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Grande Guerra, Pillola 133: si torna sulla Marna, dove si decise il conflitto fotogallery

La grande battaglia che, in pratica, decise le sorti del conflitto o che, perlomeno, convinse buona parte dei comandanti germanici del fatto che la guerra fosse ormai perduta, nacque come azione diversiva, dato che il grande architetto della strategia tedesca, Ludendorff, era convinto che la guerra si sarebbe decisa più a nord, nelle Fiandre.

In quel tragico pendolo che era diventata la prima guerra mondiale sul fronte occidentale, la periodica oscillazione delle linee di battaglia, nel luglio del 1918, tornò ad interessare l’insanguinato settore della Marna, che aveva visto arenarsi e fallire il piano Schlieffen-Moltke, quattro anni prima. In realtà, la grande battaglia che, in pratica, decise le sorti del conflitto o che, perlomeno, convinse buona parte dei comandanti germanici del fatto che la guerra fosse ormai perduta, nacque come azione diversiva, dato che il grande architetto della strategia tedesca, Ludendorff, era convinto che la guerra si sarebbe decisa più a nord, nelle Fiandre, dove aveva progettato l’azione principale, una volta che l’offensiva verso Parigi fosse giunta a buon fine: proprio la sconfitta sulla Marna avrebbe fatto sì che questa operazione venisse rinviata e, infine, annullata dall’alto comando germanico.

Per lo sfondamento, Ludendorff previde, innanzitutto, la riconquista della fondamentale posizione dello Chemin des Dames, in mano tedesca dal 1914 al 1917 ed occupato dai francesi, ad altissimo prezzo, nel 1917: di lì, l’attacco avrebbe, in sostanza, ripercorso le stesse strade che i soldati tedeschi avevano seguito nell’offensiva vittoriosa dell’estate 1914. Il 15 luglio 1918, 23 divisioni germaniche della 1a (Mudra) e della 3a armata (Einem) attaccarono la 4a armata francese (Gouraud) ad est di Reims, mentre, ad ovest della città, 17 divisioni della 7a armata (Boehm), appoggiate dalla neocostituita 9a armata (Eben), si scontravano con le truppe francesi della 6a armata (Degoutte), cui si aggiunsero 85.000 soldati Usa, inviati in rinforzo dal comandante del BEF, Haig.

Mentre nel settore orientale l’attacco fallì immediatamente, tanto che esso venne sospeso già nella mattinata del primo giorno, ad ovest le cose presero una piega decisamente favorevole, con gli attaccanti della 7a armata che, già il 15 luglio, attraversarono la Marna a Dormans, creando una testa di ponte lunga una quindicina di chilometri e profonda la metà, ai danni delle truppe di Degoutte: la pericolosissima crisi venne arginata due giorni dopo dalla formidabile resistenza della 9a armata francese (De Mitry), cui si affiancarono con un ruolo fondamentale anche soldati britannici, statunitensi e, non ultimi, italiani.

Si è già detto dell’aiuto fornito dagli alleati nella battaglia del Solstizio; sciocchezza per sciocchezza, uno storico sciovinista, in questa occasione, potrebbe postulare, come diversi studiosi francesi e, soprattutto, britannici, hanno fatto scrivendo del Piave, che, sulla Marna, gli italiani salvarono la Francia. Questo, solo per dire che la storia, talvolta, viene scritta dimenticandosi le ragioni del buon senso: e che non è un buon modo di scriverla.

In ogni caso, vista la battuta d’arresto subita da Boehm, il comandante supremo alleato, Foch, decise di contrattaccare immediatamente: il 18 luglio, 24 divisioni francesi, insieme agli alleati inglesi, statunitensi ed italiani, scatenarono una poderosa controffensiva, sostenuta da più di 350 carri armati, contro il saliente che si era venuto a creare. L’attacco, guidato dalla 10a armata (Mangin) e dalla 6a, ebbe successo e i tedeschi vennero rapidamente respinti indietro: soltanto il primo giorno, gli alleati avanzarono per quasi 8 chilometri. Il 20 luglio, Ludendorff, resosi conto del totale fallimento dell’operazione, ordinò la ritirata generale, che si arrestò soltanto il 6 agosto, sulle linee fortificate che si trovavano alle spalle dell’Aisne e del Vesle, da cui era partita, in primavera, la grande offensiva del Kaiserschlacht.

Lo svolgimento della seconda battaglia della Marna fu, in qualche modo, esemplare per comprendere quali fossero le condizioni della guerra nell’estate 1918: lo spirito aggressivo delle valorose fanterie tedesche non si era ancora esaurito, ma la Germania non era più in grado di sostenere adeguatamente una grande offensiva risolutiva. Dal canto loro, invece, gli alleati potevano contare su riserve di gran lunga maggiori e sulla possibilità di spostare rapidamente truppe e mezzi da un settore all’altro del fronte, in modo da trovarsi quasi sempre in superiorità numerica: ormai, in pratica, il conflitto era diventato uno scontro tra la Germania e il resto del mondo e nelle trincee della Champagne e delle Fiandre combattevano soldati di moltissimi paesi, anche extraeuropei, dai “tirailleurs” marocchini agli indocinesi, dai brasiliani agli statunitensi.

Dunque, anche se, in realtà, le sorti della prima guerra mondiale si erano decise sulle rotte dell’oceano atlantico, dove i sottomarini del Kaiser non erano riusciti ad evitare il flusso di rifornimenti a Francia e Gran Bretagna, la battaglia intorno a Reims fu, almeno simbolicamente, la campana a morto per l’esercito germanico: la gente si nutre di simboli e, come il Piave divenne il simbolo della riscossa italiana, la Marna fu l’emblema della disperata resistenza francese.

L’ordine del giorno scritto nel 1916 da Pétain a Verdun, “On les aura!”, era ormai diventato la parola d’ordine dei francesi. Il costo di questa operazione fu molto alto per entrambi i contendenti: i tedeschi persero quasi 170.000 uomini, i francesi quasi 100.000, 13.000 i britannici e poco meno gli statunitensi. E gli italiani del 2° CdA, di cui pressochè nessun saggio storico fa menzione, furono circa 5.000, molti dei quali riposano nel cimitero militare di Bligny, insieme ai “Garibaldini delle Argonne”, di cui abbiamo parlato all’inizio di questo lavoro.

Per capirci, nel sacrario militare di Pederobba sono raccolti i resti di circa 1.000 francesi caduti, mentre quelli dei britannici, sparsi in diversi cimiteri, tra l’altopiano d’Asiago e il Piave, non raggiungono le 2.000 unità: a 100 anni dalla fine del conflitto, sarebbe tempo che la storiografia si accorgesse dell’apporto fornito dall’Italia nella prima guerra mondiale, senza limitarsi a parlarne soltanto per citare Caporetto.

Si perdoni lo sfogo di chi scrive, ma egli crede che la storia, oltre a raccontare gli eventi, abbia anche il compito di ricollocare e di rivedere, “sine ira et studio”, certe storture storiografiche, che tolgono dignità tanto a chi ne è vittima quanto, soprattutto, a chi le concepisce.

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