel 2017 da tutti i candidati?
La Francia è ormai, dal 2002, in pieno declino economico. Dal 1980, essa non ha alcuna industria siderurgica (e certamente il disastro giudiziario e politico dell’ILVA di Taranto molto interessa, a Parigi) né nel settore della meccanica di precisione, né nel settore caldaie e reti termodinamiche, né nelle costruzioni navali, delle macchine agricole, né ancora degli elettrodomestici, del tessile, né infine degli abiti confezionati.

Dal 2002, la Francia ha perso 865.000 posti di lavoro nell’industria, un quarto di tutti gli effettivi in un settore che vale oltre il 12% dei lavori disponibili in totale.
Nel 1980 i posti di lavoro nell’industria erano 5,1 milioni, a fine del 2012 sono diventati 3 milioni e oggi rimangono 2,9 milioni di posti di lavoro disponibili.

Il valore prodotto dalle imprese oggi in Francia è dell’8%, il tasso più basso della UE. Deindustrializzazione, ma soprattutto mancata specializzazione produttiva delle catene del valore francesi.
L’export è un ulteriore punto dolente, perché viene prodotto e venduto soprattutto materiale “basso di gamma” che si fa fare concorrenza ormai direttamente dai prodotti cinesi o comunque asiatici. I robot installati in Francia dalla fine del 2011 erano 34.500 elementi, un quarto di quelli operanti in Germania e due volte meno di quelli già operativi in Italia e in Spagna.
Ecco, il progetto di Macron, che pure non può molto modificare questo stato di cose economico della Francia, riguarda però altri due elementi politici e strategici: la marginalizzazione strategica dell’Italia e la sua contrazione economica a partire dalla sua crisi politica.

Sarkozy ha iniziato, nel 2011, questo processo di beggar thy neighbour, almeno sul piano politico e militare, nei confronti dell’Italia, al cui fondo c’è il depotenziamento delle nostre Piccole e Medie Imprese e, sempre alla fine, la privatizzazione di buona parte dell’industria petrolifera e di quel che rimane del manifatturiero.
L’operazione in Libia del leader neogollista francese è il sigillo sulla autonomia strategica e, quindi, su quella geoeconomica dell’Italia che, nella maledetta “seconda repubblica”, non conterà nemmeno un decimo di quanto accadeva durante la Prima. Ci ruberanno così l’alto di gamma, che non sanno fare.

Non era poi, malgrado le apparenze, una scelta irrazionale, quella di Sarkozy, di eliminare Gheddafi.
A parte la ripresa nei sondaggi elettorali ormai a picco per il Napoleone franco-ungherese, la paura di dover pagare il debito contratto da Sarkozy con il Rais libico, le ipotesi continue di un Dinaro Oro di Tripoli che avrebbe eliminato il Franco CFA, il presidente neogollista sapeva che il colonnello voleva lasciare rapidamente il potere.
Sei mesi al massimo, un ruolo garantito di “padre della patria”, nuove elezioni democratiche che avrebbero messo in pista il figlio intelligente, Saif Al Islam.

Ma il petrolio “privato” e personale di Sarkozy a Bengazi (dove è iniziata la “rivolta democratica” dei jihadisti, dato che la Cirenaica è stata l’area a maggiore presenza di mujahiddin afghani sul totale della popolazione in tutto l’Islam) i debiti con il rais che è meglio non ripagare, uno strano assassinio, tutto faceva pensare a Sarkozy di potercela fare facilmente.
Macron sa bene, quindi, che il ruolo geopolitico della Francia, come dicevano quelli dell’OAS, organisation de l’armée sécrète, si costruisce solo in Africa. E se questo è vero, allora il progetto strategico sarà, proprio grazie alla destabilizzazione strutturale della Libia, di integrare tutto il sistema tra Tripoli e Bengazi nella nuova Françafrique, dalla quale saranno esclusi gli italiani e, forse, perfino i britannici.

E noi, dove abbiamo in Africa o altrove il nostro punto strategico-chiave? Davvero nessuno ci ha pensato?

Certo, ci siamo fatti fregare e sostituire in Egitto proprio dalla Francia, dopo la pessimamente gestita questione Regeni, non battiamo palla in Marocco, malgrado le tensioni politiche interne (Re Mohammed VI avrebbe bisogno di un aiuto italiano, non di un pesante favore francese) ci muoviamo poi pochissimo in Algeria, non profferiamo verbo nel Corno d’Africa.
Se, appunto, non vi è geopolitica europea (a parte il caso della Germania, diretta naturalmente verso gli slavi) senza politica africana, noi non ne abbiamo alcuna.
A parte poi le ultimissime acquisizioni economiche e imprenditoriali francesi nel nostro Paese, che sono ancora in fase di elaborazione e conclusione, Parigi detiene oggi il controllo di 185 imprese italiane per un valore di 50 miliardi di Euro, mentre noi italiani possediamo o controlliamo 97 società francesi, per un valore totale di 7,5 miliardi di Euro.
Il 7% della capitalizzazione della Borsa di Milano è in mano a imprese francesi, mentre gli italiani controllano lo 0,9% della Borsa di Parigi.
Perché? Uno dei motivi è certo l’estrema frammentazione del sistema produttivo italiano, oltre alla scarsa percezione da parte della nostra classe politica di fenomeni che appaiono di “mercato”, ma non lo sono affatto.

Nulla è più ameno che osservare politicanti, già iperstatalisti quando non parasovietici, credere che ogni operazione che va avanti tra imprese non abbia alcun rilievo politico e strategico.
“È il mercato….”. No. È la sapienza politica e strategica, che oggi non vediamo all’opera.
Sia per SXT-Fincantieri che per le altre partite economiche aperte tra Francia e Italia, un governo italiano serio, periodo ipotetico dell’impossibilità come nel congiuntivo tedesco, avrebbe reagito stabilmente e con dure contromosse.

Percependone gli inevitabili aspetti geopolitici e mostrando credibili reazioni sul terreno, in Africa come altrove.
Altro passaggio-chiave della nuova politica estera di Macron e del suo specifico rapporto con l’Italia, letta oggi a Parigi come un punching ball, è quello dell’emigrazione.
Macron ha dichiarato che non accetterà alcun “migrante economico” proveniente dal confine con l’Italia, mentre la Polizia di Stato ci informa che molti migranti giù residenti in Francia e privi di documenti vengono indotti a passare il confine di Ventimiglia e a salire sui nostri treni.

Quando c’è una grande migrazione, sia per guerre (poche, in Africa oggi) sia per psicosi indotta consumista (moltissimi) sia ancora per lo scoppio demografico dell’età adolescenziale-giovanile, come è avvenuto in tutta l’Africa proprio grazie a una parvenza di sviluppo economico, ogni Paese si sceglie i migranti migliori.

Le grandi imprese tedesche vanno nei campi profughi turchi a fare incetta di medici, ingegneri, tecnici siriani. Noi italiani, prigionieri di una ideologia vetusta, siamo ancora ad una ipotesi, impossibile da mantenere, di accoglienza per tutti. Ovvero: il costo degli immigrati inutili, malati, inadatti al lavoro, socialmente pericolosi sarà sulle spalle dei paesi che hanno perso anche questa partita della globalizzazione, e sarà un colpo gravissimo inferto al rapporto deficit/PIL.
Il costo invece degli immigrati capaci, attivi, dinamici e formati andrà a migliorare la produttività generale dei fattori dei paesi che, diversamente dal nostro, hanno vinto la battaglia della globalizzazione. Macron sceglierà, come i tedeschi, il meglio che c’è sul mercato dell’immigrazione.

Siccome, poi, l’immigrazione di massa è una tecnica di strategia indiretta, riempire di “metà-diavoli e metà-bambini”, come diceva Kipling, un paese concorrente, anche se dell’area UE, vuol dire bloccarlo con la spesa improduttiva, prosciugargli la quota per investimenti nelle imprese e nelle nuove tecnologie, barbarizzarlo e africanizzarlo. Emmanuel Macron, che pure è già un provetto banchiere internazionale, è quindi il punto di arrivo quindi di una ricostruzione della Francia che promana da un contesto intellettuale ben preciso.

Si tratta di Jacques Attali, banchiere di origine mitterandiana che è all’avanguardia in un progetto che ha molto a che fare con il ceo capitalism Usa di questi anni: rendere produttivo ed economicamente utile tutto ciò che, tradizionalmente, non ha un reale valore economico. Quando la produzione di valore industriale o materiale scema, e per molti anni, essa deve essere compensata dalla creazione di valore simbolico e comunicativo. Il ceo capitalism americano appare infatti come l’universo dei “contenuti” gratuiti nella Rete ma, come dicono quelli che se ne occupano professionalmente, “quando non devi comprare niente vuol dire che quello già acquistato sei tu”.

Pubblicità, dati personali, preferenze commerciali, profiling, anche politico, relazioni, tutto viene venduto dall’ingenuo utente senza che se ne accorga. E non ci guadagna nulla, si badi bene.
E si tratta di molti soldi, come è dimostrato dai bilanci faraonici di tante aziende apparentemente di “servizio”, come per esempio facebook.
Vendere allora il patrimonio genetico, la vita addirittura, per trasformare in economia tutto quello che oggi non è compreso nel vecchio paradigma capitalistico. L’idea di Attali.
Quindi, ritornando al progetto di nuova Françafrique di Macron, presto Parigi espanderà la sua tradizionale zona di influenza in Africa Centrale verso Nord, verso quindi il Fezzan, il Ciad e il Niger fino, appunto, alla Libia.

Il progetto è quello di ricongiungere la nuova Africa Francese con l’Egitto.

A supporto delle azioni sopra descritte, una nuova unione politico-militare con la Germania, con la quale sarà perfino possibile programmare insieme una parte, almeno, delle rispettive Forze Armate. Ecco perché il generale De Villiers se n’è andato.
Parigi al comando, allora, da Nord fino ad oltre il confine con la Repubblica Democratica del Congo, in un’area che potrebbe fornire alla Francia moltissime materie prime evolute, una immane massa di forza-lavoro da utilizzare in loco, un immane potere di trattative e di intromissione negli affari globali.
L’accordo tra Khalifa Haftar, capo della “Operazione Dignità” libica e uomo forte del regime locale, non solo della parte cirenaica, e Al Serraj, è questo il nesso strategico per fare due cose, secondo Macron: evitare fin che è possibile il frazionamento della Libia, che peraltro Parigi non teme e, inoltre, mandare fuori dai piedi l’Italia e ogni altro player occidentale.
Trump voleva far presto, in Libia, ed ha trovato il Presidente francese.
Dovevamo farlo noi, ma non c’era modo.
Il ministro Minniti, esperto serio e responsabile di intelligence, ha fatto accordi con le sessanta tribù primarie tra le oltre cento, e indirettamente con le varie bande armate interne, l’ENI e i nostri Servizi hanno lavorato benissimo ma, quando non c’è il cervello strategico, rimangono solo disconnessi organi sensoriali.
Lo ripetiamo: l’accordo tra i due governi libici, uno che esiste e l’altro che sopravvive solo nella buona volontà di un “ente inutile”, come Francesco Cossiga chiamava l’ONU, è finalizzato contro di noi, e l’Italia non ha mostrato in questo caso, a parte le capacità del ministro Minniti, alcuna idea o reazione.

Forse, anche l’accordo mediato da Emmanuel Macron durerà, come già appare, l’espace d’un matin, dato che la Libia non si comanda come una assemblea di condominio e occorrerà scegliere presto l’uomo forte e credibile, come fece il Sismi, in un albergo di Abano Terme, selezionando il giovane colonnello della Sirte Muammar El Gheddafi.
Si deve poi, comunque, mettersi d’accordo con i berberi e i tuaregh, che possono far saltare ogni accordo e hanno la possibilità di gestire alleanze fortissime con le altre tribù.
Ecco, la partita è aperta, e potremmo anche rientrarci, ma non si intravedono soluzioni razionali, a Roma.

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